I TRE ORDINI MONDIALI

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L’ordine cinese

Per poter cercare di intuire, prima ancora che comprendere, come Pechino intende strutturare il proprio ordine regionale, può essere utile rifarsi a quello che era l’ordine sino-centrico costruito nei secoli dalla tradizione imperiale cinese.

Intorno alle diciotto province abitate storicamente da han si estendeva un anello di possedimenti: la Manciuria fin oltre l’Amur, la Mongolia interna ed esterna, il Turchestan, la Zungaria fino alla valle dell’Ili, il Tibet. Inoltre, l’Impero cinese esercitava il suo protettorato sulla Corea, sul Laos, la Cambogia, il Bhutan, il Nepal, le isole Ryukyu, il Vietnam. I sovrani di questi paesi, al momento dell’accessione al trono, ricevevano il riconoscimento ufficiale da Pechino, quelli di civiltà sinica (Corea, Ryukyu, Vietnam) adottavano il calendario cinese, tutti, senza eccezione, inviavano periodicamente ambascerie tributarie a Pechino[1].

La funzione di questo anello di stati e territori appare chiara se si prende in considerazione la strategia complessiva dell’Impero romano sotto la dinastia giulio-claudia: “quando una parte notevole del territorio imperiale era costituita da stati ‘clienti’, che venivano considerati appartenenti all’impero anche se non si trovavano completamente all’interno dei suoi confini” .

La logica di tale sistema difensivo affonda le sue radici nelle “nozioni che i Romani avevano dei legami di clientela con i popoli stranieri e (nel) loro concetto dei rapporti fra l’impero e i suoi clienti (che) si basavano sui tradizionali rapporti fra patronus e cliens. Si trattava di una transazione ineguale, consistente nella concessione di benefici, da parte del protettore, in cambio di servigi resi dal protetto. (…) Nella fase finale di questo processo, un re cliente, la cui posizione esteriore era quella di amicus popoli romani (un titolo che suggerisce il riconoscimento dei servigi resi ‘alludendo ai favori ancora a venire’, ma senza alcun accenno di sottomissione) di solito non era altro che uno strumento del controllo romano. Ciò non riguardava solo la politica estera e quella difensiva, ma anche le questioni dinastiche e di politica interna. Non veniva lasciato nessun campo di autorità ben definito, come prerogativa del sovrano cliente. La tradizionale definizione dei regni clienti, considerati come stati cuscinetto, non mette in luce correttamente il loro complesso ruolo nell’ambito del sistema di sicurezza imperiale. Solo l’Armenia era un vero stato cuscinetto, fungendo da zona neutra in mezzo alle due grandi potenze di Roma e della Partia, che dava loro modo di evitare il conflitto, almeno finché lo desideravano. Ma l’Armenia era un caso sui generis (…). Gli officia di difesa resi degli stati clienti consistevano in qualcosa di molto diverso dalla tipica passività di un vero stato cuscinetto. Si trattava di vere e proprie azioni militari (compresa la fornitura di truppe locali da impiegare come ausiliari dell’esercito romano e esclusivamente a favore dell’Impero), ma la sua funzione più importante dello stato cliente nel sistema di sicurezza imperiale non era affatto riconosciuta come un officium: in virtù della loro stessa esistenza, infatti, gli stati clienti si assumevano l’onere di garantire ai confini la sicurezza contro l’infiltrazione e altri pericoli a bassa intensità”. In altre parole: “l’importanza degli stati clienti, nell’ambito complessivo del sistema di sicurezza, superava di gran lunga il loro effettivo impegno militare, perché il loro contributo non era semplicemente aggiuntivo, ma complementare al potere militare romano. Degli stati clienti efficienti potevano, infatti, garantire la propria sicurezza interna e la difesa dei propri confini contro i pericoli a bassa intensità sollevando l’impero da questa responsabilità”[2].

Questa descrizione del sistema di sicurezza dell’Impero romano è utile a spiegare il sistema sinocentrico costruito dell’Impero cinese: una serie di stati clienti lungo i confini cinesi in grado di difendersi e difendere il cuore delle province han da attacchi provenienti dall’esterno. Cosa che dispensava l’impero cinese da un dispendioso e difficile constante controllo dei tutti i confini.

Oggi Pechino sta costruendo quello stesso ordine, a cui le potenze europee avevano posto fine a partire dalla prima guerra dell’Oppio (1839-1842) ma ponendosi non al centro di un sistema di alleanza, ma di un sistema di infrastrutture che orientano e collegano i paesi della regione verso il mercato cinese.

Questo progetto viene realizzato da quella che è definita la “One Belt, One Road Strategy” o anche “Two Silk Road Strategy”, vale a dire un insieme di infrastrutture che collegano la Cina all’Europa via terra e via mare e connettono i paesi coinvolti con il potenzialmente immenso mercato dei consumi cinese, che diviene così il più importante fattore di crescita per i paese della regione. Tale collegamento avviene attraverso le cosiddette due nuove vie della seta, quella terrestre che deve collegare la Cina all’Europa via Asia centrale e quella marittima che deve collegare la Cina, via Oceano Indiano, all’Europa e all’Africa, nonché i vari paesi attraversati[3].

Il che per converso significa che la Cina diviene, garantendo o meno il libero accesso al proprio mercato interno della regione, l’attore unico che può decidere della vita e della morte economica di tali paesi.

Lo strumento finanziario con cui realizzare questa immensa opera infrastrutturale è l’Asian International Investments Bank, nata su iniziativa di Pechino nell’ottobre del 2014, a cui hanno aderito come soci fondatori Francia, Inghilterra, Italia, Germania, Lussemburgo e Svizzera. Non il Giappone, né gli Stati Uniti, in quanto la AIIB si porrebbe come alternativa alla Asian Development Bank (a matrice giapponese) e alla World Bank (a matrice americana).

L’altro strumento in fase di formazione con cui Pechino sta strutturando la propria area di influenza è la Regional Comprehensive Economic Partnership. L’iniziativa, lanciata nel novembre del 2012, si pone l’obiettivo di dar vita ad una immensa area di libero scambio che comprende i paesi dell’ASEAN (Brunei, Cambogia, Indonesia, Laos, Malesia, Myanmar, Filippine, Singapore, Tailandia, Vietnam) nonché gli altri paesi con cui l’ASEAN ha già accordi di libero scambio (Australia, China, India, Japan, South Korea and New Zealand).

Fino allo scorso anno questi progetti non erano considerati altro che un tentativo, destinato a poco successo, di far fronte alla politica di ri-bilanciamento strategico messa in atto dall’Amministrazione Obama per limitare la potenza cinese nell’area e rassicurare i paesi della ragione affinchè le grandi potenze dell’area non si lanciassero in una pericolosa corsa agli armamenti.

In questo senso, il progetto più ambizione per ridimensionare l’influenza cinese era la Trans Pacific Partnership, un accordo di libero scambio tra gli Stati Uniti e una serie di paesi della regione (Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, e Vietnam). Un accordo dal quale, è necessario sottolinearlo, era esclusa la Cina. Il motivo è semplice.

Di fatto, la Cina condiziona l’accesso al proprio mercato interno alle merci dei paesi dell’area (potenzialmente enorme fonte di crescita economica) all’accettazione della sua leadership. In breve, solo quei paesi che accettano il ruolo egemonico cinese potranno accedere al suo mercato interno.

Escludendo la Cina dalla Trans Pacific Partnership, gli Stati Uniti, garantendo il libero accesso al proprio mercato interno, offrivano una alternativa economica a quei paesi che non volevano subire il ricatto politico di Pechino.

Nel momento in cui Trump abbandona il TPP, chiude ogni possibilità che i paesi dell’area possano sottrarsi all’egemonia politica cinese, in questo modo non fa che favorire la Cina nella costruzione del suo ordine sinocentrico, dal quale gli Stati Uniti sono esclusi. Così facendo, il nuovo presidente americano non fa altro che indebolire quella politica di ridimensionamento strategico ed economico che egli stesso ha annunciato e alla quale sembrava aver dato inizio criticano il concetto di “One-China Policy”, di fatto riaprendo la questione di Taiwan, e criticano l’approccio troppo tenero di Pechino nei confronti della Corea del Nord.

Il ritiro americano dalla TPP voluto da Trump lo scorso 23 gennaio potrebbe avere conseguenze gravissime. Non solo il fatto che alcuni paesi della regione che avevano iniziato a guardare con grande interesse agli Stati Uniti, di fatto uscendo dall’orbita cinese (roll-back) come Vietnam e Myanmar, ora saranno costrutti a ritornare nelle braccia cinesi. Ma, il che è peggio, con quella mossa Trump ha già indebolito le relazioni tra gli Stati Uniti e alcuni dei più forti alleati americani nell’area.

Secondo alcune fonti, il presidente americano avrebbe ignorato le richieste del premier giapponese Shinzo Abe di ammorbidire la propria posizione sulla TPP. Non solo. Trump ha accusato contemporaneamente Cina e Giappone di manipolare il cambio della propria moneta, allo scopo di acquisire indebiti vantaggi commerciali a scapito delle imprese americane[4]. Alla luce di ciò, potremmo nei prossimi mesi assistere ad un tentativo di riavvicinamento da parte del Giappone nei confronti della Cina[5].

Stessa cosa sta accanendo nelle relazioni tra Trump e l’Australia che, al di là degli attriti tra i due paesi sulle questioni migratoria, ha posto all’ordine del giorno, dopo il ritiro americano, l’ingresso della Cina nella TPP, cosa che di fatto ne snaturerebbe il significato e la funzione strategica[6].

Impressionante infine il cambio di rotta delle Filippine. Manila sino ad ora era stato uno degli attori, nella complessa disputa territoriale, che ha avuto un approcciò più duro nei confronti delle rivendicazioni di Pechino nel Mar cinese meridionale. Ebbene, il 31 gennaio il presidente Duterte ha chiesto alle autorità cinesi di inviare proprie unità navali per pattugliare le acque internazionali nel Mare di Sulu per prevenire la proliferazione terroristica nell’area[7].

Alla luce di tutto ciò, è plausibile che Pechino possa approfittare del nuovo isolazionismo americano e riempire il vuoto lasciato dal ritiro di Washington[8], accelerando, con gli strumenti già messi in campo, nella costruzione della sua area egemonica, senza che all’orizzonte si profilino particolare ostacoli. Ciò significa che il cambio di rotta impresso da Trump alla politica americana nell’area non sta facendo altro che indebolire gli Stati Uniti e regalare alleati a Pechino.

 

L’ordine americano

Così facendo Trump non fa altro che indebolire la strategia americana, così come è stata elaborata dopo la seconda guerra mondiale e che affonda le sue radici nell’analisi che i policy maker americani hanno fatto circa le cause delle due guerre mondiali. L’idea di fondo era che il Regno Unito, cardine della Pax Britannica, a seguito degli accordi di Westminster aveva rinunciato al ruolo di guida dell’ordine internazionale, chiudendosi all’interno di un sistema di rapporti preferenziali che la legavano ai paesi del Commonwealth. La chiusa del cuore politico, economico e militare di quell’ordine globale aveva, per reazione dato vita ad un insieme di blocchi economici e commerciali che ad un certo punto avevano iniziato a cozzare tra di loro, in nome del nazionalismo politico e del protezionismo economico, l’attrito di questi blocchi aveva generato la guerra.

Di qui la necessità di costruire un ordine internazionale che rompesse non solo i blocchi economici, commerciali, che poi erano divenuti anche politici e militari, ma desse vita ad un sistema internazionale nel quale le controversie tra gli stati potessero risolversi in maniera pacifica, fossero esse di natura politica, economica, militare.

Di qui, per la prima volta nella storia, l’istituzionalizzazione di un ordine internazionale nel quale la potenza egemone condivideva il proprio potere per poter gestire congiuntamente quell’ordine. Ecco all’ora la nascita dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per la gestione politica dell’ordine e per il mantenimento della pace. Ecco il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale per la gestione delle controversie economiche e monetarie e l’avvio di politiche inclusive; ed ecco l’International Trade Organisation, che avrebbe dovuto occuparsi delle controversie commerciali tra gli Stati. L’accordo per l’istituzione dell’ITO non fu mai ratificato da parte del Senato americano. Così, depotenziato, il braccio commerciale del nuovo ordine americano è sopravvissuto sotto forma di Accordo Generale sulle Tariffe e il Commercio, meglio noto come GATT. E’ solo nel 1994 con gli accordi di Marrakesh che l’ITO ritorna in vita sotto forma di Organizzazione mondiale del commercio o WTO. A fianco a queste istituzioni, che sono i cardini del nuovo mondo, si ponevano una serie di accordi militari come la NATO, vale a dire lo strumento militare del Patto Atlantico e la SEATO, che legava agli Stati Uniti, in funzione antisovietica i paesi dell’Asia del Nord e del Sud Est.

Questo ordine globale si basa sull’idea che i liberi commerci, l’economia di mercato, producendo benessere diffuso, siano funzionali al mantenimento di un certo ordine istituzionale fatto di liberal-democrazia.

Di qui si comprende perché gli Stati Uniti si siano affrettati non solo alla ricostruzione dell’Europa e del Giappone dopo la loro sconfitta nella seconda guerra mondiale e nell’inglobare la Cina nell’ordine liberal-democratico, non solo ma con l’apertura degli anni ’70 e  viaggi di Kissinger e Nixon, ma anche forzato perché la Cina entrasse nel WTO, sebbene Pechino non rispettasse tutti i parametri necessari a far parte dell’organizzazione (basti pensare che ancora oggi la Cina non gode dello status di “economia di mercato”).

Ciò vuol dire che con questa politica inclusiva che gli Stati Uniti non hanno solo rafforzato Europa, Giappone e Cina in funzione anti-sovietica. C’è dell’altro e la risposta la si trova nelle parole di Herry Dexter White, uno degli architetti insieme a Keynes, dell’ordine economico internazionale, quando sosteneva che “dei vicini prosperi” sono i migliori vicini per l’America. Una impostazione che è ovviamente nel piano Marshall e nel rifiuto di punire la Germania dopo la guerra; ed è nella politica mediorientale americana, poi definita dalla dottrina Carter, che faceva del Medio Oriente, un’area di “interesse strategico” per gli USA, che avrebbero difeso con le armi.

Per il discorso che qui si sta facendo, la dottrina Carter è un utilissimo esempio. Vale la pena, infatti, far notare che la maggior parte del petrolio mediorientale non va in America, ma serve ad alimentare la macchina economica europea e giapponese, i vicini prosperi degli Stati Uniti. Non solo, di recente gli USA da importatori che erano sono divenuti esportatori di energia, ma non per questo hanno smesso di presidiare il Medio Oriente.

 

L’ordine russo

Storicamente le ambizioni imperiali di Mosca hanno avuto come obiettivo quello di costruire un cordone di sicurezza, come nel caso cinese, a difesa del territorio russo. Una barriera protettiva che potesse in qualche modo placare le secolari insicurezze russe.  A tale riguardo scrive Kissinger che la Russia: “la Russia era costantemente alle prese con una mescolanza di tentazioni e timori. Troppo a est per aver avuto esperienza dell’Impero romano (sebbene gli «zar» rivendicassero una discendenza politica ed etimologica dai «Cesari»), cristiana ma rivolta, quanto ad autorità spirituale, alla Chiesa ortodossa di Costantinopoli piuttosto che a Roma, la Russia era abbastanza vicina all’Europa da condividere con essa un comune vocabolario culturale, eppure perennemente fuori fase rispetto alle tendenze storiche del continente. L’esperienza avrebbe fatto della Russia una peculiare potenza «eurasiatica», estesa su due continenti ma mai del tutto a suo agio in nessuno dei due”.

Nel suo Lungo Telegramma, che imposterà le linee di fondo su cui gli Stati Uniti articoleranno la loro politica estera nel corso della Guerra Fredda, anche Kennan insiste sull’idea del “tradizionale ed istintivo senso di insicurezza russo”.

Se dunque alla base del mondo in cui Mosca da secoli pensa al contesto internazionale, ed al posto che la Russia in esso vi occupa, vi è questa insicurezza ne deriva che uno degli assi fondamentali della sua politica estera è quello di conquistare, nei momenti di vuoto o di debolezza da parte dei paesi che si trovano lungo i suoi confini, quanto più spazio possibile. Così si spiega la corsa dell’Armata Rossa nell’Europa dell’Est nel corso della Seconda Guerra mondiale e così si spiega l’attivismo oggi del Cremlino nel conquistare quanto più spazio possibile verso i mari caldi a Sud e verso Ovest penetrando in Ucraina, in un momento in cui si avverte un vuoto della presenza americana a livello globale.

Tale atteggiamento non è cambiato neppure negli anni della Guerra Fredda quando Mosca si fece portatrice di una bandiera ideologica, quella del comunismo, che aveva una vocazione globale. E’ noto che per Stalin la rivoluzione comunista doveva fermarsi là dove arrivavano le armate sovietiche. Ma anche negli anni successivi a Stalin, l’attivismo sovietico in America Latina (emblematico in questo senso il caso di Cuba), in Africa e nel Sud-Est Asiatico (qui emblematico è il caso vietnamita) non aveva il fine di creare delle aree di influenza, ma esclusivamente quello di mettere in difficoltà Washington così da allentare la pressione americana lungo i confini dell’URSS.

In questo senso è emblematico anche l’atteggiamento sovietico nel caso dell’istallazione dei SS-20 nell’Europa dell’Est. Un fulmine a ciel sereno che poneva fine ad una lunga fase di distensione. Anche in quel caso, installando dei missili balistici che, per la loro gittata, potevano minacciare soltanto l’Europa e non gli Stati Uniti, al Cremlino si prefiggevano un fine politico che era quello di separare l’Europa dagli USA, costringendo così il Vecchio continente in una condizione simile a quella finlandese. Anche in quel caso tuttavia il fine era quello di creare una immensa area cuscinetto che placasse le ansie da sicurezza di Mosca.

La Russia di oggi infine, nonostante le apparenze è una grande potenza in via di sottosviluppo, con condizioni economiche e sociali spaventose. Il costante calo del costo delle materie prima sta prosciugando la maggiore fonte di ricchezza per le casse pubblica, pari alla metà delle entrate[9]. Non solo, il 70% del PIL è fatto dalle imprese di Stato. Agli inizi degli anni Duemila era del 30-40%[10]. Nel 2015 il prodotto interno lordo si è contratto del 3,7%. Nello stesso anno il rublo si è svalutato del 127%. Nel contempo, stando ai dati forniti da IHS Jane’s le spese militari sono cresciute del 21% nel 2015[11].

 

Conclusione

Alla luce di quanto si è detto sin qui, si può dire che né la Cina, né la Russia competono per la leadership globale, né, probabilmente, hanno interesse a farlo. Se è vero quanto scrive Kissinger che Mosca ha “contribuito solo occasionalmente alla stabilità dell’ordine internazionale”[12], la Cina non vi ha contribuito mai e la sua presenza nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è dovuta solo alla volontà americana in questo senso.

Questo vuole dire che quella che in apparenza sembra una loro maggiore aggressività è in realtà in segnale di paesi deboli, che si sentono minacciati da una globalizzazione economica e culturale (occidentalizzazione) che intacca i loro modelli istituzionali.

Per poter comprendere quest’ultimo punto è necessario rifarsi ad Arnoldo Toynbee e alla sua teoria dell’aggressione culturale, così come è spiegata nel suo splendido Il Mondo e l’Occidente. Il grande storico inglese sostiene che l’Occidente è dotato di una potenza culturale radioattive che pone sotto assedio tutti gli altri paesi.

Nei paesi assediati, sostiene Toynbee, si creano due diversi partiti, quello degli zeloti e quello degli erodiani. I primi sono per una chiusura totale nei confronti dell’Occidente e ne respingono ogni aspetto, perché temono che, una volta consentito che anche un solo pezzo di Occidente entri all’interno dei loro paesi si innesca una reazione a catena che distruggerà ogni aspetto della loro cultura tradizionale, è il caso dell’Iran di Komeini o della Corea del Nord. È questa una strada pericolosa però, perché i paesi che la percorrono spesso si votano al sottosviluppo economico, a volta alla sconfitta militare, spesso all’irrilevanza politica.

Gli erodiani al contrario si rendono conto della forza della tecnologia occidentale e delle enormi potenzialità in termini economici e militari che essa possiede, cercano allora di acquisire la tecnologia militare occidentale, (le vele e i cannoni, per dirla con Carlo M. Cipolla) così da acquisire una forza tale da tener testa all’Occidente e salvare così la propria identità culturale.

Gli erodiani però ignorano una cosa che gli zeloti, come si è detto, sanno perfettamente e cioè che quando si dà avvio a questo processo di trasfusione, diventa poi difficilissimo arrestarlo. Spesso il risultato finale è proprio quello che si voleva evitare. Gli erodiani, infatti, sono convinti di poter controllare tale processo e credono di poter acquisire solo quegli elementi che a loro appaiono più utili. Eppure così non è. Nessuna cultura tradizionale sopravvive all’impatto con l’Occidente. Ciò che ne resta non è che semplice folklore (si pensi al caso del Giappone o degli Indiani d’America).

Russia e Cina (nonché la Turchia) si sono incamminati nel corso del XX secolo lungo la via erodiana, pensando di poter controllare questo percorso ed impedire producesse mutamenti politici, istituzionali e culturali. Quando si sono resi conto che quel processo di trasfusione non si sarebbe arrestato, hanno bruscamente invertito la marcia ed iniziato ad allontanarsi dell’Occidente. In questo senso, vanno le derive neo-zariste di Putin, i sogni neo-imperiali di Xi Jinping e le ambizioni neo-ottomane di Erdogan.

Se così stanno le cose, allora si può affermare non solo che né la Cina, né la Russia hanno una strategia di leadership globale, ma che essi neppure la voglio quella strategia e non concepiscono una governance globale se non come un gioco a somma zero. Di qui la loro necessità di creare delle aree d’influenza che abbiano una natura eminentemente difensiva.

Pertanto, al momento l’unica strategia globale resta quella americana, la cui validità resta intatta, nonostante il cambio di pelle che ad essa è stato imposto a metà degli anni Ottanta dal paradigma neoliberista che ha snaturato le grandi istituzioni internazionali.

L’ordine creato dagli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale, pertanto, non è affatto in crisi e le reazioni di rigetto che le altre grandi potenze come la Russia e la Cina mostrano, sono una conferma della sua vitalità. Quei paesi infatti sono in difficoltà per il continuo avanzare di quei valori Occidentali, di cui gli Stati Uniti sono gli alfieri, che sono totalmente incompatibili con la propria struttura istituzionale. Il loro comportamento aggressivo, in questo senso, altro non è che una forma disperata di difesa. Stesso discorso vale per il mondo arabo, dove le sollevazioni delle primavere arabe sono avvenute invocando i valori e le libertà Occidentali.

Quell’ordine dunque è ancora forte, il suo impianto istituzionale e i suoi obiettivi sono ancora validi. Quell’ordine in sostanza può funzionare ancora, se rafforzato e riadattato ai tempi nuovi di un mondo senza confini e di tecnologie delle meraviglie.

Se così stanno le cose allora ne deriva che la minaccia più grande che può venire all’unico progetto di leadership globale che è quello americano ed occidentale, può avere origine solo dal suo interno e dal suo vertice, così come avvenne con la chiusura inglese degli anni Trenta che portò al collasso della Pax Britannica.

Se gli USA iniziano a comportarsi in maniera antitetica rispetto ai valori che hanno sempre professato e se iniziano a contraddire ciò che il paese ha fatto sinora allora quell’unico ordine mondiale non può che collassare per lesioni autoinflitte.

 

[1]    Corradini, P., Storia della Cina, p. 346

[2]    E. Luttwak, La grande strategia dell’Impero romano, Bur, Milano, 1993, pp. 39-40

[3] “China’s Huge ‘One Belt, One Road’ Initiative Is Sweeping Central Asia”, The National Interest, 27 luglio 2016; “China’s Huge ‘One Belt, One Road’ Initiative Is Sweeping Central Asia”, Heritage Foundation, 21 novembre 2016.

[4] “Japanese officials deny currency manipulation in wake of Trump criticism”, Japan Times, 1 febbraio 2017.

[5] “How Trump Could Push China and Japan Together”, The Diplomat, 12 gennaio 2017;  “Asia Pacific nations are tilting closer toward China as Trump declares ‘America First’”, CNBC, 31 gennaio, 2017.

[6] “Australia open to China and Indonesia joining TPP after US pulls out”, The Guardian, 23 gennaio 2017. Si veda anche “After U.S. exit, Asian nations try to save TPP trade deal”, Reuters, 24 gennaio 2017; “U.S.-Australia Rift Is Possible After Trump Ends Call With Prime Minister”, 2 febbraio 2017.

[7] “Philippines’ Duterte asks China to patrol piracy-plagued waters”, Reuters, 31 gennaio 2017. Si veda anche “Can China Patrols Help Duterte in the Philippines’ Terror War?”, The Diplomat, 2 febbraio 2017; “Has Duterte really ditched the US for Beijing’s embrace?”, The Guardian, 21 ottobre 2016; “The Limits of Duterte’s US-China Rebalance”, The Diplomat, 24 ottobre 2016; “Confronting Threats in the Sulu-Sulawesi Seas: Opportunities and Challenges”, The Diplomat, 10 giugno 2016.

[8] “Beijing plans rival Asia-Pacific trade deal after Trump victory”, Financial Times, 10 novembre 2016; “China Eager to Fill Political Vacuum Created by Trump’s TPP Withdrawal”, Bloomberg, 23 gennaio 2017; “Why Trump’s withdrawal from the TPP is a boon for China”, South China Morning Post, 24 gennaio 2017; “Trump sinks Asia trade pact, opening the way for China to lead”, Reuters, 22 novembre 2017.

[9] “Vladimir Putin To Meet Russian Oil Chiefs Tuesday As Low Prices Batter Economy”, International Business Times, 3 gennaio 2016.

[10] “Russia’s Gloomy Prospects”, Project Syndicate, 9 maggio 2016.

[11] “Russia’s Economy in 2016”, The Diplomat, 11 maggio 2016.

[12] H. Kissinger, L’ordine mondiale, Mondadori, Milano, 2015, p. 89

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