IL FUTURO DELLA CINA

Pubblicato da Redazione il

Da un punto di vista istituzionale la Cina è un caso del tutto sui generis. In linea di massima si può dire che sono essenzialmente due i modelli istituzionali base – per usare la terminologia di Karl Popper – e cioè le “società aperte” e le “società chiuse”. Nello specifico una “società aperta” si compone di un sistema politico liberal-democratico, fatto di Stato di diritto, pluralismo politico, libere elezioni, separazione dei poteri, secolarizzazione, libertà liberali e diritti sociali ed un sistema economico ad economia di mercato, fatto di proprietà privata e libera imprese dove, sebbene non è esclusa la presenza di imprese di Stato, è prevalente il ruolo dei privati, così da garantire quel pluralismo economico che insieme al pluralismo politico è una dei tratti essenziali delle “società aperte”. Al contrario, una “società chiusa” si compone di un sistema politico autocratico e di un sistema economico chiuso, essenzialmente autarchico, dove è prevalente il ruolo della mano pubblica.

Da questo punto di vista, quello cinese è un modello-non-modello dato che combina un sistema autocratico (che attualmente si sta rafforzando) a livello politico, un elemento cioè proprio di una società chiusa, con un sistema economico dove è fortissima la mano pubblica (imprese di Stato e banche di Stato) ma con la volontà di dare sempre maggiore spazio ai privati, tanto che la Cina aspira al riconoscimento da parte di Bruxelles e di Washington, dello status di economia di mercato, vale a dire un elemento proprio delle “società aperte”.

In questo senso si può dire che quello cinese, che combina elementi propri delle “società aperte” con elementi propri delle “società chiuse”, molto vicini alla tradizione imperiale cinese, è un vero e proprio esperimento la cui riuscita è tutta da dimostrare. Se, infatti, in una prima fase una struttura politica di tipo autocratico può favorire lo sviluppo economico, soprattutto nei casi, come fu quello dell’Unione Sovietica prima e della Cina di Deng Xiaoping poi, in cui si tratta di superare, utilizzando tecnologie mature, il gap che separava questi paesi dalla potenza occidentali, in una fase successiva quella stessa struttura istituzionale potrebbe bloccare la crescita. Tendenzialmente, infatti, alla modernizzazione economica e tecnologica segue sempre una modernizzazione politica ed istituzionale.

A tale riguardo basti pensare al caso della Corea del Sud e di Taiwan, dove la transizione politica (da regimi autoritari alla piena democrazia) ha accompagnato la transizione economica (dalle attività labour-intensive alle attività ad alto contenuto tecnologico)[1].

Ecco allora che diventa necessario tentare di capire quali sono i fattori che promuovono nel lungo periodo lo sviluppo economico e la stabilità politica.

La “società chiusa” cinese e l’innovazione tecnologica

A questo punto diviene d’obbligo una domanda: grazie al ruolo che lo Stato cinese sta giocando nell’ambito della ricerca scientifica, può la mano pubblica con il suo operato supplire alla mancanza di tutti gli altri elementi e produrre quell’innovazione scientifica necessaria a condurre in porto la transizione dell’economia cinese passando dal “made in China” all’ “invented in China”?[2] Per inciso, si noti che se Pechino non dovesse riuscire a compiere questa transizione, il paese resterebbe incagliato in quella “trappola del reddito medio” che ha già azzoppato in passato i sogni di benessere e sviluppo dei paesi dell’America Latina[3]. Ecco in estrema sintesi il funzionamento della trappola del reddito medio.

Un paese non sviluppato può sfruttare il basso costo della propria manodopera per ritagliarsi un vantaggio competitivo nei settori a basso contenuto tecnologico (abbigliamento, giocattoli, assemblaggio di prodotti etc…)[4]. Si innesca così un processo di sviluppo trainato dalle esportazioni (export-led) di prodotti, per l’appunto, ad alto contenuto di manodopera (labour-intensive). I problemi sorgono paradossalmente quando questo modello ha successo: se s’innesca una fase di crescita economica prolungata nel tempo i salari potrebbero aumentare. A quel punto, il vantaggio competitivo del basso costo della manodopera viene meno, mentre per gli investitori internazionali diviene nel contempo più conveniente investire in paesi meno sviluppati. Così se nel frattempo il paese non si è spostato nella produzione di beni ad alto contenuto di conoscenza e di tecnologia, il processo di sviluppo rischia di arrestarsi, dato che il suo vantaggio competitivo quanto al costo della manodopera si riduce, a vantaggio di altri paesi più poveri, mentre nel contempo non si è riusciti a acquisire la capacità di produrre prodotti nuovi, ad alto contenuto di conoscenza.

Tuttavia, alla luce di quanto si è detto in precedenza, la “trappola del reddito medio” è la variabile dipendente di un’altra trappola, quella istituzionale. In altre parole, non esiste nessun caso a livello globale di un paese che sia riuscito a portare a compimento quella transizione (da un’economia a bassi salari e a tecnologia matura ad un’economia ad alti salari ed esportatrice di prodotti ad alto contenuto di conoscenza originale) senza aver prima perfezionato la transizione politica, vale a dire il passaggio dalla “società chiusa” alla “società aperta”, o, per dirla in altro modo, da una qualche forma (più o meno intensa) di dispotismo orientale alla liberal-democrazia occidentale.

In altre parole, non vi è un solo caso nella storia e sul mappamondo (ad eccezione della città-stato di Singapore) di una “società chiusa” che sia riuscita a compiere questa transizione, preservando i suoi caratteri di “società chiusa”. A riprova di ciò vi è il percorso compiuto dalla Corea del Sud, da Taiwan e dallo stesso Giappone dove la mutazione economica e tecnologica ha coinciso con la mutazione politica e istituzionale.

Ora, se si assume che Pechino fa parte della famiglia delle “società chiuse”, ne consegue, per quanto si è detto sinora, che il paese non può produrre ricerca scientifica ed innovazione tecnologica: su uno studio apparso sulla Harvard Business Review si legge: “China is largely a land of rule-bound rote learners—a place where R&D is diligently pursued but breakthroughs are rare”[5].

Tuttavia, stando ai dati della World Intellectual Property Organization (WIPO) Pechino dal 2010 ha superato gli Stati Uniti e il Giappone raggiungendo nel 2012 quota 535.313 brevetti registrati da residenti cinesi (117.464 quelli dei non residenti)[6]. Nel 2013 i brevetti registrati sono stati 825.000 (+26% rispetto al 2012). Come spiegare questa contraddizione?

Si potrebbe tentare di spiegarla sostenendo in vari modi. Qualcuno potrebbe provare a mettere in dubbio il fatto che la Cina sia una “società chiusa”. Tuttavia sarebbe un’impresa alquanto difficile visto che sia dal punto di vista politico sia dal punto di vista delle “libertà liberali”, il paese non possiede alcuno degli elementi propri di una “società aperta”. Assodato questo punto restano da fare altre ipotesi per spiegare questa contraddizione.

In primo luogo, si può ipotizzare che quanto è prodotto, in termini di patenti e brevetti, non sia il frutto di un’autonoma ed originale attività condotta dai ricercatori cinesi, ma il risultato di acquisizioni all’estero per via legale o illegale. Per via legale si deve intendere l’appropriazione via investimenti diretti esteri di tale tecnologia o attraverso l’acquisizione di imprese ad alto contenuto tecnologico o attraverso la costituzione, con capitale cinese, di centri di Ricerca e Sviluppo nei paesi sviluppati; oppure quale prodotto del trasferimento tecnologico operato da imprese (e centri di ricerca) dei paesi sviluppati presenti in Cina[7]. Infatti, “Tired of paying licensing fees and royalties, Chinese firms have increasingly, and with their government’s encouragement, sought to buy, rather than rent (or steal), breakthrough innovation capabilities through acquisitions of both technology and talent” “Chinese firms making a concerted—and effective—effort to fill major gaps in their innovation capacity through increasingly widespread foreign acquisitions and partnerships”[8]. Tuttavia, le imprese cinesi negli ultimi anni, dopo una fase in crescita, hanno fatto registrare un rallentamento nella loro attività di acquisizione di società occidentali ad alto contenuto tecnologico, mentre si sono intensificati gli investimenti diretti esteri che si traducono nella costituzione di centri di Ricerca e Sviluppo nei paesi occidentali.

In secondo lungo, si deve ipotizzare che quanto prodotto in Cina in termini di brevetti sia il risultato di una attività illegale di spionaggio industriale. Il 19 maggio del 2014, per la prima volta, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha incriminato per spionaggio cinque membri dell’unità 61398 del Terzo Reparto dell’Esercito di Liberazione Popolare con l’accusa di aver sottratto – a beneficio di imprese cinesi – informazioni sensibili alla Westinghouse, alla SolarWorld, alla U.S. Steel, alla Allegheny Technologies Inc., alla United Steelworkers e alla Alcoa Inc, in un arco temporale che va dal 2006 al 2014[9].

A luglio del 2014 è stato arrestato a Los Angeles, Mo Yun, una cittadina cinese, accusata di aver sottratto segreti industriali in un arco di cinque anni alla Monsanto, LG Seeds e alla Dupont. Nel 2011 ad essere arrestato, con la stessa accusa era, Mo Hailong, fratello di Mo Yun[10]. Nel dicembre del 2013 altre cinque persone (Li Shaoming, Wang Lei, Wang Hongwei, Ye Jian and Lin Young) sono state coinvolte nel caso[11]. Nel gennaio del 2016 è la volta di Mo Hailong, noto come Robert Mo, colpevole di aver rubato segreti industriali legati alla produzione agricola[12]. Sempre nel 2016 l’accusa nei confronti di Szuhsiung Ho accusato di aver trasferito illegalmente in Cina tecnologie nucleari[13].

Nel 2009 Dongfan Chung, cittadino americano di origini cinesi, è stato condannato a 15 anni di carcere per aver sottratto informazioni riservate alla Boeing e alla NASA[14]. A 24 anni di carcere è stata invece la condanna per Chi Mak, ingegnere americano di origine cinese, colpevole di aver passato ai cinesi informazioni sensibili su navi da guerra e sottomarini della U.S. Navy[15]. Tutto ciò, ed altro, ha indotto l’amministrazione Obama a definire la Cina (e la Russia) “the most aggressive collectors of US economic information and technology”[16]. Nello stesso rapporto si legge inoltre che “Chinese actors are the world’s most active and persistent perpetrators of economic espionage”. Scott Borg, direttore dell’U.S. Cyber Consequences Unit ritiene che “We’re talking about stealing entire industries. This may be the biggest transfer of wealth in a short period of time that the world has ever seen”[17]. A tale riguardo è assai utile un recente studio congiunto della inglese BT e di KPMG si parla, non a caso, di “industrializzazione del cybercrime”[18].

A queste due ipotesi va aggiunto un ulteriore elemento, vale a dire il riconoscimento esplicito da parte delle autorità cinesi circa la poca “originalità” dei brevetti depositati in Cina. Il China Daily nel febbraio del 2014 titolava “Nation lacks innovation despite patents”, e ammetteva con franchezza che la qualità dei brevetti cinesi è assai povera[19]. Il che significa che il balzo da parte cinese in testa alla classifica dei paesi più innovativi potrebbe essere solo apparente[20]: stando ad un report – di cui da notizia il China Daily – presentato al Comitato Permanente del Congresso Nazionale del Popolo: “China owns very few patents featuring originality, and high or core technology. Less than 1,000 patents were recognized by European, Japanese and American authorities”[21].

Restano tuttavia da spiegare le ragioni di tale boom. Nel 2006 veniva lanciato il “Piano a breve e medio termine per lo sviluppo scientifico e tecnologico”, uno strumento con il quale trasformare la Cina in “una società innovativa” entro il 2020 fino a farla diventare il leader mondiale della ricerca scientifica e tecnologica entro il 2050. Per raggiungere tali obiettivi è stato messo in piedi un impressionante sistema di incentivi dagli effetti evidentemente assai distorsivi. Come scrive The Economist: “The Chinese government has created an ecosystem of incentives for its people to file patents. Professors who do so are more likely to win tenure. Workers and students who file patents are more likely to earn a hukou (residence permit) to live in a desirable city. For some patents the government pays cash bonuses; for others it covers the substantial cost of filing. Corporate income tax can be cut from 25% to 15% for firms that file many patents. They are also more likely to win lucrative government contracts. Many companies therefore offer incentives to their employees to come up with patentable ideas. And (…) the incentives for the patent examiners is also skewed towards simply approving more patents (which has a snowball effect, in encouraging more people to file weaker and weaker patents): The bureaucrats in Chinese patent offices are paid more if they approve more patents (…). That must tempt them to say yes to ideas of dubious originality”.

In conclusione, la struttura istituzionale cinese è quella propria di una “società chiusa”, dove, per giunta, si moltiplicano da parte delle autorità del partito le chiamate alle armi per difendere il paese dalla nefasta influenza delle idee e dei valori occidentali, che rischierebbero di minare la stabilità del paese. In questo senso, la campagna per la lotta alla corruzione lanciata dal presidente Xi Jinping sta assumendo i tratti anche di una campagna contro la corruzione morale per impedire che, quanti si sono lasciati infettare dalle idee occidentali, possano nuocere al paese: a titolo di esempio basti citare il fatto che il Dipartimento per la Disciplina del PCC nel giugno del 2014 ha lanciato un allarme: l’Accademia Cinese delle Scienze Sociali è stata infiltrate da forze ideologicamente ostili[22]. Toni che fanno pensare ad una vera e proprio campagna oscurantista contro quei valori e quelle idee che sono percepite come proprie di un Occidente (“decadente”) ed in quanto tali minacciosi per il paese. E’ evidente che tale nuova ondata di oscurantismo avrà effetti disastrosi sul progetto di trasformare il paese in un’economia trainata dall’innovazione, dagli alti salari e dai consumi interni.

Continuando di questo passo la corsa cinese per tentare di colmare il gap tecnologico che la separa dall’Occidente si farà sempre più affannosa, fino ad arrestarsi del tutto. Il che non potrebbe che far crescere l’aggressività con cui la Cina tenta, con vie legali o illegali, di acquisire quelle innovazioni tecnologiche che essa, a causa delle sue istituzioni politiche e per la sua campagna tesa a preservare una dannosa purezza ideologica, non è in grado di produrre. In questo senso, è veramente difficile, che, senza il rispetto delle libertà liberali, dello stato di diritto e dell’autonomia ed indipendenza della magistratura, della libera stampa, della libera impresa e soprattutto della libertà di insegnamento e di ricerca scientifica, l’economia cinese possa cambiare pelle. A proposito di quest’ultimo aspetto può essere utile ricordare le parole pronunciante lo scorso anno dal vice presidente della prestigiosa Accademia Cinese delle Scienze Sociali secondo il quale “l’obbedienza politica è un criterio di massima importanza per la valutazione degli accademici”. Non dunque l’onestà intellettuale ed il lavoro di onesta e coscienziosa ricerca scientifica, ma l’obbedienza al potere del PCC.

Gli investimenti cinesi in Europa in R&D

Come si diceva, data questa difficoltà di creare gli strumenti necessari a favorire la transizione economica cinese e cioè la produzione di quella ricerca scientifica ed innovazione tecnologica che servono a trasformare quella cinese in una economia trainata da prodotti innovativi, impone alle autorità cinesi di procurarsi tale bene essenziale in altri modi.

Il mezzo più importante per acquisire le tecnologie che la Cina non riesce a produrre è quello degli investimenti diretti esteri. Tendenzialmente si può dire che Pechino investe nei paesi sviluppati alla ricerca di tecnologie, marchi e brevetti, mentre nei paesi in via di sviluppo alla ricerca di materie prime.

Il fenomeno nuovo, la Cina come grande investitore internazionale, è attentamente monitorato. In linea di massima si può dire che le imprese cinesi investono nei paesi in via di sviluppo alla ricerca di materie prime ed approvvigionamenti energetici, mentre investono nei paesi industrializzati alla ricerca di tecnologie e know-how. Fenomeno nuovo, dunque, ma in fortissima espansione. Nel 2012 la Cina ha conquistato il posto dietro a Stati Uniti e Giappone di terzo investitore internazionale (per quanto riguarda i flussi). A livello di stock (vale a dire il totale delle proprietà cinesi all’estero) questi ammontano a 509 miliardi di dollari. I flussi di investimenti diretti esteri verso l’Europa, stando ai dati elaborati dallo studio legale Baker & McKenzie e dal Rhodium Group, lo stock degli investimenti cinesi in Europa è passato dai 6 miliardi di dollari nel 2010 ai 55 miliardi del 2014.

Nel 2015 gli investimenti cinesi in Europa sono aumentati del 44% e nel 2016 potrebbero far registrare cifre record a seguito dell’acquisizione per 43 miliardi di dollari del gruppo Sygenta da parte del colosso di Stato della chimica cinese ChemChina, la stessa azienda che nel 2015 aveva acquisito la Pirelli, per 7,7 miliardi di dollari. Il che significa che l’Europa è diventata una delle mete favorire degli investitori cinesi, sorpassando gli Stati Uniti[23]. All’inizio del 2013 erano 7.148 le imprese cinesi presenti in 35 paesi europei, un enorme balzo in avanti se si considera che nel 2012 erano 4,525 le imprese presenti in 28 paesi europei[24].

Perchè investire in Europa? Ciò che emerge da una serie di studi condotti sull’argomento ed in particolare quello di Hanemann e Rosen (China Invests in Europe, 2013), le motivazioni che spingono le imprese cinesi ad investire nei paesi europei sono le seguenti: 1) “the acquisition of rich-world brands or a technological edge”; 2) poter condurre “higher value-added activities in advanced regulatory locations like Europe”. 3) Un’ulteriore motivazione è legata a fatti contingenti:  “the crisis in the West presents the prospect of discounted prices, while an increasingly stronger renminbi is making European (and American) assets look more attractive”. 4) Vi sono poi altre motivazioni che si potrebbero definire di tipo più tradizionale, come la necessità per gli esportatori cinesi di difendere o ampliare le proprie quote di marcato, aumentando la propria presenza in loco. A tale proposito, Hanemann e Rosen ritengono che: “Past investments were focused on trade facilitation and natural resources but macroeconomic adjustment in China and firm-level pressures are increasingly forcing Chinese firms to look abroad for deeper market penetration, service provision opportunities, and assets that can give them a competitive edge at home and abroad. These new motives are leading Chinese investors to the industrialized world with great vigor: developed economies stand to receive a substantial share of the US$1-$2 trillion of OFDI China will hold by 2020”[25].

In un survey condotto dalla European Union Chamber of Commerce in China si legge che “more than one third cite the attraction of intellectual and R&D resources as a reason for investing in the EU”. Nel complesso “The EU is perceived as a stable investment environment with strong technologies, skilled labour and a transparent legal environment. In addition, it is a large consumer market in itself for the goods and services of Chinese enterprises; (…) Chinese enterprises are increasingly looking to acquire certain technologies, skills and brands to make them more competitive, both at home and in overseas markets, in line with the goals of the 12th Five-Year Plan”[26].

Dello stesso avviso Philippe Le Corre e Alain Sepulchre secondo i quali, tra gli altri motivi accennati anche in precedenza (crisi economica, relazioni meno tese tra i paesi europei e la Cina rispetto alle relazioni tra Pechino e Washington) “countries like Germany, Italy, France and the UK offer a unique selection of small and medium-sized enterprises with some of the best technologies worldwide. For Chinese companies in fields such as autos, food, energy, transport, luxury brands, entertainment and travel, it represents a way to transfer know-how to their home country and build world-class enterprises”[27].

Quali imprese cinesi investono in Europa? In termini di quantità di capitali investiti, sono le imprese di Stato cinesi a fare la parte del leone, con investimenti che rappresentano il 72% degli investimenti fatti da imprese cinesi in Europa in un arco temporale che va dal 2000 al 2011. Per quanto riguarda il numero di accordi sottoscritti tra operatori cinesi ed europei, la percentuale maggiore è quella delle imprese private (63%)[28]

A volere fare una riflessione più generale, l’ondata di imprese cinesi in Europa (ed in generale nei paesi sviluppati) è parte di una doppia strategia: una che attiene alle scelte delle singole imprese, una che attiene alla più generale e di lungo periodo strategia macroeconomica di sviluppo del paese. Va sottolineato infatti che le autorità politiche del paese, sin dal 1999 quando venne ufficialmente annunciala la “Go-Out Policy”, sono sempre state attivissime nel fornire aiuti ed assistenza alle imprese cinesi che intendessero internazionalizzarsi. A tale proposito appaiono limpidissime le parole pronunciate dal fondatore della Huawei “if there had been no government policy to protect (nationally owned companies), Huawei would not exist”[29]. Il che significa che le aziende cinesi che si muovono all’estero non solo lo fanno con l’aiuto della mano pubblica della autorità cinesi, ma, si può ipotizzare, che questi investimenti siano parte di una strategia più o meno articolata orchestrata a Pechino. In sintesi, s i può ipotizzare che gli investimenti diretti esteri delle imprese cinesi in Europa rispondano sia a finalità aziendali, sia a finalità strategiche della Cina.

Infatti, per quanto attiene le imprese, dopo una fase di sviluppo economico che si è incentrato in massima parte sui settori labour-intensive, a basso margine di guadagno, vi è ora la necessità di scalare la catena del valore e spostarsi su quelle fasce capital-intensive e/o technology intensive, che siano in grado di generare più ampi margini di utili. Hanemann e Rosen sintetizzano bene questa esigenza di evoluzione delle imprese cinesi: “Moving into higher value-added manufacturing and upstream value creation can be achieved through organic growth, but overseas acquisitions that give firms access to competitive assets and human talent are quicker. Capturing more of the value added in the downstream segment (distribution and retail) also requires a greater investment abroad – not only to serve customers in overseas markets directly, but to strengthen competitiveness in the fast-growing domestic market”[30].

Queste esigenze delle singole imprese sono perfettamente in linea con il piano di sviluppo che le autorità politiche ed economiche hanno messo a punto per far cambiare pelle alla struttura economica del paese: passando da un sviluppo trainato in massima parte da investimenti pubblici (in infrastrutture soprattutto) ed esportazioni di prodotti a basso costo e labour-intensive alla produzione ed esportazione di prodotti ad alto contenuto di conoscenze e capitali (di qui i massicci investimenti in ricerca e sviluppo) e ad una crescita economica trainata in massima parte sulla base dei consumi interni. In questo senso l’acquisizione di conoscenze e tecnologie mature e la possibilità di potersi valere di una “mente-opera” che si è formata nelle migliori università occidentali (lo si vedrà di seguito a proposito degli investimenti in centri di ricerca europei) è un modo per accelerare questa fase di transizione.

Alla luce di ciò, appare evidente come la possibilità di acquisire tecnologie e know how, rappresenti lo strumento necessario sia alle imprese che al paese nel suo complesso per poter trasformare l’economia cinese e la sua collocazione nella divisione internazionale del lavoro. Poter investire nel vecchio continente diventa così un modo per accelerare questo processo dato che “Europeans possess advanced economy workforce skills in rich abundance urgently needed in Chinese production chains (including environmental management and controls, quality assurance, design and innovation, and high technology)”[31]. Il che significa che, sebbene, come si è visto in precedenza siano piuttosto variegate le motivazioni che spingono le imprese cinesi ad investire in Europa, il minimo comune denominatore è sempre lo stesso: “high-technology (is) the most popular target for Chinese outbound investment”.

Tuttavia, questi fattori (economici e culturali, vale a dire una forza lavoro high-skilled) non sono sufficienti a spiegare l’impennata che tali investimenti hanno avuto in Europa negli ultimi anni. I motivi di questa svolta sono, infatti, come si accennava in precedenza, anche politici ed attengono al cambiamento che negli ultimi anni si è registrato negli Stati Uniti riguardo agli investimenti cinesi, vale a dire un crescendo di ansie e preoccupazioni circa questi investimenti che in alcuni casi si sono stati bloccati dalle autorità politiche americane in nome della sicurezza nazionale.

Nel 2005 le autorità americane bloccano l’acquisizione della compagnia petrolifera UNOCAL, da parte di una delle tre sorelle cinesi, la CNOOC, per ragioni attinenti alla sicurezza nazionale. Nel Report to Congress on China’s Miltary Power del 2008 a tale proposito si legge: “Information technology companies, including Huawei, Datang, and Zhongxing maintain close ties to the PLA and collaborate on research and development”.

Nel maggio del 2010 Huawei rileva l’azienda informatica 3Leaf Systems per 2 milioni di dollari. Nel febbraio del 2011 il Committee of Foreign Investment in the United States chiede alla compagnia cinese di ritirarsi dall’investimento. Dopo una prima resistenza da parte della Huawei, la compagnia fa marcia indietro[32]. Nel marzo del 2012 è il governo australiano a bloccare Huawei[33]. Ad ottobre dello stesso anno è la volta del Canada[34].

Nell’ottobre del 2012 un rapporto della House Intelligence Committee di Londra avvertiva che Huawei e ZTE potessero rappresentare una “minaccia per la sicurezza nazionale”, dato che “Huawei-made telecommunications equipment is designed to allow unauthorized access by the Chinese government and the Chinese People’s Liberation Army”.

Questo cambiamento del “clima” negli Stati Uniti, in Inghilterra, Australia e Canada ha, di fatto, dirottato questi investimenti cinesi verso l’Europa, il cui vantaggio è doppio: come si è detto, un eguale sviluppo tecnologico e un’altrettanta alta formazione del capitale umano (che è il risultato dei decennali investimenti dei governi europei in un sistema scolastico ed universitario pubblico ed universalistico); e un clima politico, almeno al momento, favorevole.

Tuttavia l’intensità con cui il fenomeno degli investimenti cinesi in Europa sta procedendo[35], rischia di alterare questo clima politico favorevole anche nel vecchio continente[36]. Di qui l’utilizzo di un differente canale da parte degli operatori cinesi per ottenere quella tecnologia di cui hanno bisogno

Le imprese cinesi negli ultimi anni hanno intensificato l’utilizzo di un terzo strumento utile ad acquisire tecnologia, il cui vantaggio maggiore, almeno al momento, sembra essere quello di non generare ansie ed apprensioni tali da poter provocare un mutamento del “clima politico” in Europa verso gli investimenti cinesi. Questo strumento è la creazione di centri di Ricerca & Sviluppo in Europa e negli Stati Uniti.

Il gigante delle telecomunicazioni Huawei ha installato centri di ricerca a Stoccolma in Svezia (il primo centro aperto in Europa nel 2001 con 350 ricercatori) nei pressi del quartier generale della Ericson[37] e in Finlandia, dove dal 2013 sono stati investiti 80 milioni di euro. Il caso delle Finlandia, mostra quali siano le logiche che governano questo tipo di investimento. Ji Chendong della KPMG China, lo spiega chiaramente: il paese “thanks to Nokia’s contribution, is full of mobile phone R&D talent”. In altri termini, negli anni Nokia ha formato un personale altamente qualificato, ora l’azienda sta fronteggiando una dura crisi, in questo modo si liberano risorse umane di alto livello che Huawei può utilizzare “at a good rate”.

La stessa logica pare sottendere la scelta di installare nel 2011 (con un investimento di 3 milioni di euro) un centro di ricerca a Dussendorf, in Germania, nella stessa città in cui ha sede il quartiere generale della Vodafone.

L’azienda, inoltre, è presente con un suo centro R&D nel Regno Unito dal 2011, nel quale sono impiegati 80 ricercatori. La Huawei nell’ottobre del 2013 ha annunciato una nuova ondata di investimenti in Inghilterra per un ammontare complessivo di due miliardi di sterline, che andranno a finanziare anche un nuovo centro di ricerca (130 milioni di sterline) a Londra, dove saranno impiegati 700 ricercatori.

In Francia, nel novembre del 2103 il presidente e fondatore del gruppo Ren Zhengfei annunciava all’ora ministro degli Esteri Laurent Fabius e dell’Industria Arnaud Montebourg, la costituzione di due centri di ricerca a Parigi nei quali avrebbero trovato lavoro 170 ricercatori. Le autorità francesi applaudivamo, ma lamentavano il fatto che, come si è visto in precedenza, la Huawei stesse investendo di più nel Regno Unito[38].

In Belgio, la Huawei ha adottato una strategia leggermente differente, installando un centro di ricerca e sviluppo in Vallonia a Louvain-la-Neuve, sede di una delle più prestigiose università del paese.

In Irlanda, Huawei ha due centri di ricerca. Uno Cork, sede del Cork University College, definito dal QS World University Ranking “a major research-intensive university delivering world-class research in academic departments and in research centres of national and international significance”. Il secondo centro di ricerca ha sede a Dublino.

In Italia, Huawei ha un centro di Ricerca e Sviluppo e tre centri di Innovazione. Il Centro di ricerca (Centro Globale di competenza Microwave) nasce nel 2011 a Segrate ed è stato il primo centro di ricerca dell’azienda al di fuori della Cina. E’ considerato un “polo di eccellenza, punto di riferimento mondiale per lo sviluppo di soluzioni wireless di ultima generazione”.

Dal 2008 ha sede a Roma il Network Innovation Center in partnership con Telecom Italia, in particolare con il centro di ricerca dell’azienda italiana il TILab, internazionalmente riconosciuto “quale bacino ideale per lo sviluppo delle tecnologie microwave, grazie anche ai solidi investimenti effettuati nella ricerca universitaria”. Come si legge sul sito Huawei Italia le attività di ricerca del centro si focalizzano “sulla banda ultralarga a ridotto impatto ambientale, sulla QoS (Quality of Service), sulla QoE (Quality of Experience) e sulle comunicazioni convergenti fisso-mobile”

A Milano, inoltre, la Huawei ha aperto dal 2008 un Core Innovation Center in partnership con Vodafone. Mentre a Torino è presente dal 2007 il Mobile Innovation Center in partnership con Telecom Italia

Un altro caso interessante, soprattutto per quanto riguarda l’Italia, è il settore automobilistico. La JAC Motors ha aperto il suo primo centro di ricerca all’estero a Torino nel 2005, dove dallo stesso anno ha sede anche il centro di ricerca dell’altro gigante automobilistico cinese, il Chang’an Group. A Torino ha un suo centro di R&D anche l’altro gigante dell’auto cinese il FAW Group Corporation. A tale proposito il sito chinese-champions.com (nel quale sono esposti i risultati del monitoraggio dalla Technische Universität München e del Munich Innovation Group condotto su 77 grandi imprese cinesi in termini di innovazione tecnologica e ricerca scientifica) fa rilevare per quanto riguarda i brevetti e i modelli di utilità depositati dall’azienda che “the number of applications increased significantly during the decade from 2000 to 2010. While Chang’an filed nearly no applications in the beginning of the observed period, the number increased to more than 600 in 2010. The sudden increase in 2005 is remarkable. One reason for this could be the establishment of the first foreign R&D center”. Il primo centro di ricerca all’estero, come si è detto, è stato proprio quello italiano di Torino[39].

Venendo al caso americano, mentre alcune nubi si addensavano sulle due maggiori società cinesi dell’IT come si è visto, ZTE nel dicembre del 2012 annunciava lo stanziamento di 30 milioni di dollari per attività di ricerca. La compagnia ha attualmente cinque centri di ricerca e sviluppo del paese. Huawei ha sette centri di ricerca e sviluppo negli Stati Uniti, dove è presente dal 2001. Ha, inoltre, attivato programmi di ricerca congiunti con IBM, Intel, Lucent Technologies, Texas Instruments, Microsoft, Nec e Qualcomm. Nel documento “Investigatives Report on the US National Security Isseued Posed by the Chinese Telecomunications Companies Huawei and ZTE”, si accende un faro su queste attività, ma esclusivamente per quanto riguarda il sospetto che le tecnologie sviluppate nei centri di ricerca di Huawei e ZTE possano poi essere trasferite alle forze armate cinesi. Per quanto riguarda in particolare la Huawei gli estensori del rapporto affermano di essere in possesso di documenti interni dell’azienda che provano come la Huawei “provides special network services to an entity the employee believes to be an elite cyber-warfare unit within the PLA”

Volendo tentare una generalizzazione si può dire che i luoghi che maggiormente attraggono questo tipo di investimenti sono quelli dove esiste una particolarmente forte tradizione industriale in uno specifico settore (il caso di Torino o della Nokia ad esempio), il che significa la presenza di tecnici e ricercatori già formati, che l’azienda cinese può assumere, garantendosi così un trasferimento netto di know-how ed un rafforzamento delle proprie capacità di ricerca ed innovazione. Oppure quei luoghi dove vi è la presenza di un centro universitario che spicca particolarmente in un determinato settore di ricerca. In entrambi i casi “using the local human resources with advanced technological knowledge is the most effective way for the R&D units to tap into the local knowledge environment”. Di conseguenza si può affermare che “High quality specialized human resources are the most important technology-driven motivation of Chinese companies for setting up overseas R&D units in Europe”[40].

Ora, volendo tirare le somme, si può dire che gli strumenti legali sinora utilizzati da parte cinese per poter acquisire quelle tecnologie necessarie a produrre un ammodernamento della propria economia (e delle proprie forze armate), vale a dire il trasferimento tecnologico via jount-ventures o l’acquisizione di imprese tecnologicamente avanzate e di brevetti, hanno dei difetti: 1) si acquisisce tecnologia matura o quanto meno si acquisiscono quelle tecnologie che i partener stranieri sono disposti a cedere; 2) si corre il rischio di suscitare nei paesi occidentali ansie e preoccupazioni tali da far scattare un “alt” politico nei confronti di investimenti che sono percepiti come un rischio per la sicurezza nazionale. Al contrario la creazione di centri di R&D da parte delle imprese cinesi nei paesi sviluppati non presenta nessuno di questi difetti. Dando impiego, a condizioni più vantaggiose, a ricercatori e scienziati formatisi nelle migliori università occidentali le imprese cinesi acquisiscono la fonte stessa della produzione dell’innovazione tecnologica.

Conclusioni

Data la struttura istituzionale del paese (una “società chiusa”, che per definizione non è in grado di produrre innovazione) la Cina sta appaltando alle “società aperte” europee ed anglosassoni la produzione di quelle innovazioni scientifiche e tecnologiche necessarie alle imprese cinesi per superare le imprese occidentali e al Paese di compiere quella transizione economica – dalla manodopera a basso costo ai prodotti innovati – senza la quale la Cina rischierebbe di incappare nella “trappola del reddito medio”. Per dirla in altri termini, le “società aperte” occidentali che per decenni, con fondi pubblici hanno finanziato i propri sistemi di istruzione e di ricerca, stanno fornendo alla “società chiusa” cinese quelle armi economiche (e non solo) che presto potrebbero vedersi puntate contro e nel contempo stanno fornendo una stabilità politica al sistema istituzionale cinese, incentrato sul PCC, che non avrebbe se non riuscisse a garantire la transizione di cui sopra. C’è di più, la creazione di centri di R&D in Europa e negli Stati Uniti, sebbene per le imprese cinesi rappresenti, in termini di acquisizione tecnologica, un vantaggio maggiore rispetto agli altri strumenti (fusioni, acquisizioni, joint-ventures) non sta, almeno al momento, suscitando nessuna apprensione politica, al contrario, come si è visto nel caso degli investimenti della Huawei in Inghilterra e Francia, pare si stia sviluppando una competizione tra i paesi europei nel creare le migliori condizioni possibili per attrarre questo tipo di investimenti. Non solo, dato il perdurare delle politiche di austerity la possibilità per i ricercatori di proseguire la propria attività presso imprese cinesi, che, grazie alle connessioni con le banche di Stato cinese, sempre più presenti sul territorio europeo, non hanno particolari problemi di liquidità, diventa un’ipotesi molto allettante.

Se così stanno le cose, allora è possibile ipotizzare che sono le tecnologie occidentali al momento lo strumento che consente alla struttura istituzionale cinese di resistere, e PCC di incrementare la sua presa sul paese; sono le tecnologie occidentali a tenere in piedi l’instabile modello-non-modello cinese, che crollerebbe se questa linfa vitale dovesse venire meno. A quel punto, infatti, il mercato non potrebbe per davvero funzionare a pieno, producendo prodotti innovativi e consentendo alla Cina di sfuggire alla “trappola del reddito medio”, senza quella struttura istituzionale (fatta in primo luogo di Stato di diritto e Stato sociale) senza la quale non vi può essere quell’innovazione tecnologica che è la più potente molla per la crescita economica.

[1] Si veda Kwak Ki-Sung, Media and Democratic Transition in South Korea, Routledge, 2012; Kim Hee Min, Korean Democracy in Transition, University Press of Kentucky, 2011; Carl Saxer, From Transition to Power Alternation, Routledge, 2013; Hyŏk-paek Im, Politics of transition, 1989; Gi-Wook Shin,Paul Y Chang, South Korean Social Movements, Routledge, 2011; Sun-Chul Kim, Democratization and Social Movements in South Korea, Routledge, 2016; Larry Jay Diamond, Byung-Kook Kim, Consolidating Democracy in South Korea, Lynne Rienner Publishers, 2000; Jung-Kwan Cho, From authoritarianism to consolidated democracy in South Korea, Yale University, 2000; Sunhyuk Kim, The Politics of Democratization in Korea, University of Pittsburgh Press, 2000; Young Whan Kihl, Transforming Korean Politics, Routledge, 2015; Kathryn Stoner, Michael McFaul, Transitions to Democracy, JHU Press, 2013; John Franklin Copper, Consolidating Taiwan’s Democracy, University Press of America, 2005; James William Morley, Driven by Growth, M.E. Sharpe, 1998; Samuel P. Huntington, The Third Wave, University of Oklahoma Press, 2012; Larry Diamond, Consolidating the Third Wave Democracies, JHU Press, 1997; Muthiah Alagappa, Civil Society and Political Change in Asia, Stanford University Press, 2004; Philip Paolino, Democratization in Taiwan, Routledge, 2016; Ann Heylen, Scott Sommers (a cura di), Becoming Taiwan, Otto Harrassowitz Verlag, 2010.

[2] Yin-wah Chu, The Asian Developmental State, Springer, 2016; Xiaolan Fu, China’s Path to Innovation, Cambridge University Press, 2015; Qimiao Fan, Innovation for Development and the Role of Government, World Bank Publications, 2009; Douglas C. Lovelace, Jr., The Rise of China, Oxford University Press, 2015; Xuedong Ding,Jun Li, Incentives for Innovation in China, Routledge, 2015; Yongxiang Lu (a cura di), Science & Technology in China: A Roadmap to 2050, Springer Science & Business Media, 2009; Victoria Higgins, Alliance Capitalism, Innovation and the Chinese State, Springer, 2015. 

[3] Francis E. Hutchinson, Sanchita Basu Das, Asia and the Middle-Income Trap, Routledge, 2016; John Wong, China and the Middle-income Trap, EAI background brief, 2016; Arie Y. Lewin, Martin Kenney, Johann Peter Murmann, China’s Innovation Challenge, Cambridge University Press, 2016; Anna Jankowska, The Middle-Income Trap: Comparing Asian and Latin American Experiences, OECD Publishing, 2012

[4] Si veda G. Sacco, Industria e potere mondiale, Franco Angeli, Milano, 1980

[5]    Per un’analisi puntale e completa circa gli effetti distorsivi della struttura istituzionale si veda Regina Abrami,William Kirby, Warren McFarlan, Can China Lead?, Harvard Business Review Press, 2014. Degli stessi autori si veda “Why China Can’t Innovate”, Harvard Business Review, marzo 2014. A ciò si aggiunga il fatto che il “clima” politico in Cina si sta rabbuiando data una serie di diktat ideologici che chiudono il paese nei confronti dell’influenza delle “nefaste” idee e valori occidentali.

[6]    Si veda http://www.wipo.int/ipstats/en/statistics/country_profile/countries/cn.html

[7]    Infatti, “whereas in 2004 there were some 600 foreign R&D centers in China, by 2010 that number had more than doubled, and their scale and strategic importance had increased. Pfizer moved its Asia headquarters to Shanghai that year. In 2011 Microsoft opened its Asia Pacific R&D center in Beijing, and General Motors opened an Advanced Technical Center comprising several engineering and design labs. Merck’s Asia R&D headquarters in Beijing is scheduled to become operational in 2014”.

[8] Regina M. Abrami, William C. Kirby, F. Warren McFarlan, “Why China Can’t Innovate”, Harvard Business Review, Marzo 2014.

[9]    “U.S. Charges Five Chinese Military Hackers for Cyber Espionage Against U.S. Corporations and a Labor Organization for Commercial Advantage”, Department of Justice, Office of Public Affairs, 19 maggio 2014.

[10]   Si veda “U.S. Arrests Second Chinese Citizen in Seed-Theft Case”, Wall Street Journal, 2 luglio 2014

[11]   Si veda, “More arrests made in seed theft conspiracy”, 27 dicembre 2013

[12]   Si veda, “Chinese National Pleads Guilty to Conspiring to Steal Trade Secrets”, Departement of Justice, 27 gennaio 2016. Si veda anche “Man admits stealing patented corn seeds from US fields to take to China”, The Guardian, 28 gennaio 2016.

[13]   “Who is the US engineer accused of nuclear espionage?”, The Guardian, 11 agosto 2016.

[14]   Si veda “Former Boeing engineer convicted of spying for China”, Cnn, 16 luglio 2009.

[15]   Si veda, “Chinese Spy ‘Slept’ In U.S. for 2 Decades”, Washington Post, 3 aprile 2008

[16]   “Administration Strategy on Mitigating the Theft of U.S. Trade Secrets”, White House, febbraio 2013, p. 4

[17]   Citato in Debora Halbert, The State of Copyright, Routledge, New York, 2014, p. 64

[18]   “Companies must ‘take the fight to the criminals’ to tackle cybercrime”, The Guardian, 5 luglio 2016.

[19]   Sun Xiaochen, “Nation lacks innovation despite patents” 21 febbraio, 2014

[20]   Si veda “Valuing patents”, The Economist, 5 gennaio 2013

[21]   “High quantity, low quality: China’s patent boom”, China Daily, 23 giugno 2014. Si veda anche “China’s Government Admits Chinese Patents Are Pretty Bad”, Businessweek, 23 giugno 2014

[22]   “Inspector questions CASS ideology”, Global Times, 16 giugno 2014

[23]   Si veda però Thilo Hanemann, Daniel H. Rose, High Tech: The Next Wave of Chinese Investments in America, Asia Society Special Report, aprile 2014.

[24]   Euro-China Investment Report 2013-2014, Antwerp Forum

[25] T. Hanemann, D. H. Rosen, “China Invests in Europe”, Rhodium Group, June 2012.

[26] “Chinese Outbound Investment in the European Union”, European Union Chamber of Commerce in China, gennaio 2013.

[27] “Why China is investing heavily in Europe”, South China Morning Post, 15 maggio 2016

[28]   “Chinese Outbound Investment in European Union”, European Union Chamber of Commerce in China, gennaio 2013. Si veda anche Hanemann and Rosen, 2012, China Invests in Europe

[29]   Citato in Nathaniel Ahrens, “China’s Competitiveness. Case Study: Huawei” CSIS, febbraio 2013.

[30] T. Hanemann, D. H. Rosen, “China Invests in Europe”, Rhodium Group, June 2012.

[31] T. Hanemann, D. H. Rosen, “China Invests in Europe”, Rhodium Group, June 2012.

[32]   “Chinese telecom company Huawei open to US investigation”. BBC News. 25 February 2011. Si veda anche Nikul Patel, “Suggesting a Better Administrative Framework for the CFIUS: How Recent Huawei Mergers Demonstrate Room for Improvement”, North Carolina Journal of International Law & Commercial Regulation, Spring 2013.

[33]   “China’s Huawei banned from NBN”, Australian Financial Review, 2012. “ASIO forced NBN to dump Huawei”, Australian Financial Review, 2012, e “Canberra Talks Integrity After Reportedly Banning Huawei From NBN”, The Wall Street Journal, 26 marzo 2012.

[34]   Palmer, Randall, “Huawei faces exclusion from planned Canada government network”. Reuters, 10 October 2012.

[35]   Per quanto attiene gli investimenti cinesi in Europa nei settori tecnologici si segnalano le seguenti operazioni: Il Spagna le compagnie cinesi hanno investito 1,5 miliardi. Nel settembre del 2009 la Unicon ha acquisito l’1% di Telefonica per 1 un miliardo di dollari. Altri 500 milioni sono stati investiti sempre dalla Unicon e sempre in Telefonica nel gennaio del 2011. In Francia la China Investment Corporation ha investito 490 milioni di collari in Eutelsat, acquisendone in 7%. Nel 2014 la China Huaxin, una società cinese specializzata negli investimenti in campo tecnologico ha acquisito l’85% della Alcatel-Lucent Enterprise per 268 milioni di dollari. In Italia le compagnie cinesi hanno investito ben 2,4 miliardi di dollari. Nell’ottobre del 2010 Huawei investe 970 milioni di dollari in Vodafone Italia. Nel novembre del 2011 130 milioni di dollari nel settore delle telecomunicazioni e nell’aprile del 2013 Huawei investe 1,3 miliardi di dollari in Vimpelcom. L’8 maggio 2014 la Shangai Electric ed il Fondo Strategico Italiano hanno firmato un accordo per l’acquisizione da parte di Shangai di una quota del 40% di Ansaldo Energia per 400 milioni di euro. In Germania, nel giugno del 2011 la Lenovo ha acquisto l’82% di Medion, pari all’82% della sua quota azionaria. In Olanda nel dicembre del 2010 la Sinochem ha acquisito il 50% di DSM per un valore di 270 milioni di dollari. In Ungheria nel maggio del 2012 la Huawei ha investito 1,5 miliardi di dollari. In Inghilterra, nell’ottobre del 2013 la Huawei ha investito 200 milioni di dollari. In the United Kingdom, the Conservative Party raised concerns about security over Huawei’s bid for Marconi in 2005. Per ulteriori informazioni e aggiornamenti riguardo agli investimenti cinese si rimanda al sito http://www.chinagoabroad.com/en

[36]   Francois Godement e Jonas Parello-Plesner, “The Scarmble for Europe”, ECFR, luglio 2011. http://www.ecfr.eu/page/-/ECFR37_Scramble_For_Europe_AW_v4.pdf

[37]   Inno-Scandinavia, “Survey of Chinese investment flows to the Baltic region”, 29 ottobre 2009, pp. 23-24.

[38]   “Huawei president Ren pledges to create more French R&D jobs”, Telecompaper, 26 novembre 2013. Si veda anche “Huawei plans more investment in Europe”, Telecompaper, 5 maggio 2014.

[39]   Di seguito sono elencati ulteriori esempi di centri di Ricerca e Sviluppo costituiti da multinazionali cinesi in Europa: ZTE altro colosso delle comunicazioni, nell’agosto del 2003 ha aperto un centro di ricerca in Svezia. È presente inoltre in Francia, Portogallo e Germania. La Haier ha centri di ricerca in Olanda, Italia (Milano), Danimarca e Germania. La Hisense ha aperto un suo centro di R&D nel gennaio del 2007 in Olanda, ad Eindhoven. Nel 2005 istituisce un centro di ricerca e formazione al parco tecnologico Futuroscope a Poiters in Francia. Nel 2002 a Kista in Svezia. La Leader dal settembre del 2007 è presente con un suo centro in Svezia. La SAIC dal maggio del 2005 è presente nel Regno Unito, a Birmingham. La Shenyang Machine Tool è presente con un suo centro di ricerca dal luglio del 2006 in Germania. La Weichai è in Austria del 2003. Beipi FOTON ha un suo centro di R&D in Germania. TLC è in Francia. Envision è in Danimarca dal 2008. Jiali Techonolgy è in Germania dal 2003. New Jilian è in Danimarca dal 2008. Dalian Machine Tool Group dall’ottobre del 2004 in Germania. SGSB Group è dal 2005 in Germania. Hisun è in Germania dal 2006. Haitian è Germania dal 2005. DASEN è in Germania dal 2007. Jinhui Photo è nel Regno Unito dal 2008. Chuanbo Biotech è nel Regno Unito dal 2009. Zhonfu Lianzhong in Germania dal 2007. Geortek è in Danimarca dal 2008. Sany Group è in Germania dal 2009. HZMTG è in Germania dal 2006. Dongfeng è Svezia 2012. Geely ha un suo centro a Goteborg. JAC oltre al suo centro di Torino è presente anche in Spagna. ChemChina ha centri di ricerca in 140 paesi. Johnson Electric è in Germania, Italia, Svizzera. Positec è Italia. Mindrai è a Stoccolma. CSR è nel Regno Unito. Sany Heavy Industries è Germania dal 2009. Yingli Green Energy ha un suo centro di ricerca dall’ottobre del 2011 in Spagna a Madrid.

[40]   Alberto Di Minin, Jieyin Zhang, Preliminary Evidence on the International R&D Strategies of

     Chinese Companies in Europe, Scuola Superiore Sant’Anna, http://gdex.dk/ofdi/21%20Minin%20Alberto.pdf

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