PICCOLA STORIA DEL FUTURO ATTRAVERSO L’ARTE

Pubblicato da Redazione il

Il futuro si svela spesso per immagini.

Il futuro, nella storia, umana, si è spesso incarnato in simboli ed emblemi. Non sempre in modo felice.

Da tutto ciò l’arte non è stata immune. Anzi, pochi prodotti della mente umana sono stati così capaci di interpretare cosa realmente è il futuro.

Se il futuro è collegato in qualche modo ad un senso di anticipazione, di pre-visione, è perché non c’è futuro senza la capacità di gestire il rischio.  In questo senso, per certi artisti futuro è il sovrapporsi del tempo alle cose del presente: alterandole, cambiandole, il futuro produce il rischio.

Ecco che allora Tiziano, come la Sfinge, ci parla di Prudenza, come la virtù richiesta all’uomo per un efficace gestione del proprio futuro: una prudenza fondata sulla memoria (del passato) e sulla conoscenza (del presente).

Ma una neanche tanto sottile inquietudine incrina la sicurezza che dovrebbe infondere questa ricetta se è proprio Tiziano che si rifiuta di guardare, ritraendosi nelle fattezze del vecchio (anche se poi raffigura nel giovane il nipote Marco, suo allievo, come segno di una speranza che non si rassegna)

Ma dietro questa figura ce ne sono ben altre, già Macrobio ci parla di una

[…] Figura di animale a tre teste […] che nel mezzo presenta la maggiore, di leone; nella parte destra si nota una testa di cane blandente in espressione mansueta, la parte sinistra del collo invece termina con il capo di un lupo rapace […] Con la testa del leone dunque s’indica il presente, condizione che, tra passato e futuro, è forte e intensa dell’atto presente. Il tempo passato poi è rappresentato con testa di lupo, a motivo della memoria delle cose appartenenti al passato, divorata e cancellata. d’altra parte l’effige di un cane che blandisce sta ad indicare l’avvenire, del quale la speranza, anche se incerta, ci appare sempre attraente.

E da lì non possiamo non raffigurare mentalmente le effigi di Giano, forse uno dei più antichi déi del Pantheon romano, con il suo significato di tempo circolare, sempre in transito, per l’appunto attraverso la porta (ianua). Questo tempo è misterioso ma in certo qual modo più rassicurante: scorre a volte imprevedibile ma Giano ne è sempre il centro, in qualche modo il controllore: al futuro sfuggente che egli insegue con gli occhi, sembra destinare un sorriso sardonico, poiché sa che prima o poi lo vedrà tornare, dritto dal passato.

Anche il mondo degli emblemi, molto popolari nei secoli passati, non è rimasto immune dal contagio del futuro e così uno molto famoso dei primi del Seicento ci dice che il futuro è certamente una sorgente pressoché inesauribile di possibile ricchezza, a patto che ben si sappia cosa in esso cercare, ovvero che possieda un’idea del futuro (si direbbe, una visione). In alternativa si rischia di fare la fine del gallo in cerca di cibo, che in questo emblema (Fabel van de haan en de diamant, Aegidius Sadeler, naar Marcus Gheeraerts (I), 1608) si disinteressa del grosso diamante che gli sta davanti, semplicemente perché non sa che nemmeno che lo può cercare.

Quindi la visione del futuro è, o sembra essere, sempre associata a un che di incerto, subdolo, angoscioso.

Ed ecco allora Munch, e il suo celebre Urlo, dove gli occhi sbarrati in primo piano non sembrano nemmeno più capaci di guardare come facevano invece quelli del Giano o di Tiziano, tanto sono privi di qualunque speranza in futuro che pare un assordante e incomprensibile rumore di fondo, privo di chiavi interpretative che non siano la disperazione stessa.

Ecco allora che si cercano degli antidoti, dei modi per dialogare col tempo e il futuro: se più o meno efficaci ce o dirà proprio il tempo, in un non tanto apparente gioco di parole.

Come si dialoga con ciò che ci disorienta e che spesso ci appare incomprensibile, o troppo vasto da comprendere? L’unica salvezza all’azione dal tempo potrebbe essere rappresentata dalla copia, la moltiplicazione infinita e a volte mendace, la simulazione, la finzione, come ci suggerisce Hirst con la sua Medusa, quasi si volesse gridare in faccia al futuro un controcanto, altrettanto incomprensibile e beffardo.

Ma il futuro potrebbe essere invece un gioco di squadra come suggeriscono Sol LeWitt e l’idea concettuale: compito dell’artista non è rivelare, troppo pretenzioso il pensare che egli possa guardare al posto nostro il futuro e tradurlo in immagini. Ciò che un artista può fare è suggerire una idea, progettare nello spazio una struttura concettuale, tracciare forme e parlare alla mente degli uomini, perché possano poi loro trasformare l’idea in forma e materia plasmata dal tempo;

E così in un certo senso si ritorna all’origine: il futuro è progetto destinato ad essere eseguito e inverato da tutti gli uomini, a patto che si lascino ispirare dalla memoria e dalla conoscenza. Ovvero che siano prudenti.

MASSIMILIANO BELLAVISTA

 

 

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