A CHE PUNTO SIAMO DEL FUTURO?

Pubblicato da Redazione il

Quella che l’Occidente sta vivendo è una crisi autoindotta dovuta alla mancata gestione delle conseguenze sociali create da una straordinaria fase di sviluppo che le stesse società aperte occidentali hanno creato.
Tale crisi si traduce in una totale sfiducia nei confronti del futuro e del proprio modello istituzionale e sociale. Questa sfiducia ha due risvolti. 
Da una parte la errata individuazione delle cause dei propri mali in quelle strutture istituzionali di tipo liberal-democratico che sono invece la vera forza dell’Occidente e la concomitante ammirazione nei confronti del loro opposto, vale a dire le autocrazie di stampo orientale; dall’altra la sfiducia, fino a negarli, dei propri stessi valori.
In quest’ultimo caso vanno considerati due fenomeni. 
Il primo, la fine della universalità dei diritti umani, che in parte si nota nella distinzione (del tutto artificiosa) tra migranti politici e migranti economici, come se fosse di grande differenza morire di fame o di morte violenta. 
Di qui la fine di quell’interventismo occidentale che per certi versi, a partire dalle grandi esplorazioni del XV secolo, ne era stato uno degli elementi essenziali. Si badi che la fine dell’universalità dei diritti umani significa anche la fine di quell’umanesimo, sia esso di matrice laica o cristiana, che è la vera essenza, da Socrate in poi, dell’Occidente.
Il secondo fenomeno, strettamente connesso, al primo, è la ricomparsa dei confini. Sono i muri di Trump, fisico come quello del Messico o giuridico come quello del “Travel Ban”, sono la esternalizzazione delle frontiere come nel caso del modello “No Way” australiano o come nel caso dei paesi europei che stanno cercando di spostare la propria frontiera tra il Niger, il Ciad e la Turchia, creando in questo modo una zona cuscinetto, in grado di rallentare e filtrare i flussi migratori; demandando così la difesa dei propri confini esterni a dei nuovi stati vassalli.
Anche in questo caso ci sono due aspetti da mettere in evidenza. Il primo è che una tale scelta strategica tradisce la sfiducia nei confronti del proprio modello politico ed economico come soluzione ai problemi dei paesi africani. Così, invece di risolvere il problema migratorio favorendo nei paesi di partenza riforme democratiche, investimenti, aperture commerciali nella convinzione che queste possano creare un livello tale di sviluppo e progresso da ridurre il numero delle partenze, l’Europa si chiude come se non sapesse che fare e non avesse niente da dire a quei popoli che bussano alle proprie porte. 
Il che, ancora una volta, per l’Europa significa la negazione di se stessa e di quell’Occidente tutto che sulla universalità dei diritti aveva costruito, sia in senso laico che in senso religioso, un messaggio di salvezza per tutti.
La seconda considerazione da fare è che tutto ciò ha un precedente, che ci consente di capire in che punto esatto della storia ci troviamo.
La grandezza di Roma, Polibio lo spiega con estrema chiarezza, fu dovuta a una particolare struttura liberal-democratica che garantiva quanta più possibile libertà e partecipazione (res pubblica). 
Le mura di Roma sono serviane o aureliane e furono costruite in periodi di debolezza o decadenza della città (con i re le prime, con l’Impero le seconde). La Roma repubblicana non ha mura, dato che è costantemente espansionista. Tale fase che, non a un caso, cessa con la fine della Repubblica. 
Gli imperatori non faranno altro che consolidare quelle conquiste e, venuto meno lo slancio espansionistico repubblicano, limitarsi a consolidare quei confini.
Ora, perchè la Repubblica finisce? Oggi come allora, perchè non riesce a gestire le conseguenze politiche e sociali di quella enorme fase di sviluppo che si intensifica dopo la sconfitta di Cartagine, quando Roma diventa il più importante centro politico ed economico del Mediterraneo. 
E, ora come allora, accanto allo straordinario progresso economico, avanza una enorme questione sociale che si traduce nella comparsa di una immensa folla urbana proletarizzata che i vari oligarchi nel corso delle guerre civili muoveranno per poter conquistare il potere assoluto. Il che avverrà con la vittoria di Ottaviano e l’istituzione del principato prima e dell’impero poi, istituzioni che sono la negazione della Repubblica. È con l’inizio dell’Impero e lo smantellamento delle istituzioni repubblicane che inizia così un processo di declino sempre più marcato.
In questa fase gli imperatori al potere danno vita a una particolare strategia di difesa dei confini esterni. La dinastia giulio-claudia affida la difesa di tali confini a un insieme di stati vassalli che costituiscono così una zona cuscinetto, in grado di assorbire le minacce a bassa tensione e consente a Roma di poter razionalizzare l’impiego delle proprie forze e intervenire solo quando il livello della minaccia si alza e i gendarmi locali non sono in grado di gestire la situazione.
Tutto ciò vuol dire che muri, valli, fossati e confini sono il sintomo dell’inizio del declino e appaiono nelle fasi di decadenza. 
A Roma iniziano a comparire quando la Repubblica è ormai caduta. In Occidente stanno comparendo ora, quando forse anche le nostre democrazie sono già morte e non ce ne siamo ancora accorti, e siamo entrati, a causa delle incapacità politiche di tutto l’Occidente, nell’autunno delle nostra civiltà, che, negando i propri stessi principi, muore un pò ogni giorno insieme a ogni migrante che nel deserto, nei campi libici o nel Mediterraneo, perde la vita.

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