IL FUTURO DEL LAVORO

Pubblicato da Redazione il

 

Mi rendo conto che la questione è estremamente delicata, perchè riguarda il lavoro delle persone, che è la stessa cosa di dire le vite delle persone. Mi riferisco alla questione di rider e call center e alla questione del futuro del lavoro nel suo complesso.
Inizio da Marx. Posso sbagliarmi, ma, per quanto ne so, il barbuto di Treviri non dedica un rigo alla difesa dei maniscalchi, dei lampionai, ma dedica tutta la sua vita agli operai industriali, vale a dire la figura che occuperà il centro della discussione sul lavoro per un secolo e mezzo.
Ora, pur con tutte le cautele del caso dovute al fatto che si tratta di persone in carne e ossa e delle loro vite, fare del rider il centro delle politiche sul futuro del lavoro è come se Marx avesse scritto il capitale per difendere i maniscalchi. Nulla esclude infatti che i rider possano essere sostituiti a brevissimo da un esercito di droni in grado di consegnare qualsiasi cosa a domicilio e che gli operatori dei call center siano sostituiti da bot intelligenti in grado di sostenere una conversazione sempre più complessa con gli esseri umani.
Il punto dunque non è difendere delle professioni che a brevissimo saranno sostituite dalla tecnologia, ma usare la leva pubblica per portare quelle persone al riparo dall’ondata tecnologia: riqualificando chi può essere riqualificato e sostenendo chi non può essere più riqualificato. In questo senso in altre occasioni ho parlato di un “reddito da istruzione”: vale a dire uno stipendio ai giovani che studiano e a chi, perso il lavoro, vuole crearsi una nuova vita.
Il punto però ora è un’altro. Riqualificarsi per fare cosa? Come evitare di formarsi in una professione che potrebbe presto essere anch’essa fagocitata dalla sviluppo tecnologico?
Al momento, nonostante il moltiplicarsi degli studi a riguardo, non possiamo con precisione sapere quali e quanti lavori saranno sostituiti dalle macchine. Tuttavia, in linea di principio, qualche riflessione possiamo farla.
Estremizzando si può dire che resteranno umani quei lavori che hanno a che fare con l’essenza degli esseri umani; o, dirla diversamente, saranno robotizzati tutti quei lavori che possono essere robotizzati perchè non sono umani. Sarebbe dunque necessario interrogarsi anche filosoficamente su cosa è umano e cosa non lo è.
Qui però c’è un pericolo da evitare, quello cioè di fare un elenco più o meno lungo di cose che possono essere più o meno proprie di ogni essere umano. 
Per dire: scrivere un articolo è una attività esclusiva di un essere umano? No. comporre musica è una attività umano o no? Anche in questo caso la risposta è no: ci sono software in grado di comporre musica. Ma può un computer produrre una musica che emoziona una data generazione? Che si fa colonna sonora dei tempi? Lamento degli oppressi? Marcia di riscatto? Potrebbe un software musicare queste parole “Oh mia patria sì bella e perduta! Oh membranza sì cara e fatal! (…) Le memorie nel petto riaccendi, Ci favella del tempo che fu!” tanto da incendiare i cuori e spingerli alla rivolta? Allo stesso modo, può un software scrivere un testo che parla a intere generazioni, che attraversa i secoli, o in grado di indignare o commuovere a ogni latitudine? Francamente nutro più di qualche dubbio.
Chiarito ciò, ci deve ora chiedere chi è in grado di fare tutto ciò? La risposta è semplice e per rispondere bisogna ricorrere al tedesco, dove c’è una distinzione tra il lavoro come fatica, noia, ripetitività e cioè “arbeit” e il lavoro come vocazione e cioè “beruf”, vale a dire la possibilità di dare libero sfogo a quella creatività, o vocazione, che ogni essere umano ha dentro di sè.
In questo senso allora ha ragione Julian Simone quando sostiene che la vera grande risorsa di una nazione non è la dotazione delle sue risorse economiche, né la sua collocazione geografica, né la forza dei suoi eserciti, ma la possibilità che le menti creative con cui ogni essere umano viene alla luce possa fiorire al meglio e produrre tutti i suoi frutti.
Siamo al dunque. In linea di principio i robot non potranno fare tutto ciò che è essenzialmente umano, che consiste nella libera realizzazione di quell’essenza unica che ogni essere umano ha al centro della sua spera interiore. In altre parole, umano è la libera estrinsecazione della vocazione che ogni essere umano si porta con sé nel mondo al momento della sua nascita. Questo vuol dire che nessun robot potrà mai eguagliare ciò che un essere umano fa per vocazione o per empatia.
Questo vuol dire che mai sarà fagocitato dal progresso tecnologico il lavoro come Beruf, come vocazione per l’appunto, mentre il lavoro come arbeit, travaglia, fatica, trabaho, traveau, sarà delegato alle macchine e sarà una enorme svolta liberatrice per le forze creative dell’umanità. Per inciso, vale la pena di dire che questo tipo di lavori, vale a dire i lavori fatti per vocazione, proprio per la loro unicità sono ad alto valore aggiunto. Qualsiasi azienda o paese potrà acquistare i robot di ultima generazione, non tutti potranno avere accesso alle menti più creative.
Questo vuol dire che a vincere la competizione internazionale per produrre maggiore ricchezza e benessere, non saranno quei paesi che ingaggeranno una sfida al ribasso tra manodopera umana e manodopera artificiale sul costo del lavoro, ma quei paesi che saranno in grado di metter su le migliori istituzioni in grado di tirar fuori da ogni cittadino la sua intima vocazione ed educarla e allevarla la massimo grado. Compito della politica è creare queste istituzioni e, come la costituzione impone, renderle accessibili a tutti senza che nessuno resti indietro.

Nunziante Mastrolia

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