SMART CITIES E SMART TERRITORIES

Pubblicato da Redazione il

La globalizzazione che abbiamo imparato a conoscere a partire dagli anni Novanta è consistita essenzialmente nella ricostruzione su scala planetaria di quella catena di montaggio che prima era racchiusa all’interno di un unico stabilimento industriale.

Era la logica della produzione fordista, a cui l’alto costo dei trasporti e delle comunicazioni avevano dato quella particolare forma: vale a dire una mega struttura all’interno avvenivano tutte le fasi della produzione, secondo la logica della catena di montaggio, la cui funzione non era solo quella della razionalizzazione dei tempi e degli spazi. C’è dell’altro, la catena di montaggio serviva anche parcellizzare, spezzettare e, per certi versi, banalizzazione il lavoro così da renderlo alla portata anche di lavoratori non specializzati.

Per converso, la riduzione dei costi di trasporto e di comunicazione ha fatto sì che le singole attività produttive potessero muoversi a livello globale alla ricerca dei migliori vantaggi competitivi. Di qui il formarsi di una global-supply-chain con le singole fasi della produzione spezzettate a livello globale.

Questa fase della globalizzazione ha prodotto una profonda trasformazione nella divisione internazionale del lavoro, causando crisi acute nei paesi sviluppati, feriti dalla delocalizzazione delle fasi labour-intensive della produzione là dove minori erano i costi della manodopera; e straordinarie storie di sviluppo in quei paesi dove una pioggia di investimenti diretti esteri ha trasferito le fasi più mature della produzione o a più basso contenuto di conoscenze. Per fare solo un esempio, il miracolo cinese non ci sarebbe mai stato senza questa migrazione di pezzi della catena di montaggio fordista.

Nonostante ciò, quella globalizzazione non ha rappresentato un salto evolutivo del progresso tecnologico. Di fatto si è trattato della semplice espansione, su scala indubbiamente globale, con una efficienza certamente superiore, di un vecchio modo di produzione quello fordista per l’appunto. A globalizzarsi su una scala nuova e su una dimensione mai raggiunta in passato, dunque, è stato un modo di produzione vecchio.

Con i progressi tecnologici degli ultimi anni le cose potrebbero cambiare radicalmente. Industria 4.0, Big Data e intelligenza artificiale, stanno infatti profondamente ridisegnando la mappa dei vantaggi comparati e quindi la divisione internazionale del lavoro. Giusto per fare qualche esempio, se la sviluppo cinese è stato in massima parte trainato dal basso costo della sua manodopera, che come un magnete ha attratto le fasi labour-intensive della produzione dai paesi sviluppati, la nuova rivoluzione tecnologica offre la possibilità non solo di robotizzare totalmente le fasi labour-intesive della produzione, ma di rendere questa produzione flessibile come se a lavorare lungo la catena di montaggio ci fossero degli essere umani in grado di adattarsi a processi e prodotti nuovi: la personalizzazione di massa è il cuore dell’Industria 4.0. Se così stanno le cose, diventa evidente che la Cina perde parte del proprio vantaggio comparato e le imprese occidentali possono trasferire altrove quella fase della produzione.

Il fenomeno è, in parte, nuovo e prende il nome di reshoring. Il reshoring è il contrario dell’offshoring. Quelle attività ad alto contenuto di manodopera che negli anni passati sono state delocalizzate nei paesi dove più basso era il costo della manodopera (Cina ad esempio) ora vengono riportate in patria.

E perchè ritornano? Perchè quelle attività che prima facevano le braccia cinesi oggi possono essere sostituite dalle braccia di un robot, grazie alla riduzione dei costi di queste macchine e agli incentivi governativi del piano per l’Industria 4.0.

Se ora sia amplia il raggio di osservazione, diventa possibile introdurre un nuovo elemento. Se, almeno in linea di principio, gli stessi robot sono a disposizione di tutte le imprese, allora la competitività di un prodotto non è data più da una riduzione dei suoi costi di produzione (tutti riducono i costi) ma dal tasso di innovazione e di creatività che in quel prodotto ci si può mettere. Innovazione e creatività, che, a differenza dei robot, non sono a disposizione di tutti e non sono facilmente reperibili sul mercato.

Dunque il prodotto diviene competitivo se è innovativo, se è di qualità, se è personalizzato e adattabile ai gusti del cliente.

È un passaggio importante questo, che condizione le nuove logiche della divisione internazionale del lavoro e guida le nuove delocalizzazioni.

Alla luce di quanto si è detto sinora, pertanto, si può sostenere che ai produttori interessa andare là dove possono trovare quella innovazione, quella qualità che rende il prodotto competitivo, vale a dire là dove c’è quella materia grigia in grado di produrre novità e innovazioni siano essi centri universitari, centri di ricerca, grandi studi professionali.

Dunque la produzione di materia grigia (sotto forma di pensiero, ricerca scientifica, innovazione tecnologica, creatività) è una delle forze, forse la più potente, in grado di plasmare la nuova divisione internazionale del lavoro, nella nuova era della globalizzazione post-fordista.

Ma ciò implica anche altro. La materia grigia non è una risorsa naturale che esiste indipendentemente dall’azione dell’uomo. Se è vero, come sostiene Julien Simon, che ogni uomo viene al mondo dotato di una mente creativa, allo stesso tempo è vero che tale mente ha bisogno di essere coltivata e messa nelle condizioni di estricare tutte le proprie potenzialità. Per definizione, la macchina che si è rivelata più efficace nell’offrire il maggiore tasso di benessere possibile al più ampio numero di cittadini e di garantire loro, per quanto possibile, una uguaglianza delle possibilità è il Welfare State, vale a dire quella struttura istituzionale in grado di garantire a tutti i cittadini quei diritti sociali che sono stati conquistati negli ultimi due secoli da leghe contadine, sindacati operai, partiti di massa di estrazione laica o religiosa.

Ecco dunque un secondo criterio, a plasmare la nuova globalizzazione post-fordista sarà la presenza in un determinato territorio di materie grigie e degli strumenti istituzionali che ne garantiscono una abbondante e sempre nuova produzione.

A questo punto c’è un nuovo elemento da inserire nel ragionamento. Le logiche che hanno plasmato il mondo della produzione di beni e servizi (altri costi di trasporto e alti costi di comunicazione) hanno plasmato anche il modo di vivere, di abitare e di lavorare delle persone.

Che altro sono le città se non delle macchine necessarie a ridurre i costi di trasporto e di comunicazione? In questo senso può dirsi che le città stesse altro non sono che delle strutture di tipo fordista necessarie a produrre beni e servizi di massa e a basso costo, grazia alla riduzione dei costi di trasposto e di comunicazione.

Se ciò è vero, allora diventa anche vero il contrario: una riduzione, grazie alle nuove tecnologie, dei costi di trasporto e di comunicazione, rende non più necessario, quando meno ai ritmi conosciuti in passato, il processo di urbanizzazione, le cui esternalità negative stanno di gran lunga superando i vantaggi del vivere in città. Ciò vuol dire, che diventa possibile superare la dicotomia tra i luoghi del lavoro e i luoghi del viver bene.

Definire cosa sia il viver bene è cosa complessa, ma in prima battura può dirsi che due elementi essenziali non possono che essere la tutela ambientale e quel senso di comunità, che nei grandi centri urbani si è ormai perso, ma che continua ad essere presente nei mille e mille comuni italiani.

A vincere dunque la sfida per attrarre le attività a maggiore valore aggiunto nella nuova era della globalizzazione post-fordista che si sta aprendo, saranno quei paesi in grado di produrre maggiore materia grigia, in grado di creare le istituzioni necessaria e coltivare, nutrire e potenziare questa materia grigia nel tempo, portando nel XXI secolo di diritti conquistati nel XIX e XX secolo; infine, a vincere questa nuova competizione saranno quei territori in grado di garantire tutela ambientale e senso di comunità. Per dirla in sintesi, innovazione e creatività, Stato sociale e qualità della vita.

Se così stanno le cose, se il luogo del lavoro non deve per forza essere disgiunto dal luogo del viver bene e se i piccoli borghi della provincia italiana, grazie al lavoro fatto nei millenni, presentano una alta tutela ambientale e un alto senso di comunità, allora la sfida del futuro è quella di portare i mille e mille comuni medievali italiani, plasmati nei secoli secondo le esigenze umane e immergi in un paesaggio anch’esso lavorato per millenni dalla mano dell’uomo, nel XXI secolo e attrezzarli di quanto mancano per attrarre quella materia grigia che è il vero motore dell’economia del prossimo millennio e metterli in condizione di compere per conquistare le fai a più alto valore aggiunto nella nuovo divisione internazionale del lavoro.

Ciò d’altro canto, impone una nuova riflessione sul senso delle città. Cosa è città? Quale è la loro essenza? Cosa resterà delle città dove che il portato fordista sarà stato eliminato?

È chiaro che rispondere a queste domanda significa iniziare a indentificare la città del futuro, capire come, chi e perché continuerà a vivere in città, come chi e perché si recherà in città sposandoti dalla provincia e con che frequenza, e quindi comprendere quali servizi, prodotti, tecnologie saranno necessari nel futuro per le Smart Cities e i Smart Territories del futuro.

Nunziante Mastrolia

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