L’EQUAZIONE DELLO SVILUPPO

Pubblicato da Redazione il

 

di Nunziante Mastrolia

Sta, finalmente, continuando a conquistare consensi la tesi che vuole nella conformazione istituzionale di un paese, capovolgendo la tesi marxiana, la vera causa della ricchezza delle nazioni: in sintesi, le società aperte sono ricche mentre le società chiuse sono povere. Come scrive Bill Emmott “se si considerano i cinquanta Paesi che hanno i più elevati Pil procapite, quelli non democratici si riducono soltanto a una manciata di micro Stati e di produttori di petrolio”. E’ possibile definire questa idea, e cioè le istituzioni come variabile indipendente dello sviluppo economico, come la teoria del “primato istituzionale”, in contrapposizione alla tesi marxiana che vuole nel dato economico (nella struttura) la fonte da cui sgorga lo sviluppo.

Bisogna ora chiedersi perchè le società aperte sono ricche. La risposta, rischiando di semplificare un po’ troppo la questione, è che sono ricche quelle società aperte che riescono a produrre quella ricerca scientifica ed quella innovazione tecnologica che poi il mercato (e le aziende) trasformano in prodotti ad alto valore aggiunto e (anche se alcune precisazioni andrebbero fatte) in alti salari.

LE CLASSIFICHE INTERNAZIONALI

Incrociando sei diversi parametri[1] il Bloomberg Innovation Index stila la classifica dei cinquanta paesi più innovativi al mondo. Nei primi dieci posti troviamo Corea del Sud, Giappone, Germania, Finlandia, Israele, Stati Uniti, Svezia, Singapore, Francia e Regno Unito. La Russia è al 14° posto, davanti alla Norvegia e alla Svizzera. Mentre la Cina è al 22 posto davanti alla Spagna e all’Italia. La Grecia è al 29° posto, il Portogallo al 30°, mentre la Turchia è al 35° posto, l’Argentina al 48° e il Sud Africa al 49°. Chiude la classifica il Marocco al 50° posto. Alcune cose da mettere in evidenza: se si eccettua il caso di Singapore che non può dirsi una democrazia in senso pieno anche se le cose sono in evoluzione, nei primi dieci posti troviamo tutti paesi con un sistema istituzionale di tipo liberal-democratico, sono cioè a tutti gli effetti delle società aperte.

Il Global Innovation Index (GII), compilato dalla World Intellectual Property Organization (WIPO), dalla Cornel University e dall’INSEAD, stila la classifica dei paesi più innovativi tenendo conto di ben 79 indicatori. Stando all’edizione del 2015 ai primi dieci posti troviamo Svizzera, Regno Uniti, Svezia, Olanda, Stati Uniti, Finlandia, Singapore, Irlanda, Lussemburgo, Danimarca. La Germania è al 12° posto, la Corea del Sud al 14°, il Giappone al 19°, la Norvegia al 20°, la Francia al 21° ed Israele al 22°. La Cina al 29° posto e l’Italia al 31°. La Russia al 48° posto. Il Sud Africa al 60° e il Brasile al 70° posto mentre l’India all’81° posto.

A questi dati si devono affiancare quelli della Freedon House che in Freedom in the World suddivise il mondo in tre categorie “Free”, “Partly Free”, “Not Free” e “Worst of the Worst”. Ad ogni paese viene assegnato un doppio punteggio (da 1 a 7) uno per i diritti politici ed uno per le libertà civili. Ora, la Freedom House classifica come paesi liberi, vale a dire la categoria che racchiude i paesi che hanno fatto registrare un punteggio più alto, Stati Uniti e Canada, Irlanda ed Inghilterra, Spagna, Portogallo e Francia, Germania, Olanda e Belgio, Danimarca, Estonia, Lettonia e Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Austria, Italia e Svizzera, Norvegia, Svezia e Finlandia. Con punteggi più bassi, ma sufficienti comunque a far rientrare i seguenti paesi nella categoria “Free” ci sono poi Ungheria, Romania, Bulgaria, Serbia, Slovenia e la Grecia, Malta, Cipro; in Asia: Giappone e Corea del Sud, Mongolia, India, Australia e Nuova Zelanda; in Africa, Tunisia, Senegal, Ghana e Benin, Namibia, Botswana e Sud Africa; in America Latina: Guiana, Suriname, Brasile, Uruguay, Argentina, Cile, Perù; in Centro America: Panama e Costa Rica, El Salvador, Belize, Jamaica, e Repubblica Domenicana.

E’ chiaro che, scorrendo l’elenco dei paesi più innovativi e quello dei membri della famiglia liberal-democrazie, almeno così come è stata stilata dalla Freedom House, un problema emerge. Se sono le istituzioni di una liberal-democrazia la fonte da cui sgorga il benessere economico, perchè allora non tutte le democrazie sono dei giganti tecnologici e soprattutto perchè non tutte le democrazie sono ricche?

Perchè esistono “società aperte” povere?

Ciò significa che la conformazione istituzionale di un paese, il suo essere cioè, in questo caso, una società aperta non è di per sé condizione sufficiente perchè ricerca scientifica ed innovazione tecnologica possano sgorgare a livelli tali da produrre una costante crescita economica. E questo significa anche che, se è vero ciò che sostiene Bill Emmott, è altrettanto vero che non tutte le democrazie hanno un elevato Pil procapite. Di per sé dunque una particolare conformazione istituzionale non è sufficiente a generare un’economia trainata dalle innovazioni scientifiche e tecnologiche. Che cosa serve allora perchè possa esserci una crescita economica endogena, auto-propulsiva e, sia concesso il termine un po’ generico, ad alto valore aggiunto?

Per rispondere a questa domanda conviene partire da un’idea di fondo, che è quella che esprime Jiulian L. Simone nel suo splendido The Ultimate Resource quando scrive: “la vera fonte delle ricchezza non è ne la terra, né le risorse naturali, spesso considerate a rischio di esaurimento, bensì l’uomo. Non solo ogni nuova bocca preannuncia un lavoratore futuro (…) ma arriva insieme ad un cervello creativo. E le nuove idee partorite da alcuni di questi cervelli assicureranno vantaggi non soltanto ai loro autori, ma al genere umano nel suo insieme. (…) Questi vantaggi possono compensare tutti i costi. E se è davvero così, allora i passi avanti nelle condizioni di salute degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso hanno rappresentato per il mondo una doppia benedizione – una volta per l’aumento della speranza di vita e un’altra per il prorompere di conoscenze e creatività portato dall’aumento esplosivo del numero dei vivi”.

Da queste parole si possono ricavare due elementi importati per capire da cosa dipende la ricchezza delle nazioni e cioè una popolazione in salute ed istruita. E se ogni essere umano è la risorsa più importante per il proprio paese ciò vuol dire che quanto maggiore è il numero di persone in salute e quanto più è alto e diffuso il livello di istruzione tanto maggiore è, almeno potenzialmente, la ricchezza di quel paese.

Storicamente gli strumenti che si sono rivelati più efficaci per assicurare questi due beni primari essenziali, che sono la salute e l’istruzione, sono stati un sistema sanitario nazionale pubblico e una scuola pubblica e, in via generale, tutto quell’insieme di politiche sociali che va sotto il nome di Welfare State. Si può pertanto concordare con Ralf Dahrendorf quando ha definito l’istituzione dello Stato sociale come una delle più grandi invenzioni del genere umano.

Abbiamo, così, individuato un ulteriore elemento necessario perchè possa esserci crescita economica, vale a dire lo Stato Sociale. In senso lato si può dire che, perchè possa esserci sviluppo, è necessario che in una società aperta, accanto alle libertà conquistate nei secoli dalla tradizione liberale, e cioè i diritti politici e le libertà civili, che possono essere sintetizzate nella formula libertà liberali, accanto a queste devono essere garantiti anche i diritti conquistati negli ultimi due secoli dai movimenti sindacali ed operai, i cosiddetti diritti sociali. Diritti che possono essere sintetizzati nella bella formula dell’articolo 36 della Costituzione italiana, con il quale si sancisce il diritto “ad una esistenza libera e dignitosa”. In sintesi, diritti civili, politici e diritti sociali; Stato di diritto e Stato sociale.

A questo punto per procedere oltre si è costretti a far ricorso ad un brano famoso Karl Marx, che è il seguente: “I rapporti sociali sono – scrive in Miseria della filosofia – intimamente connessi alle forze produttive. Impadronendosi di nuove forse produttive, gli uomini cambiano i loro modi di produzione e, cambiando i loro modi di produzione, cambiano la maniera di guadagnarsi la vita, cambiano tutti i rapporti sociali. Il mulino a braccia vi darà la società con il signore feudale, e il mulino a vapore la società capitalistica industriale”.

Ciò che emerge da queste poche righe è che il materialismo storico di Marx (l’idea cioè che le forze produttive sono le variabili indipendenti del mutamento sociale) altro non è che “una storia dello sviluppo della tecnica”, come scrive Kostas Alexos in Marx pensatore della tecnica. Il che significa che più che una spiegazione economica, Marx fornisce una spiegazione tecnologica dello sviluppo economico e del progresso sociale.

Si consideri ora che negli anni ’50 Abramovitz e Solow dimostrarono che il 90% della crescita economica, in un paese industrializzato come gli Stati Uniti, non era spiegabile attraverso i convenzionali fattori della produzione come il lavoro e il capitale. Ed ipotizzarono che quel 90% non si potesse spiegare che con il “fattore tecnologico”, vale a dire un incremento di quelle possibilità tecnologiche che potevano tradursi in un aumento della produttività dei fattori classici della produzione, vale a dire lavoro e capitale. In sintesi, sia per Marx che per Solow è l’avanzamento tecnologico la fonte dello sviluppo economico. Il che poi significa che è il fattore tecnologico che ha permesso all’umanità di sfuggire alla trappola malthusiana.

Se dunque si legge Marx alla luce di Solow e Abramovitz si può dire che il filosofo di Treviri aveva ragione circa il ruolo essenziale da attribuire allo sviluppo tecnologico. Se si considera che lo sviluppo tecnologico è uno dei possibili risultati della ricerca scientifica, quella che comunemente viene indicato con la sigla R&D, si comprende perchè quest’ultima, insieme all’istruzione, sia da considerata dagli economisti la variabile più importante per spiegare (e favorire) la crescita economica.

Marx, dunque, sul punto specifico aveva ragione, là dove sbagliava era nel considerare tale sviluppo tecnologico come una variabile indipendentemente, al contrario essa è un prodotto, che può, come si è visto, essere presente in abbondanza in un paese ed essere totalmente assente in un’altro.

Bisogna dunque a questo punto porsi la domanda: quali sono gli elementi che favoriscono la ricerca scientifica e lo sviluppo tecnologico?

Innanzitutto un particolare insieme di valori immateriali. Se si considera che lo spirito scientifico è il prodotto di quella vera e proprio rivoluzione copernicana che fu la nascita delle filosofia (avvenuta nelle colonie della Magna Grecia, in Asia Minore e in Italia meridionale) che altro non è che il tentativo di dare un senso razionale al mondo a prescindere da qualsiasi teogonia, allora si può dire tra i valori immateriali necessari perchè possa farsi scienza vi è il rifiuto di ogni ortodossia e pertanto l’istituzionalizzazione della tradizione dell’anti-tradizione.

In fin dei conti che cos’è il progresso scientifico se non la morte (o meglio l’assassinio) di teorie rivelatesi false e la nascita di nuove teorie che per un certo periodo di tempo appaiono vere? Perchè questo spirito anti-dogmatico possa produrre i suoi effetti è necessario, pertanto che sia garantito il “diritto all’eresia”, vale a dire il diritto a dissentire rispetto alla teoria o opinione dominante, il che poi significa la tutela delle minoranze; e per converso deve essere garantito a tutti il “diritto all’errore”, o se si preferisce il “diritto al fallimento”. Se, infatti, il cuore del metodo scientifico consiste nel procedere per “tentativi ed errori” una società che stigmatizzasse chi tentando sbaglia si precluderebbe qualsiasi forma di progresso scientifico e tecnologico.

Per inciso, la tutela delle minoranze implica il pluralismo ed il modo migliore perchè più parti possano arrivare ad una convivenza pacifica è quello di garantirsi reciprocamente dei diritti, il che significa sottomettersi tutti al “governo della legge”, ecco perchè è possibile dire che vi è una affinità elettiva tra liberal-democrazia e ricerca scientifica e sviluppo tecnologico.

Eppure di per sé la presenza di questi valori immateriali potrebbe non essere sufficiente. Quelle che sono, come si è visto, le variabili che gli economisti reputano come essenziali perchè ci sia sviluppo economico, vale a dire istruzione e R&S, hanno generalmente costi assai elevati. Ecco perchè oltre ai fattori immateriali c’è bisogno anche d’altro.

Nel suo bel libro Mariana Mazzucato ha dimostrato che: “in quasi tutte le innovazioni più radicali e rivoluzionarie che hanno alimentato il dinamismo dell’economia capitalista, dalle ferrovie alla Rete fino alle nanotecnologie e alla farmaceutica dei nostri giorni, gli investimenti «imprenditoriali» più coraggiosi, precoci e costosi sono riconducibili allo Stato. (…) Tutte le tecnologie che hanno reso così smart l’iPhone di Steve Jobs sono state finanziate dallo Stato (Internet, il Gps, lo schermo tattile e il recente assistente vocale Siri). Investimenti tanto radicali, che comportavano un elevatissimo livello di incertezza, non sono avvenuti grazie a venture capitalists o inventori da garage. E’ stata la mano visibile dello Stato che ha dato corpo a queste innovazioni. Innovazioni che oggi non ci sarebbero se avessi dovuto aspettare che ci pensassero il «mercato» e le imprese, o se lo Stato si fosse limitato a starsene in disparte preoccupandosi solo di garantire le cose basilari”. In sintesi, “dietro una rivoluzione tecnologica e un periodo di crescita prolungato c’è sempre lo Stato”.

C’è di più: uno dei principali motori dell’innovazione tecnologica negli Stati Uniti sono le Forze Armate (non a caso più della metà del bilancio federale è per le spese della Difesa). Basti pensare che anche dietro la nascita di uno di quei fenomeni che viene spesso raccontato come il trionfo degli spiriti animali del capitalismo e del genio di imprenditori e scienziati visionari, e cioè la Silicon Valley, vi è la mano dello Stato e delle Forze Armate. Come scrive Stuard W. Leslie: “La Silicon Valley deve la sua attuale configurazione a un modello fatto di finanziamenti dello Stato federale, strategie aziendali, rapporti fra industria e università e innovazione tecnologica, plasmato sulla base dei presupposti e delle priorità della politica di difesa della guerra fredda”.

C’è tuttavia da dire che con la fine della guerra fredda non solo il ruolo centrale nel processo di innovazione svolto dalla mano pubblica, per far fronte alle esigenze belliche, non è venuto meno, ma ad esso si è affiancata la necessità di garantire agli Stati Uniti il primato economico globale, via primato tecnologico. Facendo riferimento agli studi Patrick McCray, la Mazzucato scrive: “la Darpa[2] trasformò la sua missione bellica (creare e sostenere un ecosistema dell’innovazione finalizzato a produrre tecnologie militari di livello avanzato) in una nuova missione: convertire gli investimenti precedenti in tecnologie capaci di rendere più competitiva l’economia”.

Sintetizzando, lo Stato scommette su particolari settori e finanzia progetti di ricerca che nessun privato sarebbe in grado (o vorrebbe) finanziare, perchè eccessivamente rischiosi o perchè richiedono un arco temporale molto lungo per produrre risultati. Solo in una fase successive, per spin-off, tali tecnologie passano dall’ambito militare a quello civile.

Ed è a quel punto che interviene l’altro attore essenziale senza il quale tutto questo processo sinora descritto non produrrebbe sviluppo economico, vale a dire l’impresa privata capitalistica, in grado essa stessa, a questo punto, di finanziare progetti di ricerca necessari ad elaborare prodotti o servizi innovatici perchè capaci di incorporare una o più delle tecnologie prodotte dallo Stato. E’ qui che gli scienziati puri passano il testimone agli imprenditori e lo Stato in qualità di investitore e di scommettitore lascia il posto al venture capitalists. Per usare una efficace immagine che ricorre nel libro della Mazzucato, è compito dello Stato “creare l’onda” tecnologica nuova. Spetta poi all’impresa privata cavalcare quell’onda.

In sintesi, perchè un paese possa realizzare il sogno di raggiungere un livello di benessere economico elevato (e mantenere nel tempo tale livello) sono necessari più elementi: Stato di diritto e Stato sociale; diritto all’eresia e diritto al fallimento; Stato innovatore e libero mercato.

UNA “TEORIA CIRCOLARE DELLA DEMOCRAZIA”

Vale la pena ora chiedersi se la tesi del “primato istituzionale” a questo punto stia ancora in piedi. La risposta sembra debba essere affermativa. Lo Stato di diritto, lo Stato sociale e lo Stato innovatore sono delle istituzioni politiche a tutti gli effetti. Il diritto all’eresia e il diritto al fallimento sono sia delle istituzioni politiche, che delle istituzioni sociali. Mentre il mercato, che altro non è che un coacervo di diritti, lo si può definire come una istituzione in parte politica ed in parte economica.

Per funzionare, dunque, la tesi del “primato istituzionale” va articolata e specificata. Stato di diritto e mercato (come vorrebbe la scuola del liberalismo classico) da soli non sono in grado di produrre sviluppo e stabilità politica e sociale nel lungo periodo. Inoltre, senza quel contrappeso necessario che è lo Stato sociale, il mercato lasciato a se stesso, produce una questione sociale che, se non risolta, favorisce il sorgere di dittature, siano esse di uno solo, di pochi o di molti.

C’è di più, come si è cercato di dimostrare, lo Stato di diritto, il che nell’accezione classica significa anche stato minimo, vale a dire non interventista in materia economica e sociale, non è in grado di, per riprendere una espressione usata in precedenza, di “creare l’onda”, vale a dire di generare una “scossa tecnologica” di cui trarrà vantaggio la libera impresa.

C’è una precisazione da fare a questo punto. Si è detto in precedenza che l’errore di Marx è stato quello di ritenere una variabile indipendente il dato economico-tecnologico. Al contrario, come si è detto, quel dato è una variabile dipendente da quelle istituzioni politiche, economiche e sociali che si sono elencate in precedenza. Per tale motivo si è detto che esiste un “primato istituzionale”.

Tuttavia, dire primato non significa dire che le istituzioni sono la variabile indipendente. Anzi, esse stesse sono un prodotto che varia al variare dei tempi e delle latitudini. Sono dunque esse stesse una variabile dipendente. Ma da cosa?

Una risposta potrebbe essere la seguente, dipendono dal senso di giustizia e dall’aspirazione alla libertà degli essere umani. Tuttavia a questo punto bisogna chiedersi se tali sentimenti (la giustizia e la libertà) sono innati o frutto dell’educazione. Ora se è vero che, come alcuni studi anche recenti, di cui dà conto Robert Reich in Saving Capitalism, ogni essere umano ha in sé un innato senso della giustizia, bisogna anche ipotizzare che l’aspirazione alla libertà e il diverso grado di tolleranza dell’ingiustizia, che popoli diversi mostrano, tollerando privazioni della libertà e vivendo sotto regimi autoritari, possano essere plasmati con l’educazione.

Bisogna allora chiedersi: quali sono gli agenti che educano un popolo? Tali agenti di socializzazione sono essenzialmente due, per quanto qui ci riguarda, e sono la scuola e i mass media. Ciò significa che una scuola libera e una stampa libera sono essenziali a nutrire quei due sentimenti (la giustizia e la libertà) senza i quali non ci sarebbero istituzioni che incarnano i valori di libertà e giustizia sociale.

Eppure non finisce qui, e bisogna chiedersi cos’è che rende (e ne garantisce il perdurare nel tempo) libere la stampa e la scuola? Si può rispondere a questo punto con un breve elenco, dato che sono svariati gli elementi che concorrono: il pluralismo dell’informazione, il diritto all’eresia, la funziona “paradossale” dell’intellettuale, che, per rimanere fedele al proprio ruolo, non dovrebbe mai cercare consenso e popolarità (sempre vox clamantis in deserto). In sintesi, sono gli uomini liberi che rendono libero un paese.

Risalendo, dunque, la concatenazione delle cause e degli effetti, si scopre che non vi è alcun motore immobile, che non vi è nessuna causa causarum, né variabile indipendente né una gerarchia degli elementi necessaria a fare di una società un luogo libero, giusto e prospero.

Pertanto, invece di utilizzare l’espressione “teoria del primato istituzionale” (che di per sé non è errata, visto che si parla comunque di istituzioni), sarebbe più corretto parlare di una “teoria circolare della democrazia”: come in un cerchio non vi è un’origine o una fine, e ogni punto che lo compone è essenziale per conferirgli la forma sua propria, così perchè una democrazia possa essere tale, hanno la stessa importanza tutti gli elementi che la compongono. O meglio, tutte le istituzioni di una società aperte, le sue istituzioni politiche e sociali, le suo istituzioni economiche e di sicurezza (dalle Forze Armate alle Forze di ordine pubblico) hanno il compito di tutelare, rinsaldare, vivificare e trasmettere da una generazione all’altra quei sentimenti di libertà e giustizia sociale, senza i quali non vi sono uomini liberi, e senza uomini liberi non vi sono società libere, e senza libertà non vi è né progresso né benessere economico.

In sintesi, le nostre società aperte sono degli organismi fragilissimi dove, se manca anche solo uno degli elementi che la compongono, c’è il costante rischio di collasso interno.

A CHI APPARTIENE IL FUTURO?

Ora, se, come pare, perchè il miracolo della crescita economica prolungata possa realizzarsi è necessario che tutti gli elementi siano presenti in contemporanea in un paese, ne consegue che là dove anche solo uno di questi elementi manca, là c’è la possibilità che la crescita economica non inizi mai o si fermi.

Se ora si prendono i sei elementi individuati (Stato di diritto e Stato sociale; diritto all’eresia e diritto al fallimento; Stato innovatore e libero mercato) e li si usa come dei parametri per misurare lo stato di salute di alcuni paesi e di specifiche aree si possono fare alcune riflessioni a carattere generale forse utili.

Gli Stati Uniti presentano al massimo livello tutti i parametri individuati tranne uno: lo Stato sociale, che negli USA è particolarmente anemico, nonostante i tentativi di riforma di Barack Obama di rianimarlo. La debolezza dello Stato sociale americano è cosa assai preoccupante, se si considera che lo Stato sociale non è soltanto lo strumento necessario a diffondere al più ampio numero possibile di persone quei due beni essenziali che sono la salute e l’istruzione, ma è anche lo strumento essenziale a curare una questione sociale. Una questione sociale è in estrema sintesi una costante e progressiva polarizzazione economica e sociale, dovuta essenzialmente allo smottamento dei ceti medi. Tale crescente polarizzazione si traduce in una perdita netta in termini di avanzamento scientifico e di creatività per ogni giovane studente con non riceva una adeguata istruzione; e si traduce in una perdita netta in termini economici vista l’anemia dei consumi interni. Tale polarizzazione rischia inoltre di avere serie ripercussioni a livello politico, dove il rischio peggiore, quantomeno nel caso americano, è quello del denaro privato che si compra la democrazia. In sintesi, la debolezza dello Stato sociale americano minaccia non solo la salute economica del paese, ma anche la salute della sua democrazia.

Qualcosa in più sembra mancare ai paesi europei. Se Stato di diritto, Stato sociale e diritto all’eresia sembrano presenti (nonostante le riforme che hanno indebolito lo Stato sociale) al massimo grado a livello globale, più deficitaria appare la situazione quanto a diritto al fallimento, Stato innovatore (più debole finanziariamente e frammentato a livello continentale) e quanto a libero mercato, che non sembra avere lo stesso dinamismo americano, in termini di capitali di rischio e di assenza di norme eccessivamente restrittive.

Peggiore, stando a questa prospettiva di analisi, la situazione cinese, dove è totalmente assente lo Stato di diritto, mentre lo Stato sociale solo ora sta muovendo qualche timido passo; stessa cosa può dirsi del diritto all’eresia e al fallimento; debolissimo il libero mercato, dominato com’è da banche di Stato ed imprese di Stato. Differente invece la situazione per quanto riguarda lo Stato innovatore. Il governo di Pechino ha puntato convintamente sulla ricerca scientifica e tecnologica (si veda a proposito la “«Made-in-China 2025» strategy” approvata dal Consiglio di Stato) ed ha investito ingenti risorse per fare del paese una economia trainata dall’innovazione. Un traguardo questo che, vista la mancanza degli altri fattore, potrebbe non essere mai raggiunto.

In conclusione, nessuna delle grandi aree economiche del pianeta ad oggi possiede tutti (ed in pari grado) gli elementi che servono ad avere una continua crescita economica. E se, come si è detto, è necessario che tutti gli elementi siano presenti in contemporanea è possibile che tali assenza possano compromettere il futuro economico, sociale e politico di questi paesi.

Ciò premesso visto che sono gli Stati Uniti a possedere il maggior numero di questi elementi, seguiti dai paesi europei, mentre più marcate sono le mancanze cinesi, è possibile che a guidare la crescita economica dei prossimi anni a livello globale saranno Stati Uniti ed Europa e, a patto che pongano rimedio alle proprie deficiente, è più probabile che il prossimo sia un nuovamente un secolo occidentale (americano in particolare) e non un secolo cinese, come è ancora oggi in voga sostenere.

 

[1]           1. Research & Development: Research and development expenditure as a percentage of GDP

  1. Manufacturing: Manufacturing value-added per capita
  2. High-tech companies: Number of domestically domiciled high-tech public companies—such as aerospace and defense, biotechnology, hardware, software, semiconductors, Internet software and services, and                        renewable energy companies — as a share of world’s total high-tech public companies
  3. Postsecondary education: Number of secondary graduates enrolled in postsecondary institutions as a percentage of cohort; percentage of labor force with tertiary degrees; annual science and engineering                       graduates as a percentage of the labor force and as a percentage of total tertiary graduates
  4. Research personnel: Professionals, including Ph.D. students, engaged in R&D per 1 million population
  5. Patents: Resident utility patent filings per 1 million population and per $1 million of R&D spent; utility patents granted as a percentage of world total

[2]    La Defense Advanced Research Projects Agency è un’agenzia governativa del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti incaricata dello sviluppo di nuove tecnologie per uso militare

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