UN APPROCCIO STRATEGICO

Pubblicato da Redazione il

Il futuro è strategia, a questa considerazione si arriva ascoltando e leggendo le testimonianze di tutti coloro che, a vario titolo e nei campi più diversi, di futuro si occupano.

Quando si parla di futuro quali sono alcuni temi e le loro categorie più ricorrenti? Proviamo ad elencarli:

fluidità: sia che si guardi a questa categoria da un punto di vista positivo o invece assai critico la si potrebbe tradurre così: tutto scorre intorno a noi, niente è per sempre, tutto deve essere flessibile.  Vero, ma le cose migliori realizzate dall’uomo sulla faccia della terra nella storia vengono perlopiù da una visione antitetica a questa, ovvero l’aspirazione a realizzare qualcosa di durevole nel tempo, a connettere le cose tangibili a un ideale superiore in grado di plasmarle e di conferire loro un senso. Così nascono le cattedrali, le piramidi, le grandi architetture. C’è o non c’è quindi la necessità e di valori e visioni che possano ispirare il nostro futuro?;

complessità: tutto è diventato complesso. Gestire il traffico è complesso, cercare un lavoro è complesso, prendere qualunque decisione, immersi come siamo in un mondo imbevuto e ridondante di dati, è complesso.  La reazioni a tutto questo sono spesso, con un approccio assai diffuso e che desta crescenti preoccupazioni, da una parte la semplificazione irrazionale e fanatica del proprio quadro informativo (ovvero di quelle fonti di informazioni da ritenersi affidabili) e dall’altra il non scegliere, ovvero il delegare fideisticamente le proprie scelte complesse a macchine e sistemi informativi sempre più sofisticati e inteconnessi. Questo contagia in misura crescente anche la classe dirigente ed i politici, con il paradosso evidente che proprio coloro che dovrebbero fornire esempio, guida e contributi innovativi alla società, anziché analizzare e interpretare originalmente i problemi delegano spesso la loro decisione a interpolazioni statistiche di dati, opinioni e frustrazioni diffuse proprio di coloro che dovrebbero ispirare: è un po’ come guidare una macchina guardando solo lo specchietto retrovisore;

identità: questa categoria ci porta spesso ad un comportamento schizofrenico. Da un lato c’è una spinta ad una forte, progressiva e a volte spropositata affermazione del proprio io, anche nei suoi lati più deteriori: basti vedere quello che succede quotidianamente sui social network.  C’è chi fa fortuna esaltando lati, a volte deteriori, del proprio io o del proprio comportamento e la bontà di tutto questo è misurata in termini di follower, di applausi digitali o di like  L’altra faccia della medaglia è che siamo diventati dei numeri, un gregge di produttori spesso inconsapevoli di dati, basta pensare agli ultimi scandali internazionali per convincersene, per cui occorre sempre di più fornirsi di veri e propri metodi di sopravvivenza e “disobbedienza” digitale per sperare di ritagliarsi almeno un angolo di privacy digitale;

conoscenza: si parla sovente di economia della conoscenza. Spesso però si interpreta questo obiettivo dando vita a spropositate quantità di dati, come se il dato di per sé costituisse conoscenza, ma non si fornisce né si stimola la crescita di modalità interpretative e di selezione/classificazione delle informazioni, metodiche di analisi e ricerca, tecniche di pensiero laterale e divergente tese a valorizzare elaborazioni e interconnessioni creative;

-sostenibilità: la si definisce come la caratteristica di un processo o di uno stato di poter essere mantenuto e gestito ad un certo livello indefinitamente. Ma l’attuazione di questo concetto è spesso incerta, come spesso non chiara e universalmente risulta la definizione dell’ideale di sviluppo sostenibile che tale categoria sottende.

La risposta agli interrogativi e agli scenari posti da queste categorie potrebbe venire dal concetto di strategia: forse dobbiamo sviluppare un senso strategico diffuso, individuale e collettivo e favorire quegli enti, progetti e istituzioni che ci aiutino a farlo. In altre parole i concetti che afferiscono alla strategia aziendale ci possono aiutare a fare di noi stessi una impresa che scommette positivamente su un futuro dove il nostro valore sia moltiplicato e non svilito

Nel business la strategia in una parola è l’atto di inverare le assunzioni alla base di una idea imprenditoriale tramite la realizzazione governata e a lungo termini di un piano che è, alla sua radice, una scommessa sul futuro. Come questo concetto può concretamente aiutarci? Soffermandoci sulle categorie precedenti:

  • La strategia aiuta a definire la nostra identità, perché ci insegna che per realizzarla è necessario riflettere su una visione, ovvero su quale dei molti futuri possibili riteniamo il migliore;
  • La strategia ci insegna però altre due cose di cui la prima è che non possiamo pretendere di realizzare un progetto così importante usando scorciatoie: ci vuole tempo ed è necessario affiancare alla strategia un’altra arma, la visione tattica. La visione può aiutarci a cambiare il mondo, la tattica ci insegna come farlo città per città;
  • La seconda cosa che la strategia ci insegna è che non possiamo realizzare una strategia senza tener conto realisticamente di noi, dei nostri limiti e delle aspirazioni, a volte contrastanti, di tutti i membri della società nella quale viviamo: quindi la strategia di obbliga a un faticoso ma salutare processo di sintesi e dialogo, parole che sembrano scomparse dal nostro dizionario;
  • La strategia ci indica come sviluppare e affermare la propria personalità, lavorando sugli elementi che non ci fanno essere migliori degli altri, ma unici rispetto a tutti gli altri. L’unicità è l’unica categoria che nessuna macchina o sistema potrà mai eguagliare o toglierci, ed è ciò che può renderci capaci di confrontarci con fiducia e costruttivamente con le sfide del futuro. Tuttavia ciò deve essere attuato su basi oggettive, fondate e consistenti, e su un criterio di assunzione di responsabilità verso gli altri, inoltre ci insegna l’umiltà di misurare i propri risultati e apprezzare, gestendoli, gli insegnamenti contenuti in un problema, in un conflitto o persino in un fallimento;
  • Lo sviluppo di una visione strategica ci insegna che in certi momenti un uomo può anche essere un’isola ma che certo deve sempre portare con sé la disponibilità e la capacità di creare ponti, perché spesso, proprio come nel campo imprenditoriale, il successo si raggiunge in rete, in forma collaborativa e non divisiva;
  • Strategia è fare il massimo con il minimo sforzo, ottenendo risultati stabili e ripetibili e con la massima efficacia: in tutto questo i concetti di sostenibilità, scarsità delle risorse disponibili con le conseguenti necessità della loro ottimizzazione, in una parola la consapevolezza dell’importanza di un approccio frugale applicato al proprio agire sono già molto diffusi.

In ultima analisi e forse più importante di tutto, la strategia ci insegna che divenire “imprenditori del nostro futuro” è probabilmente la capacità di analizzare rischi e bisogni sociali, mitigando i primi e fornendo una riposta semplice e concreta ai secondi, una risposta la cui definizione e la cui visione di assieme non possono essere delegate e devono essere unicamente e autenticamente nostre.

Massimiliano Bellavista

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