IL NON MODELLO CINESE

Pubblicato da Redazione il

Sono passati venticinque anni dalla pubblicazione di The End of History[1]. Forse a pochi autori, come a Francis Fukuyama, è capitata la sorte di passare in breve tempo dagli altari della celebrazione globale alle polveri delle quasi derisione. Per i suoi critici, le guerre balcaniche, i genocidi del Rwanda, l’11 settembre e le guerre al terrorismo, fino a giungere alle primavere arabe, erano lì a testimoniare il fatto che la storia non fosse finita, ma che anzi il suo cammino, rispetto agli anni della Guerra Fredda, avesse subito una accelerazione. Anzi, per Robert Kagan si assisteva al Ritorno della storia.

In una prima risposta a queste critiche Fukuyama solleva un dubbio, e si domanda se i suoi critici avessero realmente letto le ventisei pagine del suo articolo[2]. Dubbio più che legittimo, visto che egli non aveva certo annunciato l’avvento di una kantiana pace perpetua, ma aveva semplicemente fatto notare che dopo il tonfo planetario del comunismo, all’orizzonte non si intravedeva nessun modello politico che si ponesse come alternativo e superiore a quello elaborato nei secoli dalla tradizione liberal-democratica occidentale (fondato sul binomio democrazia-capitalismo), in grado di offrire al consesso umano una più piena libertà e un maggior livello di benessere materiale; un sol d’avvenire in grado di scaldare i cuori e catalizzare le speranze di milioni di cittadini, anche nelle democrazie occidentali (le quinte colonne interne), così come il comunismo aveva fatto.

Vale la pena precisare che il modello comunista era alternativo nei mezzi ma non nei fini, che restavano quelli della libertà e del benessere economico. Anzi, la promessa era quella di conquistare una libertà superiore, sostanziale, rispetto alle libertà formali delle democrazie borghesi, ed un un livello maggiore e più diffuso di benessere economico, cui si sarebbe pervenuti utilizzando strumenti alternativi a quelli del capitalismo (individualismo, proprietà privata, mercato), e cioè  collettivizzazione dei mezzi di produzione ed economia di piano. Una via, un percorso diverso per giungere però alla medesima meta: mai si negarono i fini della libertà e del benessere economico e mai si esaltò la tirannide e il pauperismo come fini a se stessi, anche se poi è questo che si è costruito nei paesi del socialismo reale[3].

In breve, a tutt’oggi, la tesi di Fukuyama resta ancora valida e non confutata.

 

Il tentativo cinese

Ad Oriente, tuttavia, un tentativo di creare una alternativa al modello occidentale si sta facendo. E’ il “socialismo di mercato con caratteristiche cinesi” o Beijing Consensus[4], che consiste, sostanzialmente, nello sganciare il capitalismo dalla democrazia, combinando in maniera virtuosa autoritarismo politico e capitalismo[5] (in realtà si tratta di una forma spuria di capitalismo[6]):

visti i numeri del miracolo cinese – sostengono a Pechino – questo nuovo binomio, rinsaldato e vivificato dai valori asiatici o confuciani, è il nuovo, vero Graal dell’eterna crescita[7].

Come il comunismo sovietico non negava il valore della libertà né del benessere economico né della stessa democrazia, ma ne sosteneva una diversa configurazione rispetto a quella liberal-democratica, così fa anche il comunismo cinese, con il concetto di “democrazia consultiva”[8].

I teorici del Partito hanno elaborato questo concetto in opposizione a quello occidentale di “democrazia competitiva”, dove più partiti si contendo il potere in una gara in cui a decidere è il libero voto dei cittadini, che conferisce così la legittimità a governare.

Nella “democrazia consultiva” il potere assoluto, non elettivo, del PCC si piega ad ascoltare le voci dei cittadini, ai quali si chiede di esprimere il proprio parere su particolari aspetti amministrativi o particolari riforme da adottare. Una forma di democrazia che a Pechino, apertis verbis, si giudica superiore superiore a quella Occidentale[9].

In cosa consiste queste superiorità? In primo luogo, in una democrazia consultiva il popolo sovrano cinese, è chiamato ogni giorno a far sentire la propria voce, mentre nelle democrazie rappresentative ciò accade solo a scadenze prefissate, spesso a distanza di molti anni l’una dall’altro. Inoltre, in Occidente i partiti sono portatori di interessi e visioni di parte, al contrario il PCC, in quanto unico rappresentate del popolo cinese non può che garantire il prevalere dell’interesse generale sull’egoismo degli interessi particolari. C’è infine un ultimo elemento che secondo i teorici del PCC ne sancisce la superiorità: l’idea occidentale di democrazia è unica, non accetta mediazioni con le tradizioni e le peculiarità dei diversi paesi, si impone ciecamente a tutti con una dura forza livellatrice[10], per dirla con Xi Jinping, pretende “di imporre a tutti lo stesso numero di scarpe”[11]. Al contrario l’idea di “democrazia consultiva” è il naturale portato della storia cinese ed affonda le sue radici nella sua millenaria tradizione[12]; di qui la necessità di rifiutare la via occidentale[13], se non si vuole recidere totalmente i legami con la propria tradizione.

Pura e semplice propaganda tesa a rinsaldare la legittimazione politica del PCC? Certo che sì. Ma non solo. Il fatto che il Partito sia costretto a confrontarsi su questioni come la democrazia, i diritti umani, le libertà liberali etc… sta ad indicare non solo l’universalità di questi concetti, ma anche il carattere radioattivo della civiltà che li ha prodotti: la civiltà liberal-democratica occidentale. Non può negarli né può accoglierli pienamente, è costretto a trovare una “terza via” in grado di conciliare la tradizione nazionale con idee e concetti che ormai pervadono il globo.

Ora, la ricerca di questa via intermedia è propria di quello che Arnold Toynbee definisce il Partito degli erodiani[14]. Secondo Toynbee, la civiltà occidentale è dotata di una forza radioattiva che pone sotto assedio tutte le civiltà altre. A contatto con la civiltà occidentale tra gli assediati può sorgere il Partito degli zeloti, che sono coloro che rifiutano qualsiasi contatto con quella civiltà oppure può sorgere il Partito degli erodiani, i quali tentano di uscire dall’assedio appropriandosi degli strumenti che si reputa siano alla base della superiorità della civiltà assediante, per poterli innestare all’interno della propria civiltà, al fine di rafforzarla, senza però mutarne né le fondamenta culturali né quelle istituzionali.

Questa è la strada che la Cina ha percorso per ben due volte. Una prima volta, nella seconda metà dell’Ottocento, come reazione allo shock culturale causato dalle sconfitte militari ad opera delle potenze coloniali occidentali e dal Giappone, quando un impero, che si considerava il centro del mondo e la più alta espressione delle civiltà umana, fu ridotto al rango di una semi-colonia, come si legge nel preambolo della Costituzione cinese.[15] Quella reazione fu il movimento dell’Autorafforzamento, vale a dire rafforzarsi con le vele e i cannoni occidentali – per dirla con Cipolla – per poter un giorno ricacciare i mare gli occupanti.

Una seconda volta con Deng Xiaoping, quando per uscire dalla disperazione economica e dall’isolamento internazionale, si tentò di innestare, sul corpo di una struttura istituzionale autocratica, il mercato così da importare, via investimenti diretti esteri, le tecnologie occidentali.

Il principio è sempre lo stesso: “il sapere occidentale come mezzo, il sapere cinese come fondamento”. Anche il fine è sempre lo stesso: rafforzare una società chiusa (l’impero prima e la

Repubblica popolare di Mao dopo) adottando alcuni prodigiosi strumenti della società aperta occidentale (le tecnologie).

Quel tentativo, dunque, di conciliare dispotismo e capitalismo, democrazia e monocrazia del PCC, è perfettamente spiegabile secondo la logica del Partito erodiano. Tuttavia, in Cina sono andati oltre le pure e semplici ragioni difensive. Pechino tende a porsi come testimonianza vivente, visti i suoi successi economici, circa la possibilità di trovare “vie nazionali” percorribili al benessere economico e alla libertà, senza la necessità di passare sotto le forche caudine di un Occidente, i cui valori e i cui principi, rischiano di far evaporare totalmente quella tradizione della cui sacertà sono impregnate le società chiuse.

 

Un modello da esportazione

La dove con più insistenza Pechino ha svolto questa opera di testimonianza circa l’esistenza di una alternativa politica ed istituzionale, prima ancora che economica, è nel continente africano[16], (il messaggio, tuttavia, è rivolto a tutti coloro che si percepiscono come vittime dell’Occidente e naufraghi della globalizzazione).

Questa opera di testimonianza si basa su una serie di assiomi: 1) Pechino indica una “terza via”, ma non impone – almeno formalmente – alcun modello; non vi è, infatti, dichiarazione dei leader cinesi in cui non si insista sul fatto che l’aiuto di Pechino nei confronti dell’Africa è incondizionato, in cambio non si chiedono né l’adozione di riforme politiche né di riforme economiche da parte dei paesi africani; si insiste anzi sul fatto che scopo ultimo della Cina è quello di aiutare i paesi africani perchè, sulla base delle proprie peculiarità nazionali, trovino una “African way”[17], che conduca alla prosperità[18]; 2) se Pechino non ha alcun modello da imporre, né alcuna lezione da impartire, a differenza di quanto fa l’Occidente, ne consegue che il rapporto è impostato su basi esclusivamente paritetiche: è anzi l’incontro, mutualmente vantaggioso, tra quelli che sono oggi “il più grande paese in via di sviluppo – le parole sono di Jiang Zemin – e il continente con il più grande numero di paesi in via di sviluppo”[19]; 3) uno status comune (l’essere paesi in via di sviluppo) ma anche un comune passato di vittime dell’imperialismo e di una politica di potenza che aveva ridotto i paesi africani al rango di colonie o, come nel caso cinese, di semi-colonie: entrambi vittime dell’Occidente ed entrambi hanno dovuto lottare contro le potenze straniere per poter conquistare la propria indipendenza[20]; 4) tuttavia quella lotta non è finita, l’ordine internazionale continua ad essere “ingiusto ed ineguale”[21], di qui la necessità di lavorare insieme per l’instaurazione di “un nuovo ordine mondiale”[22] nel quale le speranze di benessere dei paesi in via di sviluppo non siano frustrate.

Pechino, dunque, non ha nessuna presunzione paternalistica di imporre un modello, ma si pone come testimone vivente dell’esistenza di altre vie, oltre a quella occidentale, per riscattarsi dalle umiliazioni del passato e poter conquistare il rango di grande potenza[23].

Tuttavia è proprio questo approccio che ha spalancato alla Cina le porte dell’Africa (oltre ovviamente alle proprie disponibilità finanziarie).  Ndubisi Obiorah sul punto è chiarissimo “For some among Africa’s contemporary rulers, China is living proof of ‘successful’ alternatives to Western political and economic models… For many of Africa’s ruled, who are physically and intellectually exhausted by two decades of economic  ‘reforms’ supposedly adopted by African governments but driven by Western governments, donors and IFIs (international financial institutions), China represents the hope that another world is possible, in which bread comes before the freedom to vote[24].

Il riferimento alle riforme è un punto importante, che qui però si può solo sfiorare. Negli anni in cui l’Occidente è stato abbacinato dal mito del mercato autoregolato, e in preda al paradigma neoliberista, attraverso le istituzioni finanziari internazionali, in particolare Banca Mondiale e Fondo Monetario internazionale (deviando dalla funzione per la quale erano state concepite[25]) si sono promosse (in buona fede o meno[26]) programmi economici di aggiustamento strutturale che hanno duramente provato i paesi che li hanno dovuti adottare[27].

Un approccio economicistico (perfettamente in linea con i dogmi del neoliberismo) che non solo non ha prodotto i risultati promessi ma ha anche scalzato l’approccio politico istituzionale (le clausole di condizionalità democratica), che aveva l’obiettivo di creare quelle condizioni istituzionali funzionali allo sviluppo economico[28]. Così la Cina non solo è diventata un modello da seguire ma anche una fonte alternativa di investimenti “non avvelenati”, senza cioè condizionalità politiche né economiche.

 

Conclusioni

Pechino, come si è visto, sostiene di aver elaborato un modello superiore a quello occidentale. Se si sposa tale prospettiva, è evidente che la diffusione di tale modello nei paesi in via di sviluppo non può che essere un fenomeno benefico. Di conseguenza sarebbe del tutto inutile evidenziare il rischio che si crei una “affinità elettiva” tra il modello cinese e le autocrazie africane ed insistere sul rischio che i pochi semi liberal-democratici, che sono stati piantati nel continente africano, possano non germogliare mai. E’ chiaro che, per chi sposa il punto di vista cinese, si tratta di un fatto positivo. Diventa allora necessario tentare di valutare se realmente il modello cinese è superiore a quello occidentale.

In via preliminare, è necessario rispondere ad una domanda. Quali sono le cause della ricchezza delle nazioni e della povertà delle nazioni? La risposta a questa domanda non è difficile come sembra, anzi essa è sotto gli occhi di tutti: lo scrive chiaramente Bill Emmott: “se si considerano i cinquanta Paesi che hanno i più elevati Pil pro capite, quelli non democratici si riducono soltanto a

una manciata di micro Stati e di produttori di petrolio”[29]. Il che significa che la sorgente della ricchezza delle nazioni risiede, capovolgendo la tesi marxiana, nella loro sovrastruttura: in una particolare conformazione istituzionale, fatta di nomocrazia, separazione dei poteri, pluralismo politico ed economico, democrazia e secolarizzazione, e che può essere sintetizzata con il concetto popperiano di società aperta. Pertanto se una conformazione istituzionale si avvicina all’ideal-tipo della società aperta lo sviluppo economico germoglia naturalmente. Al contrario, se il potere pubblico non trova di fronte a sé nessun limite il risultato è la stagnazione e il sottosviluppo[30].

Un sistema autoritario, come quello cinese, può certo presiedere alle prime fasi di modernizzazione economica e tecnologica, ma per poter fare il salto ed abbandonare le fasi più basse della catena del valore, dove è prevalente il basso costo della manodopera, verso un sistema economico che produce prodotti ad alto contenuto di conoscenza, alti salari e trainato dai consumi interni, e non solo dal basso costo delle esportazioni, (è quello a Pechino indicano come il passaggio dal “Made in China” all’ “Invented in China”), qualcosa deve cambiare a livello istituzionale, come è testimoniato dalle transizioni verso la liberal-democrazia di Giappone, Corea del Sud e Taiwan[31].

Se un potere politico autocratico blocca questa transizione il rischio è di incappare nella trappola del reddito medio che può far svanire tutti i sogni di sviluppo futuro. Non può dunque considerarsi superiore un modello che, per la sua conformazione istituzionale, rischia di impedire l’evoluzione economica e sociale di un paese.

Chiarito ciò, bisogna chiedersi se quello cinese è realmente un modello. Per fare ciò bisogna ritornare a Toynbee e al Partito degli erodiani. La loro scelta di rafforzarsi con le superiori armi degli assedianti, a prima vista, appare logica e ragionevole, ma in realtà è l’inizio della fine per una società chiusa.

Un sistema autocratico, infatti, può rimanere in vita per millenni (come il caso cinese mostra) ma a condizione che resti tale. Se però si consente che anche un solo elemento, prodotto dalla società occidentale, penetri al suo interno si avvia un processo di trasfusione che può stravolgere la società ospitante.

Sul punto Toynbee, con le sue tre leggi dell’aggressione culturale, è chiarissimo. Il primo errore consiste nel non considerare la cultura occidentale come un tutto che organicamente si tiene. Scrive infatti Toynbee: “ogni struttura culturale storica è un tutto organico delle parti interdipendenti”[32]. Pertanto: “se da una certa cultura si sfalda una scheggia e la si introduce in un corpo sociale estraneo, questa scheggia isolata tenderà a trascinarsi appresso, nel corpo estraneo in cui si è insediata, gli altri elementi costitutivi del sistema sociale dove la scheggia è di casa e da cui è stata staccata innaturalmente. La struttura infranta tende a ricostruirsi in un ambiente straniero in cui si è fatta strada una delle sue componenti”[33]. Una volta messo in moto, il processo di acculturazione è inarrestabile, infatti, stando alla terza legge dell’aggressione culturale Toynbee (“una cosa tira l’altra”), tale processo si fermerà “solo quando tutti gli elementi essenziali della società radioattiva sono stati impiantati nel corpo sociale della società aggredita, perché solo così la società occidentale può funzionare perfettamente”[34].

Ed è quanto accaduto in tutti e due i casi in cui la Cina ha imboccato la via erodiana. La prima volta nella seconda metà dell’800, quando ci si illuse (con il movimento dell’Autorafforzamento) di poter importare le armi occidentali e ricacciare in mare gli invasori. Ben presto ci si rese conto che serviva qualcuno che fosse in possesso dei saperi necessari ad usare quelle tecnologie. Fu per questo che molti giovani furono messi a studiare (all’estero o in patria) le scienze e le tecniche occidentali. Tuttavia quei giovani non appresero solo le tecniche occidentali, insieme ad esse tutta una serie di ideali e valori “che trasformavano i giovani studiosi in rivoluzionari decisi a mutare completamente la situazione del Paese”[35]. E così fu: la Cina ebbe le vele, i cannoni e gli opifici, che tanto agognava, ma insieme ad essi vennero il crollo di un impero millenario, l’avvento della Repubblica e le prime elezioni che si tennero nel 1913.

A distanza di circa un secolo, Deng Xiaoping, incurante di quel precedente fallimento, imbocca nuovamente la via erodiana: il piccolo timoniere si illudeva che il colore dei gatti non avesse nessuna importanza, l’importanza era che acchiappassero i topi. Con il che voleva intendere che non era importante se, per un certo periodo di tempo, una dittatura comunista, come quella cinese, abbandonasse lo strumento della collettivizzazione dei mezzi di produzione e della pianificazione (il gatto nero) e adottasse gli istituti economici del modello occidentale, quali investimenti diretti esteri, commercio internazionale, mercato, etc.. (il gatto bianco), l’importante era che questi elementi occidentali, una volta importanti, lavorassero per la maggior gloria e forza del Partito comunista (acchiappare i topi).

Era questa un’illusione, perchè a quel processo di modernizzazione economica e tecnologica segue come un’ombra una modernizzazione politica ed istituzionale: il mercato senza la democrazia non può funzionare.

Così alle quattro modernizzazioni seguì – non desiderato – il tentativo di una quinta modernizzazione politica, che era il programma dei giovani scesi in Piazza Tienanmen nel 1989. Quel primo tentativo fu stoppato con i carri armati. Eppure quel processo di trasfusione non si è arrestato. A testimonianza di ciò due fatti: da una parte l’esplosione della questione di Hong Kong, con i manifestanti che chiedono libere elezioni (multipartitismo e suffragio universale); dall’altra il Quarto Plenum del PCC dell’ottobre del 2014: dove il Partito, nel tentativo di rafforzare la propria legittimazione, si è assunto il compito di garantire quei diritti liberali che sono sanciti nella Carta costituzionale cinese. Un compito impossibile da realizzare, perchè quei diritti presenti nella Costituzione sono incompatibili con l’assolutismo del PCC. Se il Partito dovesse realmente dare piena applicazione a quei diritti e a quelle libertà dovrebbe scientemente votarsi al suicidio politico.

Ciò significa che quello cinese non è affatto un modello ma un punto intermedio di un processo di transizione, che può procedere in avanti, il che significherebbe la trasformazione della Cina in una società aperta, con la conseguente scomparsa del monopartitismo del PCC e l’avvio di una nuova fase di sviluppo economico; oppure può regredire (come già avvenuto con la reazione di Mao) verso la società chiusa: il che significa richiudere le porte del paese alle influenze esterne e ricostruire, senza mediazioni, tutti gli elementi del dispotismo asiatico, il che però implica il ritorno al sottosviluppo.

È un processo che può avanzare o regredire, ma che non può star fermo: il monopolio del potere è infatti incompatibile con il pluralismo economico e una società civile sempre più aperta al mondo.

In conclusione, se la sorgente dello sviluppo economico è nella struttura istituzionale liberal-democratica e se l’esempio cinese porta al diffondersi di un assetto istituzionale instabile, incoerente e alternativo a quello liberal-democratico, ciò non può non tradursi in un ulteriore ostacolo alle speranze di modernità dell’intero continente africano.

 

[1]    F. Fukuyama, “The End of History?”, The National Interest, estate 1989

[2]    F. Fukuyama, “A Replay to My Critics”, The National Interest, autunno 1989

[3]    Se si sposa questa lettura si può dire che la reazione del terrorismo islamico non indica una alternativa al modello liberal-democratico occidentale, non individua mezzi differenti per giungere ad un livello superiore di libertà e di maggiore benessere economico rispetto alle democrazie occidentali.

[4]    Stefan Harper, The Beijing Consensus, Basic Book, New York, 2010

[5]    Chen Jinhua, “The China Model and the Chinese System”,  Qiushi Journal, Vol.3 n.4, 1 ottobre 2011. Si veda anche Paolo Urio, Reconciling State, Market and Civil Society in China, Routledge, 2010, p. 25

[6]    Si veda M. Bergère, Chine: Le nouveau capitalisme d’état, Fayard, Parigi, 2013

[7]    Si veda, L. Napoleoni, Maonomics, Rizzoli, Milano, 2010

[8]    Jia Qinglin, “The Development of Socialist Consultative Democracy in China”, Qiushi Journal, Vol. 5, n. 1, 1 gennaio 2013

[9]    “Socialist consultative democracy enjoys superiority”, Xinhua, 23 settembre 2014. Si veda anche Mei Ninghua, “The Characteristics and Superiorities of China’s Political Party System”, Beijing Daily, 20 giugno 2011

[10]   “China hails consultative democracy on 65th anniversary of political advisory body”, Xinhua, 21 settembre 2014

[11]   “Democratic shoes that fit”, China Daily, 24 settembre 2014

[12]   Fang Ning, “Developing Democracy on the Basis of China’s Reality”, Qiushi Journal, Vol.6 n. 2, 1 aprile 2014

[13]   “China never to copy Western political system”, Xinhua, 13 novembre 2011.

[14]   A.J. Toynbee, Civiltà al paragone, Bompiani, Milano, 2003 p. 274

[15]   Si veda A. Peyrefitte, Quand la Chine s’eveillera, Fayard, Paris 1973; dello stesso autore L’Empire immobile, Fayard, Paris 1989.

[16]   A differenza di quanto sostiene Joshua Cooper Ramo, quella cinese non è solo una alternativa economica alla riforme proposte dal Washington Consensus, si veda J.C. Ramo, Beijing Consensus, The Foreign Policy Center, London, 2004

[17]   Discorso di Wen Jiabao alla 4th Ministerial Conference of the Forum on China-Africa Cooperation, 10 novembre 2009

[18]   Discorso di Jiang Zemin al Forum on China-Africa Cooperation Ministerial Conference Beijing, 10 ottobre 2000

[19]   Ibidem. Su questo punto si veda anche il discorso di Wen Jiabao alla  Second Ministerial Conference of the China-Africa Cooperation Forum, Addis Ababa,15 dicembre 2003

[20]   E’ un topos che è presente sia in Jiang Zemin che in Hu Jintao, si veda il suo intervento al summit di Pechino del  Forum on China-Africa Cooperation del 4 November 2006.

[21]   Beijing Declaration of the Forum on China-Africa Cooperation ottobre 2000

[22]   Programme for China-Africa Cooperation in Economic and Social Development, ottobre 2000

[23]   Discordo di Wen Jiabao alla Second Conference of Chinese and African Entrepreneurs, Pechino 4 novembre 2006

[24]   Ndubisi Obiorah, Rise and Rights in China-Africa Relations, Sais Working Paper in African Studies, marzo 2008

[25]   J.E. Stiglitz, La globalizzazione e i suoi oppositori, Einaudi, Torino 2002,

  1. 11 e p. 79

[26]   J. Perkins, Confessioni di un sicario dell’economia, Minimum Fax, Roma

2010.

[27]   G. Sivini, La resistenza dei vinti, Feltrinelli, Milano, 2006, p. 227

[28]   Si veda D. A. Rondinelli, Development Projects as Policy Experiments, Routledge, 2013, p. 29, 87; S. Shen, J. F. Blanchard, Multidimensional Diplomacy of Contemporary China, Lexingotn Books, Plymouth, 2010, p. 261.

[29]   B. Emmott, Asia contro Asia, Rizzoli, Milano, 2008, p. 113.

[30]   Si veda D. Acemoglu, J. Robinson, Why Nations Fail, Crown Publishers, New York, 2010 e L. Pellicani, La genesi del capitalismo e le origini della modernità, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2013. Questa tesi è presente anche in Polibio, Storie, vol. III, libro VI, Rizzoli, Milano, 2008, p. 267; in Machiavelli, Discorsi sulla prima deca di Tito Livio, Rizzoli, Milano, 2010,

  1. 300; in Adam Smith, La ricchezza delle Nazioni, Mondadori, Milano, 2009, p. 505, p. 530 e p. 1098

[31]   R. Peerenboom, T. Ginsburg, Law and Development of Middle-Income Countries, Cambridge University Press, 2014, p. 5. Si veda Jinghao Zhou, Remaking China’s Public Philosophy for the Twenty-first Century, Greenwood, 2003, p. 75; L. Diamond, M. F. Plattner, Yun-han Chu, Democracy in East Asia, John Hopkins University Press, 2013, p. 40

[32]   A.J. Toynbee, Il mondo e l’Occidente, Sellerio, Palermo 1992, p. 78

[33]   Ibidem

[34]   L. Pellicani, Jihad, Luiss University Press, Roma, 2004 p. 22

[35]   P. Corradini, Cina, Giunti, Firenze, 1996, p. 344

Categorie: Articolo