STATO 4.0

Pubblicato da Redazione il

di Nunziante Mastrolia

 

 

INTRODUZIONE

L’obiettivo di queste poche pagine è quello di fornire qualche spunto di riflessione intorno a cui imbastire una proposta programmatica. Il perno intorno a cui questo scritto ruota è l’idea di un revival del ruolo e delle funzioni di quello Stato che per il liberismo, la vera fonte della crisi economica, era causa di ogni male.

Mettere al centro dell’offerta programmatica il ritorno dello Stato potrebbe essere utile per più motivi.

In primo luogo ci permetterebbe di impostare un programma coerente in grado di dare una visione chiara di quel futuro che con la nostra azione politica si intende costruire.

Inoltre, ci permetterebbe di prendere le distanze dal neoliberismo imperante degli ultimi trent’anni, per il quale lo Stato altro non era che oppressione, tirannia e sperpero di denaro e nel contempo ci consentirebbe di dare un senso concreto ed indicare uno strumento preciso per soddisfare quel bisogno di protezione che viene da quanti (i più) stanno uscendo sconfitti dalla lotta economica. Una protezione concreta e razionale che non scada nel populismo e in quel sovranismo che è totalmente incompatibile con la tradizione della sinistra italiana che è internazionalista per definizione.

Infine, ci permetterebbe, agendo in sinergia con il sindacato, di dialogare con quella parte del mondo dell’industria a cui sta realmente a cuore la competitività di lungo periodo del paese e che sente la necessità di una cooperazione con una mano pubblica che possa supplire alle deficienze dei privati in termini di programmazione di medio lungo periodo e sulle questioni della Ricerca e Sviluppo.

In questo senso, viene proposta qui la formula dello “Stato 4.0”, quasi come uno slogan per poter rivendicare la modernità di un nuovo intervento statuale, che abbia la stessa dignità del concetto di “Industria 4.0”.

Sia chiaro, di per sé l’espressione “Stato 4.0” non è corretta, perché lascia intendere una evoluzione temporale in quattro stadi che in realtà non c’è.

In effetti, gli stadi sono tre e cioè il passaggio dallo Stato, il cui fine principale era quello della guerra (Warfare State), ad uno Stato il cui fine è quello di garantire il benessere collettivo dalla culla alla tomba (Welfare State) per arrivare ad uno Stato (è questa l’evoluzione che propongo) il cui fine principale non è solo quello di finanziare l’innovazione, come lascia intendere la Mazzucato, ma è anche quello di elevare il grado di conoscenza, istruzione e formazione ai massimi livelli una intera popolazione, creando così le condizioni per la promozione della ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica, vale a dire i reali motori della crescita economica. In questo senso si potrebbe realmente parlare di uno Stato della conoscenza. (Knowledge State).

Il tratto distintivo dunque di questo revival statuale consiste nella costituzione di un vero e proprio Knowledge State quale ultima evoluzione di quell’attore collettivo, di cui anni fa si era dichiarata troppo presto la fine (Kenichi Ohmae).

Precisato ciò, con l’espressione “Stato 4.0” vorrei indicare quattro compiti ai quali lo Stato dovrebbe assolvere, per promuovere un più equo sviluppo economico e che consenta di mettere al passo un intero paese con quella rivoluzione tecnologica che sta arrivando e che potrebbe avere un impatto enorme sul mondo del lavoro.

In questo senso, non credo che l’idea della fine del lavoro, dovuta alla robotizzazione ed informatizzazione di tutti i processi produttivi, sia qualcosa di reale.

Il lavoro non finisce ma cambia: la rivoluzione tecnologica infatti se elimina alcuni posti di lavoro ne produce altri, dando vita a nuove industrie, che però richiedono mansioni nuove, nuove specializzazione e nuovi profili professionali. Di qui l’esigenza di una mano pubblica che formi queste nuove professionalità e produca nuove intelligenze in grado di concepire e sviluppare in Italia i prodotti innovativi del futuro e le rivoluzioni scientifiche che verranno.

Le quattro funzioni sono le seguenti:

  1. Politica industriale
  2. Politica scientifica/tecnologica
  3. Politica sociale (Welfare State, Istruzione e Sanità)
  4. Politica territoriale e ambientale

Politica industriale: l’idea è duplice. Da una parte usare la mano pubblica in cooperazione con i privati per potenziare quei nuovi settori industriali (robotica, cybersicurezza, genoma, Big Data analysis) che potrebbero avere lo stesso “ruolo di servizio” che ebbe la grande industria del passato nel sostenere la crescita del settore privato in Italia (Patrizio Bianchi), così come fu nel caso della chimica, dell’acciaio e dell’energia. Dall’altra usare la mano pubblica per coordinare più attori nella costituzione di quei cluster high-tech, che fanno la forza della Germania e degli USA (Enrico Moretti). Due gli esempi nazionali: la Pharma and Device Valley in Toscana e il Polo della Meccanotronica di Rovereto.

Politica scientifica e tecnologica: non si tratta solo della necessità prioritaria che lo Stato finanzi ed accresca gli stanziamenti per la ricerca scientifica e tecnologica, ma che la mano pubblica abbia un ruolo attivo nella creazione di una “filiera” della ricerca scientifica e tecnologica che colleghi la ricerca di base, sul modello tedesco degli Istituti Max Planck, con la ricerca applicata, come nel caso degli Istituti Faunhofer in Germania, e i cluster high-tech di cui sopra.

Politica sociale: tutela di chi non ce la fa a stare al passo con i tempi, promuovendo una redistribuzione della ricchezza (progressività della tassazione e stato sociale) e promuovendo l’uguaglianza dei punti di partenza. Per quanto riguarda l’istruzione e la sanità questi sono gli ambiti più efficaci per curare quella questione sociale che è il naturale portato della libera azione delle forze di mercato. Sono gli strumenti che impediscono che la disuguaglianza prodotta si possa ossificare ed evitare il rischio che le nostre società aperte, in assenza di un intervento statale, si possano tramutare in società castali.

Di qui la necessità del rafforzamento di un Welfare State pubblico e universalistico, in particolare per quanto riguarda la salute fisica (sanità) ed intellettiva (scuola ed università) di quella che è la maggiore ricchezza di un paese, e cioè i suoi cittadini.

C’è di più. Alcuni servizi pubblici, come quello della scuola e della sanità, sono stati pensati sul modello della fabbrica fordista e della catena di montaggio. Grandi complessi nei quali uno studente vuoto di competenze, passando per vari stadi (le diverse classi), viene riempito di conoscenze. Stessa cosa accade per i grandi ospedali, che sono concepiti come megastrutture fordiste.

Tuttavia, se con le moderne tecnologie la fabbrica fordista è quasi sparita e la catena di montaggio è esplosa disseminandosi a livello globale, le strutture pubbliche continuano ad essere ispirate a quella vecchia logica.

Di qui la necessità di un ripensamento: come deve cambiare la scuola ora che il progresso delle conoscenze avanza con una progressione geometrica, con il rischio che quanto si apprende tra i banchi di scuola possa essere superato dopo pochi anni? Come deve cambiare l’Università ora che chiunque è in possesso di una connessione Internet può ascoltare, grazie ai balzi in avanti fatti dalle tecnologie che consentono una traduzione simultanea, i più grandi luminari del pianeta nei più diversi ambiti scientifici senza muoversi da casa? Ed infine come dovrà cambiare il mondo della sanità ora che le nuove tecnologie potrebbero favorire l’assistenza diffusa sul territorio?

Politica territoriale ed ambientale: fa riferimento alla necessità di promuovere uno sviluppo che sia compatibile con la tutela ambientale e predisporre un servizio di tutele territoriale che curi le ferite di un territorio fragile e a volte trascurato.

Queste quattro politiche possono non solo intrecciarsi tra loro, ma dovrebbero incrociare tre questioni: la prima è la questione del reddito di cittadinanza; la seconda è la questione meridionale; la terza è la questione ambientale.

Il reddito di cittadinanza. Così come concepito dal M5S non ha alcun senso in una economia aperta: non aumentando la produttività e andando a sostenere anche le importazioni alla fine diventa insostenibile.

È tuttavia necessario pensare ad una forma di intervento di questo tipo che possa in qualche modo placare quella paura di futuro che colpisce i ceti medi impoveriti e alimenta i populismi, ma che nel contempo sia un investimento sul futuro, che favorisca un cambio di pelle dell’economia italiana e che possa contribuire ad un aumento della produttività.

Di qui la proposta di un reddito di cittadinanza a quanti non riescono a tenere il passo con le rivoluzioni tecnologiche che stanno rimodellando i tessuti economici e dall’altra un reddito di cittadinanza legato all’istruzione. Il punto fondamentale è che, come si diceva, le nuove rivoluzioni tecnologiche richiedono alti profili professionali e specializzazione complesse. Tuttavia tali alte professionalità e specializzazioni complesse hanno un costo spesso proibitivo per le famiglie di un ceto medio che si è impoverito.

Di qui un doppio danno: da una parte senza tali professionalità si accresce la disoccupazione giovanile, dall’altra il tessuto produttivo, privo di tali specializzazioni, rischia di rimanere al palo e di perdere l’onda tecnologica che sta arrivando. Il che significa gravi conseguenze sociali ed economiche che si rafforzano a vicenda in un circolo vizioso.

Di qui la proposta di un reddito per gli studenti in regola con il corso di studi, per tutto il periodo della loro formazione oltre la scuola dell’obbligo. Un reddito che può, ad esempio, essere modulato in maniera crescente al crescere del livello di questa formazione (dalla triennale al dottorato) o a seconda delle materie (scientifiche o umanistiche) nel caso si voglia favorire maggiormente l’una o l’altra. Allo stesso modo si può pensare ad un reddito – banalizzo – per l’operaio che, scacciato dalla catena di montaggio da un robot, si iscrive ad ingegneria.

Il vantaggio di un tale reddito da istruzione, potrebbe essere duplice, da una parte ha una natura assistenziale, dall’altra contribuirebbe a mettere un’intera popolazione al passo con la rivoluzione tecnologica e nel contempo contribuisce a formare quelle competenze di cui il mondo dell’Industria 4.0 ha bisogno e forma quelle menti che potrebbero promuovere in futuro nuove ondate innovative.

Tutto ciò con importanti conseguenze sul fronte della perequazione delle opportunità e della mobilitazione sociale. Si eviterebbero così i difetti del modello americano fatto di costi crescenti dell’istruzione, indebitamento degli studenti e di una conseguente riduzione del numero di persone in possesso di quelle alte competenze professionali di cui un’economia innovativa ha bisogno. In sintesi, il mondo della produzione, rimodellato dalla rivoluzione tecnologica, incipiente richiede nuove competenze. L’acquisizione di tali competenze ha un costo sempre più elevato. La mano pubblica può intervenire facendo sì che il più altro numero di cittadini acquisiscano le più elevate competenza possibili.

La questione meridionale. Come l’Iri e la Cassa per il Mezzogiorno, idee intelligenti del passato che poi si sono allontanate dai compiti iniziali per i quali erano state concepite, hanno favorito lo sviluppo nel Sud d’Italia di industrie che avrebbero dovuto trainare lo sviluppo economico, così oggi la mano pubblica potrebbe favorire a Sud lo sviluppo di quelle industrie del futuro indicate in precedenza o di quei cluster high-tech che potrebbero fare da volano ad uno sviluppo economico endogeno.

Questione ambientale e territoriale. Allo stesso modo, la leva pubblica potrebbe essere usata per favorire l’insediamento di particolari istituti di ricerca in aree territorialmente svantaggiate del paese, o in aree tutelate dal punto di vista ambientale, così da creare dei veri e propri distretti della ricerca scientifica che potrebbero innescare un circolo virtuoso tra sviluppo economico, tutela ambientale e cura del paesaggio. Inoltre, come è già stato proposto, una qualche forma di reddito potrebbe essere elargita a chi si occupa della tutela territoriale.

 

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IL FALLIMENTO DEL LIBERISMO

C’è il rischio che a sinistra le vecchie sirene del massimalismo possano produrre disastri. Si va, infatti, affermando una lettura della crisi e dei problemi che ancora affliggono il paese nella quale si attribuiscono tutte le colpe al capitalismo e alla globalizzazione, con accenti simili alle interpretazioni di Trump in America e della Le Pen e di Melènchon in Francia.

Se il nostro movimento dovesse fare propria questa lettura dei fatti sarebbe un errore grave soprattutto perché si tratta di una diagnosi sbagliata di quanto accaduto negli ultimi decenni. La causa causarum della crisi economica non è, infatti, da attribuirsi né nel mercato né nella globalizzazione economica.

La causa è, al contrario, da individuarsi in una particolare visione politica che va sotto il nome di liberismo, che nulla ha a che fare con l’economia di mercato e con il capitalismo, ma ha molto in comune con una visione religiosa, una sorta di fideismo laico, un integralismo di mercato che attribuisce virtù taumaturgiche al libero ed indisturbato gioco delle forze del mercato, che sarebbero in grado di trasformare l’interesse privato in benessere generale, andando così a diffondere su tutta una società quelle ricchezze che sono state prodotte dalla slancio e dalla determinazione di pochi. A tale proposito, un grande liberale, Luigi Einaudi, scriveva: “Non v’è più nessuno il quale dia alla regola empirica del lasciar fare e del lasciar passare (cosiddetto liberismo economico) valore di legge razionale o morale; ma non oserei neppure affermare che vi sia tra gli economisti chi dia al ‘liberismo’ quel valore di ‘legittimo principio economico’ che il Croce sembra riconoscergli indiscutibilmente”. In sintesi, “la scienza economica” – è ancora Einaudi che parla – “non ha nulla a che fare con la concezione religiosa del liberismo”.

Tale visione religiosa postula che il mercato e la legge della concorrenza, se non disturbate da interventi esterni, quali quelli dello Stato e dei sindacati, sono in grado di trasformare i vizi privati in pubbliche virtù e di trasformare l’ansia di guadagno di pochi in benessere per tutti. È l’idea, orami nota, dello sgocciolamento, vale a dire un vero e proprio dogma secondo il quale la ricchezza che i pochi acquisiscono con il tempo sgocciola verso il basso sollevando tutte le barche, il che vuol dire che quella ricchezza che in una prima fase produce disuguaglianza, in seguito, sgocciolando verso il basso, va a costituire una ricca e prospera classe media.

Infatti, che una ricca e prospera classe media sia un elemento di stabilità politica e di propulsione economica è un concetto riconosciuto da molti (a partire da Aristotele) e non negato nemmeno dai liberisti; anche per loro infatti l’uguaglianza è un utile obiettivo.

Il punto è come ci si arriva a quell’uguaglianza. Per i liberisti ci si arriva attraverso la disuguaglianza, che diviene, per coloro che restano indietro un pungolo per migliorarsi ed avanzare.

Semplificando, nella concezione hayekiana è utile lasciare che una pattuglia di pochi si arricchisca, così che in coloro che sono rimasti indietro scatti l’ambizione a raggiungere i livelli di ricchezza e benessere raggiunti da quei pochi. Così un numero maggiore di persona inizierà a lavorare duramente fino a raggiungere la pattuglia di testa. In questo modo, la disuguaglianza iniziale si trasforma naturalmente in uguaglianza ad un più alto livello di progresso.

Ciò significa che una ricca e prospera classe media, motore di sviluppo economico e pilastro di stabilità politica, ed il continuo avanzare del progresso altro non sono, nella concezione liberista, che il naturale prodotto delle forze di mercato, frutto della disuguaglianza.

Si comprende allora perché i liberisti siano a favore di una riduzione della tassazione alle fasce più alte fasce di reddito o comunque a favore di un sistema proporzionale di tassazione (si tratta di promuovere la disuguaglianza) e siano contrari all’ingerenza di attori esterni, siano essi lo Stato o i sindacati, che intendano curare la disuguaglianza: alterando il meccanismo descritto prima impedirebbero l’arricchimento dei più e bloccherebbero le molle del progresso.

Scrive Hayek, il padre del paradigma dominante all’interno del quale ancora viviamo, “la velocità complessiva del progresso verrà accresciuta da chi avanza rapidamente. Anche se all’inizio molti resteranno indietro, non passerà molto tempo che l’effetto cumulativo della nuova strada faciliterà loro il progresso e li inserirà nella marcia. […] dopo un determinato periodo di rapido progresso, il beneficio complessivo per quanti seguono è tale da permetter loro di progredire più rapidamente di coloro che guidavano la marcia, sicché la lunga colonna del progresso umano tende a serrare i ranghi. (…) È così che le forze che all’inizio danno maggiore spinta alle disuguaglianze tendono in seguito a diminuirle”.

L’importante è non cadere in tentazione: “In qualsiasi momento sarebbe facile migliorare la posizione dei poveri, dando loro quello che potremmo prendere ai ricchi. Ma una simile parificazione delle posizioni nella colonna del progresso umano, mentre affretterebbe in un primo tempo la serrata dei ranghi, ben presto rallenterebbe l’intero movimento e alla lunga tratterebbe indietro chi si trova già nella retroguardia”. Tralascio il fatto che c’è un buco enorme per quanto riguarda i tempi: quando le cose miglioreranno anche per chi è rimasto indietro? “Abbiate fede” – questa sembra essere la risposta di Hayek – “nel lungo periodo prima o poi le cose si aggiustano”. È invece noto il punto di vista di Keynes sulla questione.

Da ciò ne deriva un ruolo ancillare della politica, il cui compito deve limitarsi ad eseguire i desiderata dell’imprenditore e del mercato, mentre lo Stato deve limitarsi al ruolo di guardiano notturno della proprietà privata. È l’idea dello Stato minimo, cara a tutti i liberisti.

Così, le lotte per la sopravvivenza e la ricchezza all’interno del mercato, le ingiustizie, le prepotenze, l’avidità, lo stridore della povertà e dell’abbondanza all’interno di una stessa società si ricomporranno naturalmente nell’armonia superiore di un accresciuto benessere generale e di un più avanzato progresso sociale: in ciò consiste essenzialmente l’atto di fede del liberista.

Con questa certezza, scrive Keynes, “il filosofo politico poteva cedere il passo all’uomo d’affari, poiché quest’ultimo avrebbe realizzato il summum bonum del filosofo perseguendo semplicemente il suo profitto privato”.

Ovviamente le cose non sono andate così e l’aumento crescente della disuguaglianza, emblematico il caso degli Stati Uniti a questo proposito, è la dimostrazione del fatto che senza un intervento di correzione esterno, le disuguaglianze (Piketty lo ha provato) si accrescono, le società di dividono in classi e c’è il rischio che le repubbliche diventino l’arena dove gli oligarchi competono per acquisire attraverso il potere economico che già posseggono anche il potere politico, per via diretta o indiretta.

C’è un ulteriore prova che confuta la magica armonia (i vizi privati che si trasformano in pubbliche virtù) immaginata dai liberisti. Ne La società libera Hayek, a sostegno delle sue tesi, indica il caso americano: “ammiro moltissimo il livello di uguaglianza sociale raggiunto dagli Stati Uniti”. Ma così dicendo commettere un errore colossale: dato che quella uguaglianza che desta la sua ammirazione non è affatto il naturale prodotto delle forze di mercato, ma di una precisa azione politica.

La data di pubblicazione della prima edizione de La società libera (titolo originario The Constitution of Liberty) è il 1960 e siamo pertanto nel pieno di quella che Krugman ha definito la Grande Compressione o, per dirla diversamente, di quel paradigma socialdemocratico o del Keynes-Beveridge Consensus. In altre parole, è ancora l’America forgiata dal New Deal di Roosevelt.

A tale proposito Krugman scrive: “quando gli economisti, allarmati dall’aumento della disuguaglianza, cominciarono a risalire alle origini della classe media americana, scoprirono con sorpresa che la transizione dalla disuguaglianza della Gilded Age, l’età dell’oro di fine Ottocento, all’uguaglianza relativa del dopoguerra non era stata una evoluzione graduale. La società middle-class dell’America postbellica era stata creata, nell’arco di soli pochi anni, attraverso l’intervento pubblico”.

Questo significa che un periodo di enorme disuguaglianza è il naturale prodotto delle forze di mercato, in assenza di qualsiasi intervento perequativo della mano pubblica, mentre l’uguaglianza, e quindi la costituzione di quella classe media che ha fatto da propulsore ai “Trenta gloriosi”, è il prodotto della politica.

Se la politica, in altre parole, non «tosa», per dirla con le parole di un grande socialista come Olof Palme, il capitalismo e non allestisce un sistema di redistribuzione della ricchezza e delle opportunità, non vi è uguaglianza, né si formerà quella classe media senza la quale i consumi restano al palo, la crescita economica ristagna e le repubbliche vacillano.

È quasi una costante: dalla Grecia dei Teti, alla Roma dei Gracchi, alla Firenze dei Ciompi, il mercato lasciato a sé stesso produce sì ricchezze delle meraviglie, ma contemporaneamente produce disuguaglianza, e, in assenza di interventi perequativi, quanto meno delle opportunità, o di assistenza per chi è rimasto indietro, genera quella questione sociale che trasforma il popolo in quella folla che – la storia d’Europa ne è testimone – si fa levatrice di tirannidi.

In sintesi, una architettura istituzionale di tipo liberale, dove è garantito il governo della legge e delle più classiche libertà liberali, è il presupposto necessario perché possa avviarsi una grande fase di sviluppo economico, vale a dire una vera e propria grande trasformazione. Tuttavia, tale processo economico produce naturalmente effetti positivi (sviluppo economico) e negativi (questioni sociali): è la grande contraddizione, già individuata da Keynes, della povertà nell’abbondanza.

Se non curata, una questione sociale, corrode dall’interno le repubbliche nelle quali il potere politico è ormai alla mercé di quanti (i pochi) sono usciti vincitori dalla fase di Grande trasformazione. A quel punto c’è il rischio, come accaduto nella Repubblica Roma e nella Firenze Rinascimentale, che il denaro si appropri della forza pubblica, trasformando le repubbliche in autocrazie, distruggendo così le istituzioni liberali e lo sviluppo economico da esse prodotto. Così le società aperte si trasformano in società chiuse.

Come se ne esce allora? Partiamo da una definizione di questione sociale. È possibile affermare che ci troviamo di fronte ad una questione sociale quando una società presenta un elevato grado di disuguaglianza economica e la contemporanea occlusione o privatizzazione dei canali di ascesa sociale (scuola) e di assistenza a quanti non ce la fanno con le solo proprie forze.

Ciò significa che il modo per risolvere una questione sociale è attraverso l’utilizzo di una tassazione progressiva (tassazione diretta e tasse di successione), attraverso le quali ridurre le disuguaglianze e nel contempo acquisire dai più ricchi quelle risorse che servono a finanziare gli strumenti istituzionali in grado di garantire a tutti mobilità sociale (scuola ed istruzione pubblica) ed assistenza a chi è rimasto indietro, a chi non ce la fa o a chi è stato colpito da sorte avversa (sanità pubblica, pensioni, politiche assistenziali). Tutto ciò ha un solo nome e cioè Stato sociale.

Storicamente, infatti, la soluzione più efficace per la risoluzione delle questioni sociali è stata la costruzione, intorno ai diritti sociali, di un Welfare State, attraverso il quale la mano pubblica ha curato i mali naturalmente prodotti dal libero gioco delle forze del mercato, lasciando che queste producessero sono effetti positivi. Di qui quel continuo progresso sociale insieme allo sviluppo economico che si è avuto negli anni del dopoguerra.

Si capisce allora perché Ralph Dahrendorf ha definito quella dello Stato sociale, la più grande invenzione della storia umana, dato che consente, imponendo un equilibrio tra le libertà liberali frutto delle grandi rivoluzioni liberali del passato e le libertà sociali, conquiste dei movimenti operai e sindacali degli ultimi secoli, di conciliare libertà e giustizia sociale e così di mantenere in vita le nostre società aperte.

C’è di più, con l’avvento di quello che è stato definito il Keynes-Beveridge Consensus o paradigma socialdemocratico, alla mano pubblica è stato attribuito anche il compito di intervenire, nella sfera economica e sociale, fornendo una serie di beni di pubblica utilità: dall’istruzione alla ricerca scientifica, dalla sanità ai trasporti pubblici fino a quei prodotti di base necessari a mantenere alta la competitività del settore privato, dalla chimica alla siderurgia, passando per l’energia elettrica.

Se la causa dei mali presenti non è da attribuire al mercato in sé e per sé, non la si deve attribuire nemmeno alla globalizzazione, che altro non è che l’esplosione della fabbrica fordista e il disseminarsi delle varie fasi della produzione, che prima si svolgevano su una singola catena di montaggio, su scala planetaria a seconda dei diversi vantaggi comparati offerti dai vari paesi.

Così i paesi in via di sviluppo (è il caso della Cina) che potevano offrire bassi costi della manodopera hanno attratto soprattutto le fasi labour-intesive della produzione a più basso valore aggiunto, mentre i paesi che potevano offrire altri tipi di vantaggio comparato, con personale altamente specializzato, hanno attratto le fasi della produzione a maggiore contenuto di conoscenza e a più alto valore aggiunto.

Il che vuol dire che se un paese sviluppato e di antica industrializzazione, come è il caso dell’Italia, ha subito gravemente la concorrenza dei paesi in via di sviluppo, la colpa non è da individuarsi né nella globalizzazione, né nei paesi in via di sviluppo, che legittimamente perseguono sogni di benessere e prosperità, ma all’assenza di una politica industriale ed economica di lungo periodo che potesse far sì che il vantaggio comparato dell’Italia si spostasse verso fasi a più alto contenuto di conoscenza  e meno soggette alla concorrenza dei paesi in via di sviluppo. Il motivo di tale mancata azione è da individuarsi anche nella dilapidazione di quel patrimonio di imprese pubbliche attraverso il quale la mano pubblica forniva al sistema privato quei beni di pubblica utilità che non era in grado di produrre.

Per dirla con una battuta, se i cinesi hanno imparato ad assemblare le biciclette come noi italiani ma ad un prezzo più basso, la colpa non è dei cinesi né della globalizzazione, ma nostra che abbiamo creduto di godere di un diritto divino alla produzione per sempre di un determinato prodotto, ed abbiamo continuato a produrre bicilette senza metterci a produrre astronavi.

In conclusione, le colpe della situazione attuale non vanno attribuite al mercato, ma ad una particolare visione politica che ha attribuito al mercato compiti che non è in grado di assolvere, come quello del benessere generale che è compito della politica raggiungere intervenendo con particolari strumenti (Welfare State e tassazione progressiva) all’interno della sfera economica e sociale, curando quelle disuguaglianza che naturalmente il mercato produce e che se non curate rischiano di generare una questione sociale che è la malattia più pericolosa per le liberal-democrazia, in grado di trasformare una società aperte nel suo opposto, vale a dire una società chiusa.

 

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LA PROSPETTIVA INTERNAZIONALE

Il trentennio neoliberista con la mortificazione delle funzioni statuali ha privato la politica italiana di uno sguardo sul mondo, sottraendo alla politica quella dimensione prospettica necessaria ad inquadrare la natura globale di molte delle sfide e dei problemi che poi si impongono sulla scena nazionale.

Anche per questo, sarebbe una contraddizione in termini se la sinistra italiana, internazionalista per definizione, dovesse farsi attrarre dalla ristretta visione sovranista di Melénchon.

Con la fine della seconda guerra mondiale e con gli Accordi di Bretton Woods si diede vita ad un ordine internazionale basato sui liberi scambi, su interventi strutturali finalizzati alla eliminazione di quei nodi che bloccavano lo sviluppo dei paesi del Sud del mondo (si pensi al caso delle Banca Mondiale) e che impedisse il ritorno della competizione economica e politica tra le grandi potenze. Quella competizione che – come sostiene John Ikenberry – ha poi gettato il mondo nella guerra. A differenza che nel passato (come nel caso della Pax Britannica), tale ordine venne imperniato attorno a delle grandi istituzioni internazionali (ONU, Banca Mondiale, FMI, GATT-WTO) che ne garantivano la governance multilaterale, mentre era demandato ai singoli stati il compito di conciliare a livello interno sviluppo economico e giustizia sociale.

In questo modo, ordine interno e ordine internazionale lavoravano insieme in maniera coordinata, così che per un lungo periodo di tempo – la più grande fase di sviluppo dell’umanità – sviluppo economico e progresso sociale hanno marciato di pari passo.

L’avvento del paradigma neoliberista ha alternato questo meccanismo e se alcuni paesi, in particolare India e Cina, hanno fatto straordinari progressi nella lotta alla povertà, altri hanno vissuto percorsi più travagliati, in particolare in Africa dove in tempi brevissimi alla politica di stampo socialista e di tipo assistenziale, si sono sostituite riforme liberiste favorite dai programmi di aggiustamento strutturale della Banca Mondiale che hanno prodotto un aumento delle disuguaglianze.

Tali processi, e cioè un l’amputazione di quella mano pubblica che avrebbero dovuto curare i mali prodotti naturalmente dal mercato, hanno prodotto una questione sociale internazionale, che divide il Sud dal Nord del mondo. Una questione sociale alla quale è necessario far fronte utilizzando gli stessi strumenti e le stesse logiche che si sono adoperate in passato per la cura della questione sociale interna: vale a dire Stato sociale, e cioè assistenza a quanti non riescono a far fronte da sé alle esigenze della vita, ed inoltre scuola pubblica, sanità pubblica da finanziarsi attraverso un sistema di tassazione globale.

Sono indubbiamente obiettivi lontani, difficili a realizzarsi, forse al limite dell’utopia, ma resta questo, a mio avviso, l’orizzonte nel quale inquadrare questi problemi. In altre parole, per risolvere problemi globali non si può che ricorrere a soluzioni globali, per le quali servono fonti di finanziamento globali.

Riguardo all’Africa e alle migrazioni che giungono sulle nostre coste, si pone la necessità di interventi non episodici e epidermici.

C’è un intero continente, l’Africa, che ribolle e che, sebbene in maniera non uniforme, cresce a ritmi significativi e nel quale stanno penetrando velocemente quelle nuove tecnologie della comunicazione, attraverso le quali tutti possono intravedere le luci dell’Europa, sentire il profumo della modernità e percepire l’esistenza di un luogo dove si può vivere una vita migliore, più piena, più felice.

Negli anni della Guerra Fredda, FriedrichStrasse (quella del Check Point Charlie) fu trasformata nella più sfavillante via di Berlino Ovest, così che da Berlino Est potessero vedere, ma non toccare, le luci del benessere occidentale.

Oggi sul telefonino, sul computer di ogni giovane africano o di un paese in via di sviluppo è visibile una FriedrichStrasse che dice che altrove si vive una vita più bella, un richiamo irresistibile per chiunque aspiri ad una esistenza migliore per sé e i propri cari.

Ciò pone in primo luogo a noi europei la questione dello sviluppo di un intero continente che abbiamo trascurato nell’ultimo decennio, riducendo i fondi per la cooperazione, alterando la funzione originaria della Banca Mondiale, da finanziatore di progetti infrastrutturali ad alfiere dello stato minimo liberista, e soprattutto attuando politiche di stampo protezionistico nei confronti dei prodotti e delle merci proveniente dal Sud.

Negli ultimi anni, infatti, l’Unione ha imposto nei mercati del Sud la liberalizzazione di quei settori manifatturieri dove siamo forti noi ed ha mantenuto protetti (in maniera soprattutto indiretta attraverso la Politica Agricola Comune) quei settori dove i paesi del Sud hanno una qualche possibilità di competere, come nel caso appunto del settore agricolo. Si sono invece ridotte, a volte significativamente, le tariffe praticate dall’Ue verso altre aree geografiche e, naturalmente, con l’allargamento ad Est, si è esteso il novero dei paesi partner del mercato unico.

Ciò significa che il fenomeno migratorio è anche dovuto ad una Europa che non si sa pensare come attore globale, che non sa guardare oltre i propri confini e che ha fatto fallire un programma ambizioso come quello Euro-Mediterraneo: nel 2015, dopo dieci anni di accordi e trattative, avremmo dovuto festeggiare la nascita di un mercato comune euro-med. Quella data è passata nel più totale silenzio.

Se crediamo, come diciamo di credere, nel mercato e nella libera concorrenza, lasciamo che in Europa entrino le merci dei paesi del Sud, che i giovani più promettenti vengano a studiare nelle nostre università così poi da ritornare in patria e portare con sé conoscenze utili per la crescita locale. Ritorniamo a cooperare, perché la ricchezza se condivisa cresce e l’economia di mercato non è un gioco a somma zero. Anche se costruiremo una Muraglia cinese nel Mediterraneo quel flusso silenzioso di uomini e donne non si fermerà, perché l’aspirazione a vivere un’esistenza libera e dignitosa per sé e i propri figli è un bisogno insopprimibile per ogni essere umano.

In conclusione, le logiche neoliberiste non hanno prodotto solo l’emergere di una questione sociale interna che gonfia le vele dei movimenti populistici, ma anche una questione sociale globale, di cui il flusso migratorio Sud-Nord è il fenomeno più evidente.

Se lo Stato sociale si è rivelato lo strumento più efficace in passato per curare la questione sociale interna, ciò vuol dire che le logiche del Welfare State possono essere adottate sia a livello continentale, di qui il rilancio di uno stato sociale europeo, sia a livello globale affiancando alle istituzioni internazionali su menzionate altre istituzioni (o potenziandone alcune già esistenti come il caso dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro) che abbiano il mandato a diffondere i diritti sociali e del lavoro a livello globale.

In questo senso, è solo questione di scala e il rilancio dell’Unione, il più grande esperimento politico dell’umanità, e che sarebbe folle abbandonare (e con esso l’euro), non può che passare attraverso il rafforzamento dell’integrazione politica, fiscale, di difesa e sociale.

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LA PROSPETTIVA POLITICA

Nel 1962 Thomas Kuhn dava alle stampe La struttura delle rivoluzioni scientifiche. L’idea di fondo di quell’opera è che la ricerca scientifica non procede in maniera lineare ma per improvvise frenate ed improvvise accelerazioni, ascese e crolli di grandi paradigmi dominanti, in grado di condizionare ed orientare, quando regnano incontrastati, le percezioni collettive.

Per fare un esempio. Quando il paradigma dominante era quello geocentrico, le percezioni degli individui erano condizionate dall’idea che il sole ruotasse intorno alla terra. Con l’avvento del paradigma eliocentrico tutto è cambiato.

Il punto è che – sostiene Kuhn – quando un paradigma va in crisi si apre una fase di “scienza rivoluzionaria”, che può durare più o meno a lungo, nella quale si va alla ricerca di un nuovo paradigma in grado di spiegare quei fenomeni e risolvere quei problemi che hanno messo in crisi ed hanno determinato il crollo del vecchio paradigma. Una fase d’incertezza caotica, pericolosa, ma anche creativa.

Paradigmi dominanti

Questa idea di una storia che procede – senza con ciò voler fare alcun riferimento a nessun processo dialettico hegeliano – per paradigmi dominati che si succedono, credo possa essere traslata in ambito politico. Se lo si fa, ci si accorge che nella prima parte del XX secolo ad alternarsi sono stati due paradigmi: quello del laissez-faire o paradigma liberista e quello della statizzazione integrale dei mezzi di produzione o paradigma collettivista. Dopo la guerra ad imporsi è il paradigma socialdemocratico a cui succederà, a partire dagli anni Ottanta, quello neoliberista.

Un punto va messo in evidenza. Se quest’ultimo paradigma è caratterizzato da una sorta di fondamentalismo di mercato, il paradigma socialdemocratico nella sua versione più coerente, pone l’accento con forza sui diritti sociali, senza per questo combattere il mercato. Questo compromesso socialdemocratico viene per la prima volta sancito nel modo più alto possibile in Italia con l’articolo 41 e 42 della Costituzione, nei quali vengono riconosciuti e tutelati i diritti cardini del sistema capitalistico, vale a dire la libera imprese e la propria privata, ma li si pone in connessione diretta con i principi dell’utilità sociale e del rispetto della sicurezza, libertà, dignità umana. Sarà poi la volta della svolta della svolta del 1959 quando a Bad Godesberg la SPD fece anch’essa pace con il mercato

“L’economia totalitaria – si legge nel documento conclusivo – annienta la libertà. Per questo motivo il Partito socialdemocratico tedesco approva la libera economia di mercato ovunque esista effettivamente la concorrenza”.

In questo senso si può dire con Leo Valiani che il socialismo liberale consiste nell’accettazione incondizionata “da parte del movimento operaio, non solo del metodo della democrazia politica, […] ma altresì dell’economia di mercato, e in generale, dei valori della civiltà liberale”.

 

Il paradigma costituzionale

Che fare allora? Da dove cominciare per ricostruire un nuovo paradigma che non abbia i difetti dei due precedenti?

Se la si smettesse con la vuota retorica della Costituzione più bella del mondo, si scoprirebbe che, più che bella, la nostra Carta fondamentale è utile. È un utile strumento necessario a preservare e garantire nel lungo periodo libertà e benessere.

Come? Imponendo un continuo bilanciamento tra le ragioni della libertà e quelle della giustizia sociale, attraverso la costituzionalizzazione dei diritti civili e politici, conquistati nei secoli dalle grandi rivoluzioni liberali, accanto ai diritti sociali, conquistati nei secoli dalle lotte dei movimenti operai e sindacali.

In questo senso si può dire che all’interno della cornice costituzionale, la vita politica deve svolgersi ponendo, a seconda delle diverse fasi storiche (come l’attuale), con maggiore enfasi l’accento sui diritti sociali, compito che spetta alle sinistre, mentre in altre è necessario porre l’accento sulle libertà liberali, compito che spetterebbe alle destre. Ciò vuol dire che il liberal-socialismo come tratteggiato dall’art. 41 della Costituzione italiana o la socialdemocrazia post Bad Godesberg[1] è la bandiera di una sinistra compatibile con una costituzione dove, come si vedrà dopo, è riconosciuto il capitalismo; mentre la bandiera di una destra repubblicana non potrebbe che essere quello del liberal-liberismo. Questo significa che non solo la distinzione tra destra e sinistra continua ad esistere, nonostante in tanti continuino a magnificarne la fine, ma è definita dalla Costituzione stessa.

Ora, se è vero che l’essenza della nostra Carta è la compenetrazione di diritti liberali e diritti sociali e se è vero quanto scrive Leo Valiani, allora non è azzardato dire che la nostra Costituzione è scritta con i caratteri del socialismo liberale. Cosa che, come si metteva in evidenza in precedenza, del resto appare evidente in quell’articolo 41 dove si da rilevanza costituzionale ad uno degli istituti cardinali della civiltà liberale, vale e dire la libera impresa, ma nel contempo si impone che essa sia compatibile con l’utilità sociale e comunque che non sia nociva “alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Stessa cosa accade nell’articolo 42 dove si riconosce un altro istituto fondamentale delle civiltà liberale, vale a dire la proprietà privata, che però dove tendere anch’essa al soddisfacimento di una “utilità sociale”.

In questo senso, si può anzi dire che le libertà liberali sono “finalizzate” (La Pira, Moro e Basso in Assemblea costituente utilizzarono questo stesso concetto), in quanto trovano un limite ed un fine nella possibilità di garantire a tutti i diritti sociali: “che valore può avere – le parole sono di Saragat – oggi per un disoccupato, per un uomo che lotta per la sua vita fisica, che valore può avere la nozione di libertà di stampa, o di pensiero, o di riunione? (…) I diritti sociali sono un complemento necessario oggi dei diritti di libertà”; “è evidente che se noi togliessimo dalla costituzione moderna questo diritto sociale, faremmo una cosa morta. In verità, essi sono la parte più viva di questo documento” e questo perché “se non siamo capaci di dare un contenuto concreto a questi diritti sociali, non possiamo difendere neanche i diritti di libertà […] se non saremo in grado di realizzare la parte sociale di questa Costituzione, non saremo in grado di difendere la parte politica. Oggi la democrazia sociale è talmente legata alla democrazia politica per cui, se non realizziamo un minimo di giustizia sociale, non saremo in grado di difendere i diritti di libertà”. È per questo che, continua Saragat, “il problema della giustizia sociale e della libertà sono intimamente collegati”. Ed è in questa prospettiva che appare evidente come il socialismo non si ponga come l’antitesi del liberalismo bensì come il suo sviluppo organico, esso diviene così quel movimento sociale che ha come obiettivo l’universalizzazione delle libertà liberali, attraverso il superamento del modello liberista.

E, infatti, tutto il dibattito, che in Assemblea costituente porterà alla costituzionalizzazione dei diritti sociali, si svolge sullo sfondo di un’idea che accomuna tutti i costituenti – da La Pira a Lussu, da Togliatti a Basso – vale a dire il fallimento dello Stato liberal-liberista, colpevole di aver ignorato la questione sociale che ha degradato il popolo a folla, a massa. Una massa impaurita e impoverita che ad un certo punto per reazione ha prestato il proprio braccio e affidato il proprio consenso al fascismo.

Di qui la necessità, espressione ricorrente in Prima Sottocommissione, di superare – concetto usato sia da La Pira che da Togliatti – le carte del 1789 e cioè pensare un ruolo nuovo per lo Stato, che non poteva più limitarsi ad essere il guardiano notturno della proprietà privata, ma lo si doveva impegnare nel garantire a tutti quei diritti sociali – di qui la loro costituzionalizzazione – che sono lo strumento più efficace per curare e prevenire una questione sociale, malattia mortale delle democrazie.

Di qui la necessità di correggere lo Stato liberale trasformando le masse amorfe in popolo, rimuovendo quegli “ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. In questo senso, si può sostenere che la massa, la folla è il naturale prodotto della normale azione delle forze di mercato se lasciate senza controllo. Esse producono disuguaglianza economica, sperequazione sociale e polarizzazione politica. Ciò, per converso, vuol dire che il popolo è una costruzione politica, che si ottiene utilizzando lo Stato sociale, l’istruzione e la sanità pubblica per far sì che i cittadini abbiano di che vivere, non abbiano a temere di morir di fame e abbiamo un insieme di conoscenze tali da poter competere come mente-opera high–skilled nel mercato e poter decidere con consapevolezza come cittadini nella competizione politica democratica. Non solo: la mano pubblica diviene lo strumento, attraverso l’istruzione e il finanziamento pubblico della ricerca, necessario ad innalzare un intero popolo e condurlo verso settori produttivi a maggiore contenuto tecnologico e di conoscenza, sottraendolo dalla concorrenza dei paesi in via di sviluppo che possono sfruttare il loro vantaggio comparato dovuto essenzialmente al basso costo della manodopera.

In sintesi, i diritti sociali servono ad impedire che una nuova questione sociale possa condurre all’avvento di un dittatore, che non occupa nottetempo le stanze del potere, ma è invocato nelle piazze da folle che temono di morire di fame e nel contempo servono a far sì che il maggior numero di esseri umani possa contribuire nella pienezza delle proprie facoltà e potenzialità alla vita economica e politica di una nazione.

Se così stanno le cose, allora appare evidente come la Costituzione è uno strumento, costruito tenendo presente chiaramente non solo le cause che hanno condotto al crollo dello Stato liberale e dell’avvento del fascismo, ma anche le cause che nei secoli hanno condotto al collasso di quei pochissimi esperimenti di società aperta che la storia dell’Occidente registra.

Così, la costituzione diventa lo strumento per la costruzione di quella società – tratteggiata da Stiglitz – “in cui il divario fra chi ha e chi non ha si è ridotto, nel quale esiste il senso di un destino comune, un impegno condiviso a estendere opportunità ed equità, in cui le parole libertà e giustizia per tutti significano davvero quel che sembrano, in cui prendiamo seriamente la Dichiarazione universale dei diritti umani, che sottolinea l’importanza non soltanto dei diritti civili, ma anche dei diritti sociali, e non soltanto dei diritti di proprietà, ma anche dei diritti economici dei comuni cittadini”.

È in questa prospettiva che la Costituzione si mostra per quello che essa realmente è, vale a dire il lascito più importante che i costituenti potessero fare alla nascente repubblica. Un lascito importante, lo dicono i numeri del referendum costituzionale del dicembre del 2016, di cui i cittadini italiani hanno dimostrato di avere piena consapevolezza. Non solo consapevolezza del suo valore fondativo, ma anche del suo essere cosa viva, che informa di sé l’orizzonte nazionale, che continua a riempire di prospettive, aspirazioni le vite quotidiane, ad alimentare il senso di giustizia, ad essere uno sprone per la partecipazione politica. Così, quasi con commozione, si scopre che, quel patriottismo costituzionale, caro ad Habermas e Calamandrei, che in Italia è sempre apparso quasi irrealizzabile, ora è cosa viva, solida, che unisce sensibilità diverse, aree sviluppate e depresse, intellettuali ed operai, mobilitando milioni di cittadini.

 

Il programma è nella costituzione

Se il discorso fatto sin qui regge, allora vuol dire che il paradigma che serve per informare una nuova “forza riformatrice”, per usare l’espressione di Ugo La Malfa, è già presente in Costituzione. Si tratta di leggerla, applicarla punto per punto e, in quanto forza di sinistra, porre l’accento sui quei diritti sociali che soli possono curare la questione sociale che affligge questo paese e dà alimento ai populisti.

Diritti sociali, dunque, ma anche democrazia rappresentativa con divieto di mandato imperativo, senza nostalgie roussoviane.

Rifiuto di ogni deriva anticapitalista. L’economia di mercato, come si è detto, con i due suoi elementi cardine, la proprietà privata e la libera impresa, ha rilevanza costituzionale nel nostro ordinamento, il che significa che ogni forma di massimalismo non ha diritto di cittadinanza in Italia.

Ciò però non significa che la legge della concorrenza debba dominare ogni ambito dell’esistenza e a plasmare totalmente la società. Infatti, non è affatto detto che il libero mercato e la lotta della concorrenza giovino sempre ai più. Anzi, è vero il contrario. Scrive Luigi Einaudi: “Gli uomini del secolo passato supposero che bastasse lasciar agire gli interessi opposti perché dal loro contrasto nascesse il vantaggio comune. No, non basta. Se si lascia libero gioco al laissez faire, passer, passano soprattutto gli accordi e le sopraffazioni dei pochi contro i molti, dei ricchi contro i poveri, dei forti contro i deboli, degli astuti contro gli ingenui”. Sul punto Wilhelm Röpke è chiarissimo: l’economia di mercato “abbandonata a sé stessa, diventa pericolosa, anzi insostenibile, perché ridurrebbe gli uomini a un’esistenza non naturale che tosto o tardi essi si scrollerebbero di dosso insieme con l’economia di mercato diventata odiosa”.

Se così stanno le cose, allora non è eccessivo dire che l’economia di mercato e la libera concorrenza possono, se non corrette, indebolire le istituzioni liberali e trasformare una società aperta nel suo opposto. Einaudi lo scrive chiaramente “la pura società economica di concorrenza è pronta alla sua trasformazione o degenerazione nel collettivismo puro” o per dirla in altri termini: “come la perfetta democrazia sbocca nello stato collettivistico, così la perfetta concorrenza sbocca nel sistema economico collettivistico”. Infatti, “l’economia di concorrenza vive e dura, data l’indole umana, solo se essa non è universale; solo se gli uomini possono, per ampia parte della propria attività, trovare un rifugio, una trincea contro la necessità continua della lotta emulativa, in cui consiste la concorrenza. Il paradosso della concorrenza sta in ciò, che essa non sopravvive alla sua esclusiva dominazione. Guai al giorno in cui essa domina incontrastata in tutti i momenti e in tutti gli aspetti della vita. La corda troppo tesa si rompe”.

Ciò vuol dire, tirando le somme, che la macchina economica “ha i suoi fini” – le parole sono di Röpke – “che non coincidono coi fini umani”. Pertanto la fede in un mercato che autoregolandosi produce contemporaneamente ricchezze private e benessere generale è falsa.

Se il mercato lasciato a sé stesso non genera affatto il migliore dei mondi possibili, ma rischia di cannibalizzare la società liberale che pure l’ha generato, diviene allora necessario intervenire: “Vogliamo tracciare una linea – le parole sono di Winston Churchill – al di sotto della quale non permetteremo che le persone vivano o lavorino, ma al di sopra della quale si deve competere con tutta la forza che un essere umano ha. Vogliamo una libera concorrenza che sia motore di progresso, non una libera concorrenza che trascini le persone verso il basso”.

Ed ecco allora che si comprende quell’ articolo 2 della Carta che impone l’obbligo di adempiere al dovere della solidarietà politica economica e sociale, che si aggancia al dovere di garantire a tutti un’esistenza libera e dignitosa, sia a quanti sono inabili al lavoro o sprovvisti dei mezzi necessari per vivere, sia a coloro che sono disoccupati involontariamente. Qui si innesta il dovere di istituire quel reddito minimo garantito, che è lo strumento più efficace per spegnere l’incendio del populismo e che è una priorità assoluta oggi più che in passato, visto il ritmo esponenziale con cui l’innovazione tecnologica sta fagocitando posti di lavoro. In questo senso, il reddito minimo garantito diviene la chiave di volta se non vogliamo che una disoccupazione tecnologica di massa distrugga anche le meraviglie della tecnica di cui godiamo, mentre le nuove compentenze richieste si vanno formando.

E ancora. Rifiuto della retorica sovranista. Del resto è la stessa costituzione che l’impone, quando con l’art. 11 consente all’Italia “in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”, e tra queste la più importante, vale a dire l’Unione europea.

Tuttavia questa vocazione internazionalista, anzi transnazionale, non implica che in questa sinistra abbiano diritto di cittadinanza quanti considerano un segno di evoluzione sbeffeggiare il proprio paese, o quanti offendono la patria, “la cui difesa è sacro dovere del cittadino” (art. 52) o la bandiera, essa stessa dotata di una dignità costituzionale così importante che vi si dedica un intero singolo articolo nella prima parte della Carta, nei principi fondamentali (art. 12), in quanto simbolo di un’intera nazione della sua storia e delle sue aspirazioni.

Né sovranisti né ostili alle politiche di accoglienza, visto che, come la Costituzione stessa impone, in questo paese “lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”.

Il resto viene da sé. La pari dignità sociale di ogni cittadino, tutela del lavoro e del salario; Stato sociale e tassazione progressiva; vicinanza al sindacato, attore essenziale in un’economia di mercato per poter tutelare il lavoro e il salario, tanto che anche la sua arma principale, lo sciopero, da noi gode di un riconoscimento costituzionale, a differenza della serrata; fondi pubblici alla ricerca scientifica e la necessità di ripensare alla possibilità che lo Stato giochi un ruolo strategico in economica, soprattutto attraverso la produzione di istruzione, ricerca scientifica ed innovazione tecnologica. Tutela dell’ambiente, del paesaggio e del patrimonio storico e artistico nella nazione così come l’articolo 9 impone.

Nella Costituzione, infine, è anche la prospettiva internazionale a cui guarda questo polo socialista, liberale, ambientalista e cioè l’Europa e la famiglia delle “società aperte”, delle liberal-democrazie, senza nulla concedere alle derive neo-zariste di Putin, neo-ottomane di Erdogan e neo-imperiali di Xi Jinping.

 

 

 

 

 

[1] La precisazione è necessaria se si pensa che sia in Inghilterra che in Francia le venature massimalista sono molte e l’ansia di produrre una fuoriuscita dal capitalismo è costante. Per avere una conferma in tal senso si pensi alla massiccia campagna di nazionalizzazioni a cui Mitterand da avvio quando arriva all’Eliseo o si guardi al caso inglese. Al di là della nota questione della clausola IV dello statuto del Partito Laburista – che poneva l’obiettivo della nazionalizzazione dei mezzi di produzione e distribuzione -, eliminata poi da Blair, si pensi al caso di movimento fabiano. Prende il nome da Fabio Massimo, il temporeggiatore e come recita il motto della stessa Fabian Society: “Per un certo tempo occorre attendere come fece Fabio con somma pazienza nella sua guerra contro Annibale, anche se molti criticavano la sua attesa, ma al momento giusto occorre colpire con forza, come fece Fabio, o l’attesa sarà stata inutile e priva di frutti”. Colpire cosa? Il capitalismo, la proprietà privata, la libera impresa. L’obiettivo ultimo anche dei fabiani resta quello indicato dalla clausola IV, vale a dire la nazionalizzazione dei mezzi di produzione e distribuzione.

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