IL SECOLO CINESE CHE MAI SARÀ

Pubblicato da Redazione il

Nel 1792 Giorgio III re d’Inghilterra organizzò una della più grandi missioni diplomatica per aprire la Cina, che si era chiusa al mondo a partire dagli anni Trenta del ‘400, ai commerci inglesi. Le cose andarono male e l’Imperatore Qianlong non concesse niente a Lord Macartney a capo della spedizione, anzi, scrisse l’Imperatore in una splendida lettera per il re inglese, che i cinesi non sapevano che farsene delle merci che gli avevano portato gli occidentali, loro, la più alta espressione del genere umano, si curavano soltanto delle più alte arti del governo.
Gli inglesi ci riprovarono con le buone una seconda nel 1812 ma questa volta Lord Amherst nemmeno venne ricevuto dall’imperatore.
La terza volta gli inglesi aprirono le porte della Cina, alle quali avevano bussato invano per due volte, con le cannonate. Era il 1839 e quella era la prima guerra dell’Oppio; la prima di una lunga serie di sconfitte per la Cina, che dal vertice delle grandi potenza, nel quale pensava di essere, si ritrovò umiliata, smembrata territorialmente e ridotta al rango di semi-colonia.
Per i cinesi lo shock fu enorme. Come era stato possibile che quelli che loro consideravano poco più che dei barbari fossero riusciti a sconfiggere il più grande impero della storia? Nella corte imperiale si aprì un dibattito per cercare di capire quali fossero le cause della forza occidentale; un dibattito che durò a lungo e vennero fatte le più strampalate ipotesi. Finché non ci fu chi iniziò a sostenere che la chiave erano le tecnologie occidentali. 
È allora che nasce il movimento dell’Autorafforzamento, la Cina avrebbe dovuto importare le tecnologie occidentale, in particolare le vele e i cannoni, per dirla con Cipolla, per auto rafforzarsi, per l’appunto, e così poter rigettare in mare gli invasori occidentali.
Un semplice innesto di pezzi occidentali, sul corpo cinese, senza che questo – erano le intenzioni dei riformatori – ne venisse alterato. Il motto era “il sapere occidentale come mezzo, il sapere tradizionale come fondamento”.
E però una volta che avevano importato i cannoni, si resero conto che c’era bisogno di qualcuno che li sapesse far funzionare. Per questo furono costretti ad aprire scuole in Cina per insegnare il sapere occidentale e a mandare dei giovani all’estero ad apprendere le tecniche occidentali.
Ma le tecniche occidentali non sono qualcosa di neutro, sono il prodotto di una precisa visione del mondo, che è sostanzialmente anarchica e irriverente verso ogni tradizione: la scienza va avanti sconfessando quello che è stato fatto prima. 
Dunque, non ci può essere tecnologia senza scienza e non ci può essere scienza senza libertà, e non ci può essere libertà senza che una fitta rete di diritti non imbrigli il potere assoluto e lo subordinato alla legge (repubbliche o monarchie costituzionali). È quella che Toynbee ha definito la legge di “una cosa tira l’altra”: se messo in moto questo meccanismo di trasfusione non si arresta, a meno che non si ricorra alla forza.
Così quando quei giovani tornarono in Cina ricercarono quelle libertà nelle quali erano vissuti in Occidente e così invece di lavorare come dei servi sciocchi per l’Impero, lo buttarono gambe all’aria e nel 1912 fondarono una repubblica, con separazione dei poteri e libere elezioni.
Da tenere a mente: alla modernizzazione economica e tecnologica segue come un’ombra la modernizzazione culturale e istituzionale.
Poi verrà Mao e richiuderà di nuovo le porte della Cina al mondo, trasformandosi in un nuovo imperatore, ma questa volta rosso. Dopo i disastri che questa scelta causò, Deng Xiaoping decise di aprire nuovamente le porte alla Cina, e lo fece con lo stesso principio del movimento dell’autorafforzamento: innestare le industrie occidentali in Cina, così da favorire il trasferimento tecnologico e fare in modo che questi pezzi di Occidente lavorassero per la maggior gloria del Partito comunista cinese. Lo confessò candidamente in una intervista alla Fallaci: sarete voi occidentali a renderci più forti, disse il piccolo timoniere, che però non si rendeva conto che in questo modo metteva in moto il vecchio meccanismo di “una cosa tira l’altra” che aveva mandato a gambe all’aria l’Impero.
Così nel 1989 quando i giovani cinesi iniziarono a chiedere le libertà occidentali come quelli del 1911, Deng che nulla sapeva della legge di Toynbee inviò i carri armati nelle strade a stroncare nel sangue quel naturale passaggio dalla modernizzazione economica a quella politica.
Il precedente di Tienanmen è un incubo ricorrente per l’attuale leadership che si è forse resa conto di queste logiche e così, se da una parte non può fare a meno delle tecnologie occidentali, se non vuole che qualche altro paese inizi ad assemblare tablet e giocattoli a un prezzo più basso, dall’altra non vuole concedere nulla sul fronte delle libertà politiche: infatti, se lo facesse, il PCC si suiciderebbe, ma, visto che non c’è tecnologia, senza ricerca scientifica e non c’è scienza senza libertà, i cinesi son costretti a trovare altre vie, più o meno furbe o illegali, per appropriarsi di quella tecnologia che loro non sanno produrre. 
Ora questa fonte illecita di arricchimento e competitività potrebbe chiudersi, mentre nel contempo Xi Jinping sta accelerando il passo verso il vecchio dispotismo asiatico. 
La Cina così si ritroverà senza tecnologie e senza libertà e il problema del XXI secolo potrebbe non essere quello di una nuova lotta egemonica tra Cina e USA, ma dover gestire una Cina, frustrata e sospettosa, che per sue colpe vede svanire i propri sogni di gloria. Altro che secolo cinese…

Nunziante Mastrolia