“La favole dell’Europa antisociale”: Perazzoli risponde a Cacciari

Pubblicato da Redazione il

Massimo Cacciari ha ragione, non c’è effettivamente tempo da perdere: le elezioni europee si approssimano e l’Europa rischia di essere distrutta dai populisti. Ma proprio per non perdere tempo: quando Cacciari chiede all’Europa “politiche sociali diverse” a che cosa si riferisce precisamente?

Sulla stampa italiana è di moda da sempre un “tramonto del welfare” che non esiste. Il rischio è che la rappresentazione di un’Europa modello negativo di politiche sociali finisca per essere un’altra voce del populismo che si vorrebbe combattere. È un problema vecchio dell’ideologia italiana che, tra cattocomunismi ed eurocomunismi, è sempre stata ostile al welfare del modello sociale europeo. Ostile, quando lo conosce, naturalmente. Insieme all’economista Ugo Colombino abbiamo scritto un appello firmato da oltre 70 economisti di tutto il mondo, per segnalare la necessità di introdurre anche in Italia una forma di welfare universalistico del lavoro sul modello, appunto, europeo. Naturalmente, in gioco non c’è solo il welfare, ma la percezione dell’Europa in Italia.

In altra sede ho riportato fatti e numeri. Vorrei giusto ricordare che le sforbiciature del welfare attuate in alcuni casi dai paesi del Nord non ne hanno affatto intaccato la natura. L’albero è rimasto molto più alto di quello italiano, tanto che si continua a discutere, nel Nord Europa, sul welfare che disincentiva il lavoro. Le critiche ai “tagli” da parte delle formazioni di sinistra di questi paesi partono da una realtà che è molto diversa da quella italiana (a parità di spesa). Lo scriveva la Frankfurt Allgemeine Zeitung, secondo la quale la riforma di Schröder, che tanto ha fatto discutere in Germania, vista dall’Italia potrebbe sembrare l’istituzione del paese del Bengodi.

La retorica dell’Europa antisociale è dunque un colossale errore politico. Resto molto perplesso quando Cacciari dichiara, in un’intervista all’Espresso, che la causa della xenofobia in Europa si dovrebbe ricercare nelle “politiche sociali dominate dal tradimento delle promesse offerte dal vecchio welfare: progresso, benessere. Se rompi questo nesso, i popoli diventano anti-democratici.”

Da europeista convinto, che vive in Olanda da anni, non capisco. In Italia, l’Europa viene descritta come un lazzaretto, mentre qui in Olanda arrivano frotte di italiani per lavorare. Una volta la redazione di uno dei tanti talk italiani mi contattò per chiedermi in quale paese europeo avrebbe potuto mandare un troupe televisiva: nessuna mia proposta andava bene, perché il loro scopo era dimostrare, cito, che “il grasso era finito”. La Francia, la Germania? Alla fine l’Olanda andava bene, perché è un piccolo paese, è “così strana”, e tutto alla fine si può ridurre a una curiosità. Potrei citare molti altri casi.

Il welfare è vivo e vegeto, e la gente non si aggira famelica e denutrita a causa dell’austerità. Ammesso che si volesse trovare un nesso tra welfare e xenofobia, dovrebbe essere stabilito, caso mai, al contrario. Un forte welfare attira gli stranieri e con essi la paura dell’abuso, e il “turismo del welfare”. La Brexit, del resto, è un caso esemplare e ben documentato. Si ricorderà che, per schierarsi con il Remain in Europa, Cameron aveva ottenuto che fossero ammessi ai benefici del welfare solo gli stranieri (inclusi i cittadini Ue) che fossero rimasti disoccupati dopo quattro anni di permanenza in UK.

Il Movimento 5 Stelle ha fatto proseliti con quello che chiamano confusamente “reddito di cittadinanza”, richiamandosi però, più o meno, ai sistemi nord europei: tedesco, inglese, francese. Si sono però ben guardati dal dirlo, per scatenare invece, a loro volta, la rappresentazione di un’Europa antisociale che ammazza il Sud (e tacendo quello che si dovrebbe tagliare del welfare corporativo italiano, lasciano intendere che si possano duplicare spese e welfare). Per parte sua, del resto, la sinistra ha fatto finta per decenni che il welfare universalistico del lavoro europeo non esistesse. L’istituzione della Commissione Onofri da parte di Prodi non portò a nulla, il governo cadde, e addio.

La mancanza di un metro di paragone ha impedito di capire le riforme tedesche del welfare di Schröder, quelle inglesi di Blair (al solito, si è cianciato di “neoliberalismo sfrenato”). Non si capisce neanche Macron, che sembra stia seguendo Di Maio (come dice di Maio) mentre fa solo un’operazione di riordino di quello che già esiste: il Revenu de solidarité active e prima il Revenu minimum d’insertion. In tutto ciò, l’Europa ( “burocratica”, “tecnocratica”, l’”establishment” e vai con le coloriture ben note del populismo di sinistra e di destra) ci ha sempre chiesto (l’Europa, come si sa, “ci chiede”) di adeguare il nostro welfare corporativo, clientelare, inutile e costoso, a quello universalistico del resto d’Europa. Che esiste, tra alti e bassi, dal 1948 ovvero da quando i laburisti inglesi, con qualche omissione, resero legge le indicazioni del Report (1942) del liberale Beveridge.

Perché questo è importante? Perché non si può difendere l’Europa dicendo che fa schifo, soprattutto se non è vero. La vera fonte del populismo non va cercata nel welfare. Il populismo anti-establishment e anti-europeo ha avuto inizio nell’establishment italiano europeista e di sinistra (moderata o meno). Un esempio tra tutti, considerato anche il valore simbolico che rimanda a uno dei padri nobili dell’Europa. Decine di editoriali di Barbara Spinelli hanno raccontato quanto fossero cattive e inadeguate la Germania e l’Europa, perché non intervenivano per salvare la Grecia (dalle conseguenze, diciamo noi, dei conti truccati e dell’operato di classi dirigenti non proprio trasparenti). Tutto con le migliori intenzioni; ma l’analisi era completamente sbagliata.

Il direttore di Die Zeit, Giovanni Di Lorenzo, osservò giustamente, che “salvare” la Grecia con i soldi dei contribuenti tedeschi, ammesso pure che fosse stato possibile e che fosse stato davvero “salvarla”, avrebbe portato alla crescita dei movimenti populisti in Germania. Ma niente. Tutti a pensare – guarda caso proprio nell’Italia del mega debito e delle mega rendite che ne sono il complemento – che bastasse innaffiare all’infinito un qualsiasi prato di ortiche per veder crescere le rose. Rose keynesiane, anche se Keynes non c’entra niente, perché il problema greco non è mai stato di ciclo economico.

Così, quello che era un problema grave, strutturale e intrinsecamente politico della Grecia – ma in realtà si pensava ovviamente all’Italia –, fu presentato – rovesciando la realtà – come un torto che “l’Europa” stava facendo al Sud d’Europa, giocando con il fuoco del nazionalismo, che infatti adesso divampa. Il rovesciamento della realtà è interno al fenomeno del populismo.

Davvero benvenuta l’iniziativa di Cacciari, non c’è un minuto da perdere, mi iscrivo anch’io idealmente a questo movimento. Ma attenzione. Lo slogan dell’”altra Europa” è stato già speso da una formazione politica, L’Altra Europa con Tsipras, che poi, essendo rimasta senza Tsipras – troppo impegnato a fronteggiare, peraltro molto bene, la realtà – si è messa a votare con l’estrema destra al Parlamento europeo contro le sanzioni a Putin.

Qui, voglio dire, c’è un problema di fondo. La conquista del “ceto medio riflessivo” (vogliamo dire così?) alla infondata tesi dell’Europa anti-italiana, anti-sociale, e ovviamente “neoliberista”, che deve “cambiare passo”, ha dato una spinta consistente alla deriva attuale. La realtà è stata abbandonata e attraverso questa ferita è passato di tutto. Abbiamo avuto una galleria di parodie: di Marx, con tanto di profezie di sbadati e/o esaltati sulla fine del capitalismo, squilibrati che se la sono presa con le banche cattive, contro la finanza e George Soros; contro il mondialismo e la globalizzazione. L’Italia si è aperta a un mondo di parodie. Finti presidenti del consiglio, finti economisti, finti ministri…

La Grecia non doveva essere utilizzata (dopo millenni) come “cavallo di Troia” per ridefinire le politiche europee, per “battere i pugni sul tavolo”, e inserire di soppiatto il nostro immenso debito pubblico nel bilancio del contribuente europeo.

Nella prospettiva europeista, un altro passaggio di Cacciari lascia dunque perplessi: “La catastrofe finale – dice – è arrivata con la crisi economica, quando l’Europa si è mostrata incapace di difendere i suoi cittadini più deboli. È in quel momento che è avvenuto lo strappo tra la coscienza europea e la sua organizzazione”. Cacciari coglie un punto vero, che però, come per il welfare, andrebbe rovesciato. C’è stato effettivamente uno strappo dall’Europa che si è consumato nella parte moderata ed europeista della sinistra italiana: ma non per colpa dell’”Europa”, che peraltro non esiste, perché esistono gli stati europei. La crociata del risentimento e della delusione anti-europea è venuta da uno spirito di conservazione tutto italiano, di cui alla fine ha approfittato il populismo.

La delusione verso “l’Europa” è peraltro ingenerosa. La vulgata di quei fatti tende a dimenticare, ad esempio, che il Quantitative Easing della BCE ha messo l’Italia al riparo dallo spread. Poiché però nessun pranzo è gratis, il QE è costato a tutti, anche se è andato a vantaggio della sola Italia, permettendole di galleggiare e di perdere ulteriore tempo in infinite beghe, nella convinzione che, intanto, le rose sarebbero fiorite da sole, con l’arrivo della primavera. Quanto alla Grecia, senza l’”Europa” avrebbe fatto la fine del Venezuela, così caro, come sappiamo, alla pubblicistica “de sinistra”.

In tutto ciò, l’Europa economicamente cresce, e l’Italia no. Nel gioco distruttivo del domino sovranista (da cui non siamo mai usciti) l’Italia ha un ruolo centrale, e “rossobruni” e “gialloverdi” hanno preso il sopravvento. Non è chiaro perché l’Italia consideri legittima la sua pretesa di indebitarsi ulteriormente con la garanzia però degli altri paesi. Certamente non concederebbe, a ragione, a tutti agli altri paesi di fare deficit libero, che è quello a cui ritiene di aver diritto perché lo ha detto Stiglitz. Che poi non lo ha neanche detto.

Il populismo era il rischio implicito nell’euro, in cui l’Italia è entrata di misura. Ha tratto vantaggi dalla stabilità della moneta unica, ma pretende che la moneta di tutti assolva ai bisogni deliranti di un paese instabile, non privo di una vocazione sudamericana. Ma la colpa è sempre “dell’Europa che deve cambiare passo”. Non c’è da stupirsi se l’elettorato più europeista è corso in braccio ai populisti. Non è forse vero che, sempre “l’Europa”, ci “ha lasciati soli” con i migranti?

Nessun argine si è posto alle bufale, anche quando sarebbe stato facile smontarle, come quella della fantomatica strage degli innocenti in Grecia, che ha suscitato un odio diffuso per “l’Europa crudele” dell’austerità-che-non-serve. In realtà, lo hanno rivelato l’Istituto Bruno Leoni, Il Foglio, e molti altri, l’indice della mortalità infantile in Grecia è cresciuto leggermente solo prima delle misure di austerità e per ragioni legate all’emigrazione, ed è restato sempre nella media europea: addirittura al di sotto dei numeri olandesi! Non parliamo poi delle bufale economiche, a partire da quella dei minijob.

Senza perdere un minuto, allora, va detto che il problema non è “l’Europa”, ma la spinta antieuropeista e populista che è partita dal cuore della sinistra moderata e responsabile e/o irresponsabile che, invece di tenere il timone fermo, è inciampata nei conti che non ha mai fatto con l’ideologia e con la matassa delle sue rendite.

(L’articolo è tratto da Strade ed è raggiungibile cliccando qui)

Giovanni Perazzoli

 

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