LA FINE DELLA GLOBALIZZAZIONE FORDISTA

Pubblicato da Redazione il

 

Le innovazioni tecnologiche e lo straordinario e continuo progresso scientifico stanno producendo un cambiamento che, se non governato, rischia di indebolire, sia i diritti sociali sia i diritti liberali e con essi quelle strutture istituzionali che sinora hanno garantito il benessere e la prosperità di quei paesi che le hanno adottate.

In estrema sintesi si può dire che il cuore di tale cambiamento va individuato nella fine della società fordista nella quale siamo sinora vissuti e che si estrinseca in diversi aspetti.

Il primo ha a che fare con la fine della globalizzazione. Che cos’è la globalizzazione? La globalizzazione economica non è altro che l’esplosione della catena di montaggio di “Tempi Moderni” di Charlie Chaplin e il disseminarsi su scala globale delle varie fasi della produzione, che si sono andate a collocare là dove maggiori erano i vantaggi competitivi, come definiti da Michael Porter[1].

Così le fasi della produzione a più alto contenuto di conoscenza (Ricerca & Sviluppo) si sono andate a collocare accanto (giusto per fare qualche esempio) alle grandi università americane, le fasi ad alto contenuto di manodopera sono andate in Cina, mentre il design in paesi a più forte tradizione in questo settore, come è il caso dell’Italia, basti pensare a Pininfarina o Ettore Sottsass.

Ciò vuol dire che negli anni della globalizzazione la catena di montaggio taylorista, non è stata spazzata via dall’innovazione tecnologica ma ha assunto una dimensione globale, potendo uscire, grazie alla riduzione dei costi di trasporto e di comunicazione, dalla mega fabbrica fordista e andare in giro per il mondo a cogliere le opportunità concesse dai diversi vantaggi competitivi dei paesi.

Ora le cose potrebbero andare diversamente, come si evince dal caso cinese dove il processo di sostituzione della manodopera umana con i robot, dopo il caso dei suicidi della Foxconn e a causa del crescente costo del costo del lavoro, procede a ritmi vertiginosi[2].

Tuttavia, se così facendo la Cina elimina alla radice il problema delle rivendicazioni sindacali e del costo crescente della manodopera, nel contempo azzera il suo vantaggio competitivo come nazione che sul basso costo del lavoro aveva basato il suo boom economico.

Infatti, se le attività ad alto contenuto di manodopera possono essere totalmente automatizzate, non ha più senso per gli investitori occidentali delocalizzarle in Cina. Ciò vuol dire che quelle attività, possono essere portate nuovamente in patria e collocate a fianco ai centri direzionali dell’impresa o là dove è maggiore la produzione di quella materia grigia che, sotto forma di ricerca scientifica, innovazione tecnologica e creatività, o anche qualità dei servizi, è il vero motore della moderna crescita economica[3]. Questo fenomeno, che già aveva iniziato a manifestarsi, sebbene in forme diverse, negli anni passati, sta ora emergendo e prende il nome di reshoring.

Ciò comporta tutta una serie di cambiamenti di cui è bene tener conto. Se il motore della crescita è una mente-opera preparata e creativa allora per poter attrarre gli investimenti internazionali e per vincere la concorrenza internazionale, non ha molto senso ridurre il costo della manodopera, dato che un robot non chiede alcun salario. Per dirla con Andrew McAfee, per quante ore di palestra un minatore possa fare è difficile che possa competere con un martello pneumatico[4].

Allo stesso modo, usare la leva della flessibilità del mercato del lavoro non è molto utile: chi trova una “mente-opera” (che è il contrario di “mano-dopera”) di alto livello, si pone il problema di come non farselo strappare dalla concorrenza, non di come licenziarlo, visto che quella persona è la sorgente della ricchezza di quell’azienda.

Per poter attrarre queste imprese che ritornano o altre che vanno alla ricerca di un vantaggio competitivo in termini di “mente-opera” di alto livello, non ha senso pensare ad una riduzione delle tasse, zone franche, incentivi fiscali etc etc, ha invece più senso puntare alla creazione di distretti intorno ai luoghi dove la materia grigia si produce, vale a dire le università. Distretti nei quali concentrare, sia consentita la semplificazione, quelle attività che producono quella conoscenza che serve a produrre i beni costruiti dalle macchine.

Dunque, la globalizzazione così come l’abbiamo conosciuta sinora potrebbe essere alla fine sia perché l’innovazione tecnologica plasma nuovamente la mappa del vantaggio comparato delle nazioni e quindi della divisione internazionale del lavoro. Ma nel contempo potrebbero anche cambiare i termini della concorrenza internazionale che non si giocherà più sul basso costo della manodopera, su fiscalità di vantaggio o norme ambientali lassiste. Al contrario, ad attrarre gli investimenti maggiori saranno quei territori dove si produce la migliore materia grigia, dove migliore è la qualità dell’ambiente, dove più forte è lo stato sociale (istruzione, sanità e assistenza di livello sempre più elevato) e dove è possibile ricostruire un senso di comunità, che è presente ancora nei piccoli borghi e che si è smarrito del tutto nelle grandi aree urbane. In sintesi, stato sociale, senso di comunità, tutela ambientale e ottime università saranno i fattori decisivi per vincere la concorrenza internazionale e produrre ricchezza.

La fine della globalizzazione è legata a filo doppio ad un secondo fenomeno, vale a dire la fine della concezione fordista del lavoro, sia per quanto riguarda il settore manifatturiero che il terziario.

In prima battuta è necessario chiedersi cosa sia una fabbrica fordista? In linea di massima si può dire che è una megastruttura all’interno della quale entrano tutti i fattori della produzione ed esce il prodotto finale. Mentre il lavoro all’interno di questa struttura è organizzato secondo il principio taylorista della catena di montaggio, vale a dire la parcellizzazione del processo produttivo per renderlo più veloce e soprattutto per fare sì che anche un operaio non specializzato sia in grado di svolgere un compito semplice e ripetitivo. Una tale conformazione del processo lavorativo era necessaria a ridurre i costi di trasporto e di comunicazione prima dell’avvento delle moderne tecnologie e con essi il costo dei prodotti finali, senza i quali non sarebbe stata possibile quella produzione di massa che è alla base dei Trenta Gloriosi dello scorso secolo. Ora tuttavia, come si accennava in precedenza, grazie all’innovazione tecnologica le forze che hanno spinto verso la concentrazione e dato vita alla società fordista sono cessate e il quadro potrebbe cambiare totalmente.

Come si diceva in precedenza, la fabbrica fordista ha continuato a vivere anche negli anni della globalizzazione e quella catena di montaggio che prima era rinchiusa all’interno di un solo grande stabilimento è andata disseminandosi a livello globale. Questo vuol dire che quella fabbrica, con quella concezione del lavoro e della produzione, pur cambiando forma e scala ha continuato a prosperare su una scala più ampia.

In una prima fase, dunque, l’innovazione tecnologica ha cambiato solo una parte dell’organizzazione fordista, vale a dire la necessità di chiudere tutto all’interno di un unico stabilimento per ridurre i costi di trasporto e comunicazione. Ora le cose potrebbero cambiare totalmente. Non solo e non tanto perché i robot potranno sostituire i lavoratori in carne ed ossa lungo la catena di montaggio del futuro, che sarà ovviamente totalmente diversa da quella che abbiamo conosciuto. Non solo e non tanto perché, in linea di principio, tanti oggetti potranno essere stampati in casa, grazie alle stampanti 3D[5].

C’è qualcosa di più profondo che sta cambiando e cioè il fatto che nuove aziende (Apple, Google, Facebook etc…) stanno scalando la classifica dei colossi globali e si stanno imponendo come le Ford, la Standard Oil, AT&T del XXI secolo[6]. Tuttavia non si tratta di un semplice avvicendamento. C’è qualcosa di nuovo. Ed è il fatto che queste aziende sono totalmente diverse dalle altre. Un riscontro in tal senso lo si trova nelle difficoltà che i governi nazionali trovano nel tassare queste aziende e le loro attività. Nel 2015 Facebook ha pagato 203mila euro di tasse in Italia (come una media azienda); Twitter 112mila e Airbnb 45mila euro.

È probabile che le cause di una tale difficoltà risiedano nell’avidità di guadagni delle aziende su menzionate o sia da individuarli nel dumping fiscale di alcuni paesi che offrirebbero livelli di tassazione più bassi. Tuttavia potrebbero esserci anche delle reali difficoltà da parte di un ordinamento fiscale, concepito per una organizzazione produttiva di tipo fordista, vale a dire con una stabile ed articolata organizzazione di uffici, strutture, personale all’interno di un determinato Stato, nel tassare imprese che possono operare all’interno di un determinato mercato senza avere in loco un solo impiegato[7].

Google può – in linea di massima – vendere i propri servizi pubblicitari in Italia senza che ci sia nemmeno un ufficio fisico ad incassare i soldi degli inserzionisti italiani. Airbnb è la più grande catena alberghiera al mondo, ma non possiede nemmeno una stanza e così Uber, la più grande compagnia di noleggio che non ha nemmeno una macchina. Ciò vuol dire che quella normativa era concepita per un tipo di impresa che forse presto non esisterà più.

C’è di più. La rivoluzione tecnologica non sta stravolgendo solo il settore manifatturiero delle fabbriche, ma anche il terziario degli uffici.

È evidente infatti che anche le attività non manifatturiere in senso stretto sono state costruite secondo la logica della fabbrica fordista e del principio taylorista della divisione del lavoro. Tuttavia, anche in questo caso, come per il manifatturiero, una tale idea di organizzazione del lavoro potrebbe essere trasformata nel profondo. Se infatti uno stesso lavoro può essere svolto in qualsiasi parte del mondo, a condizione di possedere un computer ed un collegamento internet, che senso ha rinchiudersi all’interno di enormi strutture aziendali all’interno di ingolfate aree urbane? Ed infatti sono sempre più numerosi i casi di “aziende distribuite”, è cioè aziende dove i dipendenti possono liberamente scegliere da dove lavorare e, generalmente, agli orari che vogliano.

Il mondo sta cambiando e non si può fermare il vento con le mani, né si possono riportare indietro le lancette della storia. Si può, però, ragionare per fare in modo che le innovazioni delle meraviglie che stanno arrivando possano essere utilizzate per migliorare l’esistenza del numero più ampio possibile di persone, liberandole da mansioni abbrutenti e ripetitive e consentendo loro di dedicarsi a ciò che è proprio degli esseri umani e cioè la creatività. Chissà quante legioni di scrittori, poeti, studiosi, artisti, inventori geniali si son dovute piegare per necessità al lavoro ripetitivo e alienante di una fabbrica fordista.

Carlo Marx forse non aveva tutti i torti quando sosteneva che nelle fabbriche fordiste si metteva l’uomo al servizio della macchina, invertendo così il rapporto servo-padrone. Ora però si tratta di fare il contrario: schiavizzare i robot e liberare gli uomini[8]. E non è impossibile.

C’è un ulteriore elemento da tenere in considerazione. Sulla logica della fabbrica fordista non abbiamo soltanto plasmato le attività produttive e le nostre città, ma anche il sistema dell’istruzione e della formazione dei giovani. Che cos’è un ciclo di studi scolastici se non una catena di montaggio dove dei giovani, passando di stadio in stadio, vengono riempiti di contenuti fino al controllo di qualità finale (gli esami) che ne certifica la conformità ai parametri ministeriali prima di poterli immettere nel mercato?

Tuttavia questa organizzazione dell’istruzione potrebbe non essere più funzionale ai tempi moderni, sia perché il modello su cui è stato plasmato (la fabbrica fordista) non esiste più, sia perché il progresso scientifico procedere ad un ritmo così alto, portando avanti nel contempo un fronte di innovazioni così ampio che il tradizionale meccanismo di trasmissione del sapere potrebbe non essere più utilizzabile. In altre parole, tendenzialmente per quanto un essere umano possa studiare non riuscirà mai ad acquisire tutte le conoscenze necessarie a stare al passo con una economia trainata da una conoscenza che procede con una crescita che ha un ritmo esponenziale. Il che pone il problema di ripensare sia il modo in cui si insegna che ciò che si insegna.

Circa il modo di insegnare. Se la fabbrica fordista e l’ufficio fordista sono al tramonto, perché costringere delle giovani menti a stare implotonate in una scuola fordista come ai tempi di Franti e di Garrone? Forse potrebbe essere il caso di immaginare nuove soluzioni, anche per poter venire incontro alle esigenze lavorative dei genitori.

C’è di più, Google promette che presto le barriere linguistiche cadranno. Quando ciò avverrà, uno studente in qualsiasi parte del mondo potrà avere accesso alle lezioni dei più grandi luminari del pianeta in quel dato settore disciplinare. Ciò vorrà dire la crisi degli atenei e dei docenti mediocri ed un sollievo per le finanze familiari che non saranno più costrette a sborsare fior di quattrini per pagare gli studi del figlio fuorisede.

Sia chiaro: YouTube non è certo la panacea di ogni male, anzi si aprono problemi enormi a livello pedagogico (il ruolo dell’insegnante e la presenza/assenza di compagni di classe), giuridici (il valore legale dei titoli di studio) e di contenuti (circa la definizione dei piani di studio). Fatto sta che i paesi che riusciranno a connettere la propria struttura scolastica al sapere mondiale, che viaggia su quei canali, riusciranno a mettere il turbo ai propri studenti. Gli altri resteranno al palo.

Riguardo le materie di insegnamento. Anche qui è necessario rovesciare il paradigma. I successi della società aperta occidentale hanno creato un’economia, il cui motore è la conoscenza scientifica e l’innovazione tecnologica. Tuttavia i saperi che un giovane deve possedere per poter trovare lavoro crescono continuamente di numero e complessità, il che significa un allungamento a dismisura degli anni da passare sui libri e dei costi che una simile educazione comporta.

Come fare perchè un essere umano normale acquisisca tutte le conoscenze che gli servono per lavorare all’interno della moderna economia, pur sapendo che lo sviluppo delle conoscenza viaggia a una velocità alla quale nessun essere umano può andare?

La risposta è semplice. L’impero britannico formava la sua élite, che sarebbe poi stata chiamata a governare quell’impero, non insegnando loro tutte le storie dei singoli paesi nelle varie epoche, ma si concentrava esclusivamente sulla storia del mondo greco-romano[9]. Perché in quel caso, come scrive Toynbee, il rotolo della storia si era del tutto dispiegato dall’inizio alla fine[10].

Quel mondo, almeno nell’interpretazione dell’Inghilterra vittoriana, rappresentava un ciclo umano definito, con un inizio e una fine, all’interno del quale vi sono cadute e ascese, sviluppi e crisi, progressi e involuzioni, genialità e brutalità. In sintesi, una grossa casistica di quelle cose umane che tendenzialmente perdurano nei secoli. Così, i giovani inglesi venivano formati a capire il mondo, a saperne interpretare le novità e a orientarsi di fronte alle complessità e agli imprevisti, non a conoscere a menadito le cose note, ma per definizione limitate.

Allo stesso modo il mondo dell’informatica sta vivendo una vera rivoluzione da quando ha adattato lo stesso paradigma. Se prima infatti un programma era un lungo elenco di istruzioni e comandi impartiti a un computer nel quale si cercava di prevedere il più ampio numero di eventualità, ora si è passati ad un approccio totalmente diverso: si ordina ad un algoritmo di imparare da sé, di testare, sperimentare e trovare da sé la strada da percorrere[11].

Ecco allora il cambio di paradigma da fare. Invece di costringere i giovani a invecchiare tra i banchi di scuola e ad affannarsi come Sisifo a imparare cose che diventeranno presto obsolete, sarebbe più opportuno insegnar loro a imparare, a pensare, a ragionare, dando loro soltanto una buona bussola per orientarsi del mondo.

Lo stesso discorso fatto per la scuola, lo si può fare anche per la sanità. Che cos’è infatti un ospedale se non una officina fordista della salute, dove entra il paziente ammalato e, dopo essere passato di reparto in reparto, a seconda del guasto che ha, ne esce debitamente aggiustato?

I progressi fatti da questo sistema della sanità fordista, combinati con un sistema sanitario universalistico e tendenzialmente gratuito, con gli enormi passi in avanti fatti dalla ricerca scientifica e dalla scienza medica sono stati strabilianti, tanto da produrre un allungamento della vita media che non ha precedenti nella storia[12].

L’altra faccia della medaglia di questi progressi che hanno del prodigioso è un aumento costante delle spese mediche dovute proprio all’allungamento della vita media e ai costi degli strumenti di indagine e di cura. Il rischio è che un aumento costante dei costi della sanità e delle spese mediche possa pesare in maniera eccessiva sulle finanze statali.

Una cultura politica conservatrice o reazionaria potrebbe preferire tagliare le spese mediche, ridurre il carattere universalistico della sanità o la sua gratuità in nome della salute dei conti pubblici. Al contrario una cultura politica massimalista potrebbe imporre un pieno rispetto del diritto costituzionalmente garantito alla salute senza curarsi minimamente del problema della sostenibilità finanziaria di tale diritto.

Un approccio riformista invece deve porsi l’obiettivo di trovare un modo per garantire il pieno rispetto dei diritti sociali per il più ampio numero di persone possibile e ai livelli più alti di prestazione, tutelando nel contempo la salute delle finanze pubbliche. Come? Anche in questo caso utilizzando la leva tecnologica e invertendo il paradigma che ha plasmato sino ad ora la sanità pubblica: dalla cura delle malattie alla prevenzione e agli interventi preventivi.

Alcuni strumenti in questa direzione sono già applicati al mondo animale. In sintesi si tratta di utilizzare il concetto di Internet of Things, con sensori che inviano costantemente dati circa la salute dei componenti che fanno, per fare un esempio, un motore di un camion e che quindi ne tengono costantemente sotto controllo lo stato di usura per poter intervenire prima che il guasto si verifichi, applicandolo alla macchina corpo umano[13]. Una Internet of Human Things in grado di tenere costantemente sotto controllo tutti i parametri corporei, lanciando l’allarme prima che il guasto si verifichi. Il che comporterebbe un notevole risparmi delle spese sanitarie senza però impattare negativamente sullo stato di salute dei cittadini, anzi si eviterebbe il sorgere delle malattie.

C’è di più, come le nuove tecnologie della comunicazione e dei trasporti hanno trasformato la fabbrica fordista, così potrebbero trasformare anche l’ospedale fordista, con la possibilità di assistere a distanza i pazienti senza doverli per forza aggregare all’interno di una mega struttura ospedaliera. Sia chiaro, questi sono solo esempio rozzi ed improvvisati. Le soluzioni vere dovranno essere immaginate e realizzate da tecnici specializzati. Resta valido il principio: invertire il paradigma e utilizzare le tecnologie per garantire a tutti i diritti sociali garantiti dalla Costituzione a costi più bassi rispetto al passo, cercando così di mettere in salute non solo i cittadini ma anche le finanze pubbliche.

Nunziante Mastrolia

 

[1] M. Porter, Il vantaggio competitivo, Einaudi, Torino, 2011; R. Reich, L’economia delle nazioni, Il Sole24ore, Milano, 2003.

[2] M. Ford, The Rise of Robots, Basic Books, New York, 2015. Si veda anche R. Stagliano, Al posto tuo, Einaudi, Torino, 2016.

[3] E. Brynjolfsson, A. McAfee, La nuova rivoluzione delle macchine, Feltrinelli, Milano, 2015.

[4] E. Brynjolfsson, A. McAfee, In gara con le macchine, goWare, 2013.

[5] C. Anderson, Makers: The New Industrial Revolution, Crown Business, 2014.

[6] J. Lanier, Who Owns the Future?, Simon & Schuster Paperbacks, 2013. Si veda anche S. Galloway, The Four: The Hidden DNA of Amazon, Apple, Facebook, and Google, Portfolio, 2017.

[7] E. Schmidt, J. Cohen, The New Digital Age, Vintage, 2014. Si veda anche S. Johnson, Future, Perfect, Penguin, 2012; B. Stone, The Upstarts: How Uber, Airbnb, and the Killer Companies of the New Silicon Valley Are Changing the World, Little, Brown and Company, 2017.

[8] J. Kaplan, Le persone non servono, Luiss University Press, Roma, 2016.

[9] J. Ortega y Gasset, Aurora della ragione storica, SugarCo, Milano, 2009.

[10] A. Toynbee, Il mondo e l’Occidente, Sellerio, Palermo, 1992.

[11] P. Domingos, L’algoritmo definitivo, Bollati Boringhieri, Torino, 2016.

[12] A. Deaton, La grande fuga, Il Mulino, Bologna, 2015

[13] J. Rifkin, La società a costo marginale zero, Mondadori, Milano, 2015. Dello stesso autore si veda anche La terza rivoluzione industriale, Mondadori, Milano, 2012.

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