La filosofia della storia della leadership cinese

Pubblicato da Redazione il

Nunziante Mastrolia


Ogni comunista deve comprendere questa verità: il potere politico nasce dalla canne del fucile.

Mao Zedong

Si può fare tutto con le baionette, tranne sedercisi sopra

Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord

Il dispotismo arbitrario e violento è sempre una conseguenza dell’illegittimità.

Guglielmo Ferrero


C’è un elemento costante che, in maniera più o meno manifesta, compare di continuo nella attualità cinese ed è il riferimento, diretto o indiretto, a quello che viene definito il secolo delle umiliazioni. Un secolo, che va dalla prima guerra dell’Oppio (1839-1842) alla nascita della Repubblica popolare cinese, fatto di shock culturali, traumi, umiliazioni, devastazioni, smembramenti territoriali.

Vi è probabilmente un solo precedente paragonabile al trauma cinese ed è quello italiano (almeno per quanto riguarda alcuni limitati aspetti), quando, dopo la discesa nella penisola di Carlo VIII nel 1494, un paese che, sotto ogni aspetto, si percepiva come superiore al resto d’Europa, venne conquistato e devastato da quelli che riteneva poco più che dei barbari:i francesi di Carlo VIII “dimostrarono al mondo l’impotenza di un grande paese, dimostrarono quale immenso bottino ci si poteva assicurare con scarsi pericoli, dimostrarono la debolezza passiva degli abitanti troppo civili e pieghevoli, la loro incapacità di agire in gruppi compatti e coerenti, la loro prontezza nel cedere duttilmente agli invasori rozzi, brutali e risoluti”1. Dopo di allora fu il diluvio: “tutti strinsero eterna alleanza con tutti gli altri, di volta in volta ruppero le alleanze, ne strinsero di nuove, marciarono in un senso e poi nel senso contrario, combatterono, vinsero, persero, conclusero la pace e ricominciarono a combattere. A volte, leggendo le cronache di quei decenni, l’inesperto si sente girare la testa e ricorda le scene finali delle vecchie comiche mute, le risse di ubriachi aperte a tutti nelle quali ognuno colpiva tutti gli altri indifferentemente. Ogni straniero vinse o perse a turno”2. Gli italiani, come i cinesi, persero sempre.

Questi drammi sono orami scomparsi dalla memoria collettiva italiana. Non così in Cina dove quello stesso trauma viene oggi fatto rivivere ad ogni occasione utile e costantemente inoculato nelle coscienze, sui banchi di scuola, nei media, nei musei. Quasi un memento costantemente ripetuto per ricordare un periodo nero della storia cinese ed evitare che accada nuovamente. Quel secolo è anche un metro di paragone per misurare il cammino compiuto dalla Cina, per dare una misura della rinascita cinese. A titolo di esempio, nel 2009 in occasione dei sessant’anni dalla fondazione della Repubblica Popolare i soldati che aprirono le celebrazioni si mossero dal centro di Piazza Tienanmen per giungere al pennone dell’alzabandiera scandendo, lenti e cadenzati, 169 passi tanti quanti erano gli anni dall’inizio della prima Guerra dell’Oppio.3

Si potrebbe quasi dire che la necessità di un riscatto (revange?) rispetto a quegli anni sia la stella polare della dirigenza cinese. Se si volesse parlare in termini di filosofia storica si potrebbe dire che la concezione che informa la mentalità della dirigenza cinese ha come obiettivo quello di “correre in avanti per tornare indietro”. Per essere più espliciti, si può dire che l’obiettivo cinese è quello di acquisire potenza politica, economica e militare per poter riportare indietro le lancette della storia e ritornare a quel tempo, prima dell’arrivo delle grandi potenze occidentali, quando l’impero di Mezzo si percepiva come la più alta creazione umana e la più raffinata elaborazione culturale della storia.

Mao e la legittimità del Partito comunista cinese

C’è un punto però che va messo in evidenza. La volontà di plasmare la coscienza collettiva cinese (con i testi scolastici, musei, parchi tematici4) attraverso l’esposizione nuda e cruda delle ferite, dei traumi e delle umiliazioni che le potenze europee, gli Stati Uniti ed in Giappone hanno inflitto al paese; la volontà quasi di “caricare una molla”, utilizzando la pietà ed il rancore (“mai dimenticare le umiliazioni patite”) per generare un’ansia di riscatto è cosa relativamente recente. Zheng Wang sostiene che dal 1949 al 1976 le cose andarono diversamente5. Con Mao, infatti, l’accento non era posto sui traumi patiti ma sulle vittorie e le conquiste ottenute dal Partito comunista e dal suo grande timoniere nella sconfitta dei nazionalisti del Kuomintang, nella vittoria del comunismo cinese, nella lotta interna al “feudalesimo imperiale”, primo passo per fare della Cina il motore di una rivoluzione internazionale.

In quest’ottica la causa del declino cinese e dei drammi patiti veniva indicata nell’inetto governo dell’élite imperiale e poi dei nazionalisti; il che significa che le invasioni delle grandi potenze furono solo una conseguenza degli errori interni. Di qui la necessità della lotta di classe per curare i mali interni e render forte il paese: erano stati gli sfruttatori del popolo a ridurre al quasi sfinimento la Cina ed era contro costoro che bisognava combattere per poter giungere alla società comunista. Questo il messaggio.

Per questo la dicotomia amico-nemico non è composta su basi nazionali (la Cina contro il resto del mondo), ma su basi economiche e sociali (la lotta di classe)6. A tale proposito vale la pena riportare un brano scritto da Alberto Moravia in occasione di un viaggio in Cina ed in particolare alla visita al “museo della memoria” del periodo maoista, per poter avere uno spaccato del funzionamento della macchina propagandistica della “lotta di classe” come fonte della legittimità del PCC.

Moravia racconta di un gruppo di statue che raffiguravano “il martirio di una famiglia di contadini di una lontana provincia dell’ovest, prima della rivoluzione. (…) La famiglia dei contadini è lacera, affamata, affranta. Il padre è coperto di stracci, la madre ha un infante alla mammella, gli altri figli sono degli scheletri, i nonni due accattoni. Invece il proprietario è un mostro di sadismo: bellamente vestito di una lunga zimarra, sta sdraiato su cuscini, respingendo, superbo, con piede oltraggioso, le offerte di riso della sventurata famiglia. Il riso non basta, la famiglia torna al lavoro, sotto la sferza di spietati aguzzini. Alla fine non riuscendo a soddisfare l’esosità del padrone, il padre prostituisce la figlia più grande; vende, per lo stesso scopo, la bambina in fasce. Ma il proprietario non si placa. Allora il contadino si rivolta. Nell’ultimo gruppo di statue vediamo sgherri e proprietario arrestati e uccisi; il contadino trionfante sventola la bandiera di Mao”7. È evidente come, la rappresentazione della storia cinese che si voleva inoculare è quella di un eterno ed immobile passato fatto di sfruttamento di classe (il latifondista è il diavolo per i cinesi, scrive Moravia). Uno sfruttamento millenario cui Mao ha posto fine. Di tutto il resto, di quanto cioè il paese avesse patito per mano di potenze straniere non v’è traccia: “il popolo – scrive ancora Moravia – non deve saper niente del passato” o meglio “il passato sono soltanto i latifondisti che martirizzavano i contadini”.

Questa ricostruzione storica è la base su cui Mao tenta di legittimare politicamente il potere del PCC che, nato da una rivoluzione, è di per sé illegittimo.

Conviene esser chiari su un punto. Quella di Mao più che una rivoluzione è una restaurazione: la restaurazione, sotto forme diverse, del vecchio principio di legittimità imperiale. Mao è il nuovo imperatore rosso che impone una nuova serie di miti, riti e fedi: il maoismo per l’appunto, o meglio la confucianizzazione del maoismo8. Un processo che raggiunse il suo apice durante la Rivoluzioneculturale9, che ebbe, come notava giustamente Alberto Moravia, un vero e proprio “carattere religioso”10. In breve: la fonte della legittimità politica della Repubblica popolare cinese è Mao stesso ed è una legittimazione che si basa sul principio divino-monarchico. Di conseguenza quando Mao muore nel 1976 con lui muore anche la fonte della legittimazione politica del PCC.

È utile fare un inciso. Che cos’è la legittimità? È, per dirla con Guglielmo Ferrero, quel principio che spiega perché alcuni hanno il diritto di comandare ed altri il dovere di ubbidire. Per Ferrero esistono solo quattro tipi di principi in grado di giustificare e rendere stabile, scongiurando qualsiasi forma di guerra civile, il potere: il principio elettivo e il principio democratico, da una parte; il principio aristo-monarchico e il principio ereditario11, dall’altra; a questi si potrebbe aggiungere il principio ultraterreno “per grazia di Dio”: “I principi di legittimità – scrive Ferrero – sono giustificazioni del potere, cioè del diritto di comandare; perché tra tutte le ineguaglianze umane nessuna ha conseguenze tanto importanti e perciò tanto bisogno di giustificarsi, come l’ineguaglianza derivante dal potere. Salvo qualche rara eccezione, un uomo vale l’altro: perché uno deve avere il diritto di comandare, gli altri doveri di obbedire? I principi di legittimità rispondono a questa obiezione.”12. La forza delle armi da sola, infatti, non basta a render saldo un regime politico, come aveva giustamente intuito Talleyrand, le baionette non bastano a render saldo e sicuro un regime politico.

Al crollo nel 1911 dell’impero (ed del principio di legittimità che lo sorreggeva) segue la costituzione della Repubblica di Sun Yat-sen, che pone a fondamento della propria legittimazione il principio democratico “i tre principi del popolo” e cioè la costituzione di una struttura istituzionale repubblicana e democratica sul modello dei paesi europei. Tuttavia una serie di fattori, sia interni che esterni alla Cina, ne impediranno il radicamento.

Ritorniamo a Mao. Con la sua morte, si diceva, muore anche il principio di legittimità neo-imperiale da lui creato e per questo, nonostante il tentativo di Hua Guofeng di accreditarsi come erede del grande timoniere, il paese arriva sull’orlo della guerra civile.

Sarà Deng Xiaoping a tentare di gettare nuove fondamenta a sostegno del potere del PCC. Questo nuovo principio è lo sviluppo economico. Fu infatti nel dicembre del 1978 durante la terza sessione dell’XI Comitato centrale del Partito che “la lotta di classe cessò di essere il punto centrale della politica cinese”13.

Da allora il partito inizia a giustificare il proprio potere in quanto agente di uno sviluppo economico senza precedenti nella pur millenaria storia cinese. Tuttavia anche questo tentativo fallisce, si rivelerà anzi una strada pericolosissima per la stessa sopravvivenza del partito. Per comprendere il perché è necessario fare un altro inciso.

Erodiani e zeloti

La società occidentale, a partire dal tempo delle grandi esplorazioni geografiche, ha iniziato a porre sotto assedio tutte le altre culture presenti. Il punto fondamentale è che questa società, che è il prodotto secolare del processo di modernizzazione e secolarizzazione, è una eccezione nella storia dell’umanità, costituisce un unicumincompatibile con tutte le altre società tradizionali presenti.

Il che significa che di fronte all’assedio occidentale le società tradizionali hanno solo due modi per rispondere a questo assedio. Possono chiudersi totalmente, rifiutando ogni forma di contatto. Il risultato? Salvano la propria anima e la propria tradizione ma si votano all’isolamento e al sottosviluppo economico, come nel caso della Corea del Nord. Oppure possono aprirsi totalmente all’Occidente, impiantando al proprio interno tutti gli elementi della cultura assediante. Il risultato è, in questo caso, quello di ridurre a poco più che folklore le proprie tradizioni, ma nel contempo di aprire le porte al progresso ed allo sviluppo economico. Terzium non datur.

Il tentativo di intraprendere vie intermedie non fa che rendere più doloroso e pericoloso tale processo di trasfusione. Questo perchè “ogni struttura culturale storica è un tutto uno organico dalle parti interdipendenti (…) se da una certa cultura si sfalda una scheggia e la si introduce in un corpo sociale estraneo, questa scheggia isolata tenderà a trascinarsi appresso, nel corpo estraneo in cui si è insediata, gli altri elementi costitutivi del sistema sociale dove la scheggia è di casa e da cui è stata staccata innaturalmente. La struttura infranta tende a ricostruirsi in un ambiente straniero in cui si è fatta strada una delle sue componenti”14. Questo significa che “una volta messo in moto, il processo di acculturazione è inarrestabile e i tentativi degli aggrediti di frenarlo non avranno altro risultato che quello di rendere più straziante la cosa”15.

Toynbee definisce questo processo la legge di “una cosa tira l’altra”: una vera e propria trasfusione che si fermerà “solo quando tutti gli elementi essenziali della società radioattiva [saranno] stati impiantati nel corpo sociale della società aggredita, perché solo così la società occidentale può funzionare perfettamente”16. L’assedio occidentale nei confronti della Cina inizia nel 1792, quando Giorgio III d’Inghilterra allestisce una                          imponente missione diplomatica per  aprire pacificamente la Cina al commercio internazionale. La missione è un totale fallimento. Le porte del Celeste impero restano chiuse al mondo. Altrettanto fallimentare si rivelerà una seconda missione nel 1815.

Dopo aver per due volte bussato alle porte della Cina, gli inglesi le abbatterono con le cannonate nel 1840. È la prima guerra dell’Oppio, con la quale si diede inizio a quello che per i cinesi, ancora oggi, è il secolo delle umiliazioni. Questo scontro con l’Occidente fu per l’élite cinese un evento drammatico, un vero e proprio shock, per dirla con Alain Peyrefitte17: una civiltà che si percepiva come la più alta e sofisticata creazione umana si ritrovò ad essere sconfitta militarmente, smembrata territorialmente ed alla mercé di coloro che (gli occidentali e i giapponesi) riteneva nient’altro che dei rozzi barbari.

Dopo una fase di profondo sbandamento, l’élite imperiale riuscì ad imbastire una reazione. È il movimento dell’autorafforzamento. Per salvare l’impero e sottrarlo dalle grinfie dei conquistatori era necessario rafforzarlo, adottando quegli strumenti che rendevano così potente l’Occidente: le sue tecnologie e le sue armi, così da poter ricacciare in mare gli invasori. Si prese, in altre parole, atto della “necessità di passare sotto le forche caudine dell’Occidente”18, di utilizzare cioè le macchine degli europei.

Ma per far ciò si doveva aprire una nuova porta: non bastava acquisire il possesso dell’hardware. Qualcuno doveva apprendere ad utilizzare, aggiornare (ed innovare) anche il software. Fu per questo che molti giovani furono messi a studiare (all’estero ed in patria) le scienze e le tecniche occidentali. Ma così facendo quei giovani introiettavano anche la visione del mondo occidentale, si abbeveravamo anche delle sue idee politiche e ritornavano in Cina “dopo aver vissuto esperienze sconvolgenti, che trasformavano i giovani studiosi in rivoluzionari decisi a mutare completamente la situazione del Paese”19.

Non ci si rese conto, infatti, che quelle tecnologie e quei saperi si sarebbero comportati come la scheggia di cui parla Toynbee: avrebbero dato avvio a quell’inarrestabile processo di trasfusione.

Fu proprio ciò quello che accadde. La Cina ebbe le vele ed i cannoni (per dirla con Cipolla) ma con esse venne la fine dell’impero millenario e l’istituzione della Repubblica (liberale) di Sun Yat-sen. Il che significa che il tentativo di utilizzare un pezzo della società aperta (le tecnologie) per rafforzare e rinsaldare una società chiusa (l’impero cinese, costruito intorno al concetto del dispotismo orientale) è destinato al fallimento. E questo perché alla modernizzazione economica e tecnologica segue come un’ombra la modernizzazione culturale ed istituzionale20.

Deng e la nuova legittimazione del Partito comunista

Dopo i guasti e gli orrori del grande balzo in avanti e della rivoluzione culturale è Deng Xiaoping a riaprire le porte della Cina al mondo. Seguendo, tuttavia, le stesse logiche del movimento dell’autorafforzamento “il sapere occidentale come mezzo, il sapere cinese come fondamento”. Anche il fine è sempre lo stesso: rafforzare una società chiusa (l’impero prima e la Repubblica popolare dopo) adottando alcuni prodigiosi strumenti della società aperta (le tecnologie prima, il mercato poi). In altre parole, aprire la Cina ai capitali stranieri ed al commercio internazionale senza tuttavia alterare la struttura politica ed istituzionale del Paese e cioè la dittatura del partito comunista cinese.

Deng non si rendeva conto che così facendo dava nuovamente avvio al processo di trasfusione. Una trasfusione che si sarebbe fermata solo quando anche la struttura politica ed istituzionale fosse stata innestata. Il che era ciò che avevano tentato di fare Hu Yaobang e Zhao Ziyang ed era ciò che chiedevano i manifestanti di Piazza Tienanmen, innalzando una copia in carta pesta della statua della libertà e cantando la marsigliese in cinese.

L’errore commesso da Deng, così come dai riformatori del tardo impero, fu quello di pensare di poter controllare tale processo: di poter semplicemente innestare un pezzo di Occidente all’intero del proprio paese e di circoscriverne gli effetti, impedendo che potesse alterare la struttura politica ed istituzionale del paese.

In altre parole, fu la politica di Deng di apertura al mondo e di innesto del mercato in Cina (o delle quattro modernizzazioni, quella della scienza, dell’industria, dell’agricoltura e dell’esercito) a causare le manifestazioni del 1989 (la quinta modernizzazione, quella politica).

Dopo i fatti di piazza Tienanmen, il potere in Cina si ritrovava nuovamente nel vuoto, in assenza di un principio di legittimità che lo sorreggesse, con il rischio di apparire per quello che effettivamente è, e cioè, un potere illegittimo. Il che significa, se il ragionamento è corretto, che la bancarotta planetaria del comunismo ed il crollo dell’Unione Sovietica aggravano certo la crisi cinese, ma non ne sono la causa. La causa è da ricercarsi nel tentativo illogico di incastrare un pezzo di società aperta all’interno di una società chiusa, di far convivere forzatamente Ulisse e Confucio.

Di qui la necessità di ricercare un nuovo principio fondativo, che viene individuato nei drammi del passato, nel secolo delle umiliazioni. E’ infatti solo a partire dal 1991 che si inizia a procedere a tappe forzate nella costruzione di una memoria storica dolorosa, dalla quale la nazione cinese è riuscita a risollevarsi solo grazie al partito, che, abbandonata la logica della lotta di classe e dismessi i panni dell’avanguardia del proletariato, inizia lentamente a spostare l’accetto dalla questioni economiche al patriottismo.

Il partito si pone così come il salvatore della patria, e non più solo dei contadini e dei proletari. Il nuovo mantra è: “if not for the CCP’s successful revolution and sacrifices, China would still be a weak and divided country”. In questo modo il Partito si pone come l’agente storico che ha prodotto la riunificazione del paese, riconquistato l’indipendenza della Cina e l’ha condotta lungo la via di uno sviluppo economico senza precedenti, guadagnando così il rispetto (se non il timore) del mondo intero.

Questo il senso della nuova rivisitazione storica, alla ricerca di un nuovo fondamento alla legittimità del partito. Una rivisitazione storica che viene immessa nei programmi scolastici di ogni ordine e grado21, e diffusa attraverso la macchina della propaganda a livello nazionale22: “through this nationwide educational campaign, Beijing has creatively used history education as an instrument for the glorificazion of the party, the consolidation of the PRC’s national identity, and the justification of the political system of the one-party rule by the CCP”23.

Disobbedire al partito o metterne in discussione il ruolo e la legittimità significa, pertanto, porsi come dei traditori della patria e riaprire le porte ad un ritorno del passato, favorire il ritorno di quelle potenze, che dalla prima guerra dell’Oppio, presero a dilaniare il paese. In questa nuova prospettiva, infatti, il partitocomunista si pone come il “più saldo e deciso patriota”24, il cui fine ultimo è quello di produrre un rinascita (rejuvenation) della passata grandezza cinese. Di conseguenza, amare la Cina significa amare il Partito.

In altre parole, chi è contro il partito è contro la Cina. Senza il partito, la Cina sarebbe rimasta un paese povero, corrotto e diviso; “senza il Partito – sono le parole di Jiang Zemin – non sarebbe mai venuta alla luce una Nuova Cina”; “solo il partito può salvare la Cina; solo il partito può far sviluppare e rinascere la Cina”. In sintesi: solo sotto la guida salda del partito la Cina può sperare di riportare indietro le lancette della storia e ritornare a quel tempo in cui era una grande potenza.

Che tutto ciò sia vero o falso ai fini di questo scritto non ha importanza. Ciò che si vuole sottolineare è il processo di formazione di un diverso immaginario collettivo, che parte sin dai banchi di scuola e a cui sono tutti sottoposti attraverso i pervasivi strumenti della propaganda.

In conclusione, dopo la grande paura del 1989, il partito ha dato avvio ad un processo di rivisitazione storica al fine di costruire una memoria collettiva in grado di conferire una legittimazione politica: i lutti del passato come base di un nuovo orgoglio (nazionalismo?) cinese.

Queste dunque le fondamenta della nuova giustificazione storica del potere in Cina, su cui di volta in volta si innestano le ramificazioni delle diverse leadership: da Jiang Zemin (il vero artefice di questa svolta25) con la sua teoria delle tre rappresentanze, il partito come avanguardia di tutta la nazione e non più solo dei contadini e del proletariato; a Hu Jintao con i suoi concetti di “ringiovanimento” e di società armoniosa; fino a Xi Jinping, che riprende il concetto di ringiovanimento e lancia lo slogan del sogno cinese.

Tutti tentativi di aggiungere, di volta in volta, un pezzo nell’opera di costruzione di una nuova fonte di legittimità, una nuova giustificazione al perchè alcuni hanno il potere di comandare ed altri il dovere di ubbidire. Questo nuovo esperimento potrà avere successo? È lecito avere dei dubbi. Per due ragioni.

In primo luogo, perchè nessuno dei principi espressi da Ferrero trova applicazione coerente in Cina.

In secondo luogo, il processo di trasfusione non può essere arrestato, a meno di non scegliere (pur di preservare il potere assoluto del partito) deliberatamente la via della stagnazione economica.

Se infatti un potere autoritario può essere compatibile ed anche favorire le prime fasi (la modernizzazione economica e tecnologica) del processo di industrializzazione (si pensi a Taiwan, Corea del Sud, al Giappone dei Meiji e alla Turchia di Mustafà Kemal) nel momento in cui bisogna fare il salto dalle fasi più basse della catena del valore (assemblaggio) alla produzione di beni e servizi ad alto valore aggiunto, quello stesso potere autoritario si trasforma in un ostacolo. In altre parole, un paese che vuole entrare nelle fasi più avanzate dello sviluppo economico ha bisogno di una struttura istituzionale liberale e, in ultima istanza, democratica.

Le ripercussioni internazionali

In ragione di quanto si è sin qui sostenuto, appare evidente come una tale impostazione possa avere precise e preoccupanti ripercussioni a livello internazionale. Il motivo è chiaro: la linea di demarcazione che separa gli amici dai nemici trova i suoi parametri in quel “secolo delle umiliazioni”, che diventa così la pietra di paragone per misurare il livello di aggressività delle grandi potenze nei confronti di una Cina vittima delle politiche di conquista. È un meccanismo che si palesa in modo abbastanza evidente nelle relazioni tra la Cina ed il Giappone, ma anche in quelle tra la Cina e gli Stati Uniti. La superpotenza americana, in particolare, nonostante il minore livello di colpe, storicamente imputabili rispetto alle altre potenze europee, viene comunque diffusamente percepita come la sintesi di tutti quegli attori internazionali interessati, vero o falso che sia, a sbarrare la strada alla Cina nel suo percorso di riappropriazione di un ruolo importante nel consesso internazionale.

A riprova di ciò si consideri quanto segue. Con una serie di negoziati – come evidenzia Edward Luttwak26 – la Cina ha concesso il 100 per cento del territorio rivendicato all’Afghanistan, l’82 per cento al Laos, il 66 per cento al Kazakistan, il 65 per cento alla Mongolia, il 94 per cento al Nepal, il 60 per cento alla Corea del Nord, il 96 per cento al Tagikistan e il 50 per cento al Vietnam. Anche i negoziati con l’Unione Sovietica e in seguito con la Federazione Russa si sono conclusi con successo su una base approssimativamente paritaria. Coma spiegare questa “magnanimità” e l’intransigenza odierna riguardo alle rivendicazioni dei paesi rivieraschi nel Mar cinese meridionale e nel Mar cinese orientale?

Alcune considerazioni: in primo luogo c’è da notare che quasi tutti questi paesi facevano parte del sistema sinocentrico dell’Impero cinese, o ne erano fortemente influenzati (esclusa la Russia). Nessuno di questi paesi, agli occhi della Cina, si è reso responsabile di atti aggressivi negli anni del secolo delle umiliazioni. Infine, alcune di queste transazioni territoriali sono avvenute prima degli anni Novanta, prima cioè che il partito facesse del secolo delle umiliazioni la sua nuova fonte di legittimazione politica.

Resta da spiegare il caso del Vietnam. La risoluzione delle dispute territoriali lungo il confine terrestre è del 2000. Mentre resta aperto il fronte delle rivendicazioni territoriali nel Mar cinese meridionale. Ciò che spiega queste due diverse situazioni non è solo la diversità geografica e la diversità di interessi strategici cinesi (il timore di Pechino di veder interrotte le linee di comunicazione marittima del proprio commercio internazionale e delle proprie fonti di approvvigionamento). C’è probabilmente anche dell’altro. E questo altro attiene alla progressiva

normalizzazione delle relazioni tra Stati Uniti e Vietnam e alla loro interazione sempre più intensa. Il che significa che è possibile sostenere che la posizione cinese è andata irrigidendosi sino ad arrivare all’intransigenza via via che le relazioni tra Washington ed Hanoi si andavano normalizzando. Il che significa, inoltre, che tale intransigenza deriva dal fatto che, dietro le rivendicazioni vietnamite (ma anche filippine), Pechino ha visto, o pensato di vedere, in maniera sempre più chiara la mano americana, che tentava (vero o falso che sia) dicontenere l’ascesa cinese: in questo senso Zhang parla di una vera e propria “sindrome da cospirazione americana” che condiziona il mondo politico e militare cinese nella lettura della situazione regionale ed internazionale.27 Il che fa scattareil meccanismo amico/nemico, descritto in precedenza, con il risultato di provocare uno stallo della situazione.

Per inciso, si noti che questa impostazione non ha una valenza solo regionale, ma è alla base del modo in cui la Cina si presenta ai paesi del continente africano ed in parte dell’America Latina. Ciò che accomuna questi paesi e Pechino – almeno questo è il senso del messaggio cinese – è di aver patito entrambi la sopraffazione e lo sfruttamento per mano delle potenze occidentali; per tale motivo, data la consapevolezza storica di tali dolori patiti, gli interessi cinesi nel continente in nessuno modo – sostengono a Pechino – portano ad una riedizione del colonialismo/imperialismo occidentale. Ciò che la Cina cerca in Africa (ed in parte in America Latina) è – stando al messaggio cinese – un rapporto di cooperazione, su basi mutualmente vantaggiose, tra paesi che sono stati vittime dell’aggressività occidentale.

Ritornando al quadro regionale, c’è un’ulteriore osservazione da fare, in linea con quanto fino ad ora affermato. Zheng Wang sostiene che nel corso di una serie di crisi, che hanno costellato le relazioni tra la Cina, gli Stati Uniti ed i paesi dell’area, Pechino abbia di volta in volta, a seconda degli attori coinvolti, innalzato o abbassato deliberatamente la tensione. Zheng ritiene che in occasione dei più importanti momenti di frizione con gli Stati Uniti, Pechino abbia scientemente agito in modo da alzare il tono dello scontro. In particolare in occasione della crisi di Taiwan del 1995-1996; del bombardamento dell’ambasciata cinese a Belgrado nel 1999 e dell’incidente dell’aprile del 2001, che coinvolse un aereo spia americano e una caccia cinese. Stesso copione per quanto riguarda le relazioni con Tokyo con cui non sono mancati significativi momenti di tensione. In particolare per la pubblicazione di testi scolastici in Giappone (in particolare Zhang considera la crisi del 2005) che tacevano o sottostimavano, a detta di Pechino, gli orrori compiuti dal Sol Levante in terra cinese durante e prima la seconda guerra

mondiale, od anche in occasione delle visite da parte di esponenti politici giapponesi al tempio di Yasukuni, dove sono commemorati i caduti della seconda guerra mondiale. Altri motivi di crisi sono derivati dalle dispute territoriali nel Mar cinese orientale, quando Pechino è ricorsa, in una occasione, al blocco dell’esportazione di terre rare verso il Giappone, e più di recente ha esteso, provocatoriamente, le proprie rivendicazioni territoriali sino ad includere l’isola di Okinawa, o ha inviato unità aeree e navali sia civili che militari a pattugliare i territori rivendicati dalla Cina. La lettura di Zheng è interessante perché evidenzia come il PCC abbia utilizzato quelle crisi internazionali come strumento per fomentare il risentimento nazionale e convogliarlo a proprio vantaggio.

Non a caso, prosegue Zhang, un elemento accomuna tutte queste circostanze: manifestazioni popolari di protesta (più o meno organizzate ad arte) sia contro gli Stati Uniti che contro il Giappone, nelle maggiori città della Cina, in un paese che pur, dopo i fatti di Tienanmen, guarda con grande apprensione agli assembramenti di folla. Al contrario, continua Zhang, Pechino ha deliberatamente lavorato per abbassare i toni della disputa sui territori contesi con Filippine e Vietnam, sebbene, vale la pena ripeterlo, limitatamente agli anni ’90.

Il che ci riporta nuovamente al punto di partenza. La linea di demarcazione tra amico e nemico corre lungo l’elenco degli oltraggi che in passato i vari attori hanno inferto al paese. Ma c’è di più, il “il perimetro dei colpevoli” si va allargando, comprendendo anche quei paesi (come il Vietnam e le Filippine), nei confronti dei quali Pechino aveva in passato usato toni morbidi, ma che ora vengono percepiti come strumenti di una più ampia strategia tesa a condizionare la Cina.

Conclusioni

Il tenere aperte le ferite del passato per esaltare e legittimare il primato assoluto del PCC è una operazione rischiosa e pericolosa, che ha serie conseguenze sia a livello internazionale che, probabilmente, anche interno.

In primo luogo, sono proprio queste ferite uno degli ostacoli maggiori all’avvio di un processo di integrazione regionale, sul modello europeo, tra i tre maggiori protagonisti dell’area, Cina, Giappone e Corea del Sud. E’ bene, ricordare, infatti, che l’integrazione economica tra i paesi europei è la conseguenza, non la causa di quella costruzione che è l’Unione europea. A monte vi è la decisione politica di riconciliazione, la forte volontà di mettersi alle spalle i secoli di guerre e devastazioni, in nome del troppo sangue versato28. Senza un simile processo di rimozione degli orrori e delle colpe del passato nessun processo di integrazione può avere luogo. Come del resto, proprio il caso di Corea del Sud, Cina e Giappone sta a testimoniare che: pur di fronte, infatti, ad una intensissima integrazione e cooperazione economica, le relazioni tra i tre paesi sono costantemente messe sotto pressione dalle fibrillazioni storiche e politiche.

In secondo luogo, l’adozione di questo schema storico-culturale da parte del PCC per sostenere la propria leadership non può che esacerbare le relazioni con quei paesi, che la Cina considera “colpevoli”, come è nel caso del Giappone, o direttamente intenti a sabotare la sua ascesa, come è nel caso degli Stati Uniti. A testimonianza di ciò vi è non solo l’inasprirsi delle tensioni a riguardo dei territori contesi, ma anche lo stallo che su questa questione si è prodotto. Se infatti è compito del PCC riscattare il paese dalle umiliazioni patite e riportare indietro le lancette della storia, riconquistando quei territori che furono sottratti all’Impero cinese durante gli anni di crisi, allora significa che ogni pezzo di territorio, fossero anche degli scogli disabitati, diventa un simbolo, un emblema di riscatto nazionale e di un ritrovato orgoglio. Se così stanno le cose, quale leader politico cinese potrebbe, ad esempio, sedersi ad un tavolo con i giapponesi per accordarsi per uno sfruttamento congiunto delle risorse economiche delle isole Diaoyu/Senkaku?

Il che ci porta al terzo punto. Lo strumento dell’orgoglio nazionale può essere utile per aggregare il consenso popolare intorno alla leadership del PCC, ma può rivelarsi un’arma a doppio taglio. Un’opinione pubblica imbevuta dell’ideale del “riscatto nazionale” può imporre la propria agenda alla dirigenza politica anche in termini di politica internazionale, se la leadership del partito dovesse mostrarsi troppo tenera con coloro che sono considerati i “nemici”. Non solo, ma cosa accadrebbe se questa opinione pubblica dovesse iniziare a vedere proprio nel partito l’attore che ha causato un indebolimento del Paese? Cosa che potrebbe accadere sia in ambito internazionale, ad esempio per un dietro-front (anche temporaneo) della Cina sui territori contesi; o anche a livello interno: se il PCC è l’unico e solo artefice del miracolo economico e dell’ascesa politica della Cina (stando almeno alla rilettura storica di cui si è detto sinora), ne consegue che le colpe per un peggioramento della situazione economia, sociale e politica nel Paese non possono che essere attribuite al partito stesso. Per questo, volendo liberamente parafrasare un proverbio cinese, se può anche essere possibile e vantaggioso cavalcare la tigre (il nazionalismo), il difficile è scendere dalla groppa del felino senza essere sbranati.

Se l’analisi che si è fatta sin qui è corretta, allora ne consegue che le prospettive per il futuro non sono rosee. Se gli orrori e i lutti del passato continueranno ad essere il criterio per leggere il presente ed identificare gli amici ed i nemici, allora le possibilità di una integrazione asiatica sul modello di quella europea continueranno ad essere basse; le tensioni tra i paesi rivieraschi e gli Stati Uniti da una parte e la Cina dall’altra continueranno; e nel contempo quello strumento (la rivincita nazionale), concepito dal PCC per rinsaldare la propria legittimazione politica, potrebbe trasformarsi in un boomerang che ne indebolirebbe il primato.


1 L. Barzini, Italiani, Rizzoli, Milano, 1997, pag. 378. A voler scandire le tappe principali del dramma cinese è necessario indicare la prima Guerra dell’Oppio (1839-1842), la seconda Guerra dell’Oppio (1856-1860), la Guerra Sino-Giapponese (1894-1895), l’intervento delle grandi potenze dopo la rivolta dei Boxer (1900), l’invasione giapponese della Manciuria (1931) e la guerra contro i giapponesi (1937-1945).


2      Ivi, pag. 379

3      Zheng Wang, Never Forget National Humiliation, Columbia University Press, 2013, pag. 5

4      Si pensi al Museo della guerra dell’Oppio, aperto nel 1985 e riconosciuto come “base per l’educazione patriottica” nel 1996, oppure si pensi alle rovine del Palazzo imperiale Yuanming Yuan di Pechino

(distrutto dalle truppe anglo-francesi nel 1860), che nel 1949 il governo decise di non restaurare a testimonianza della brutalità degli invasori.

5      Ivi, pag. 84

6 Si veda Zheng Wang, Never Forget National Humiliation, pag. 87-88. C’è una domanda interessante che Moravia si pone nel racconto del suo viaggio in Cina: come può stare in piedi il concetto di lotta di classe se, nella Cina degli anni Sessanta, non vi era più nessuna classe e regnava la più grande

(quasi monastica) uniformità? E dava questa risposta: “La classe (…) è una categoria morale. La categoria del bene è il proletariato; quella del male, la borghesia. Di conseguenza la lotta di classe oggi, in Cina, è la lotta contro il male. In altri termini la lotta di classe non è fuori e intorno all’uomo, ma dentro di lui. Essa è l’eterna tentazione diabolica contro la quale bisogna combattere in eterno. (…) Questo spiega il carattere al tempo stesso drastico e molteplice, dell’ “austerità” cinese che condanna indifferentemente Shakespeare e le minigonne, i classici cinesi e i dischi di musica da ballo, Dostoevkij e le calze di seta. Si tratta di una austerità totalitaria basata sull’idea molto semplice che la controrivoluzione può annidarsi dappertutto, anche in un tubetto di rosso per le labbra. Forse servirà a questo punto nominare qualche precedente storico: la Firenze di Savonarola, la Ginevra di Calvino”,

7  A. Moravia, La rivoluzione cultuale in Cina, Bompiani 2013

8  Si veda, M. Collins, Confucio, la guida essenziale per comprendere il maoismo, Longanesi, Milano, 1970. Interessante, a questo proposito, la distinzione che Moravia da tra il culto della personalità di Stalin e quello di Mao: “Certi aspetti sono identici, inutile negarlo; così in Russia vent’anni or sono come oggi in Cina le statue e i ritratti (bruttissimi) del dittatore sono ovunque. Anche in Cina, come già in Russia, la propaganda si occupa esclusivamente del capo. Ma mentre il culto di Stalin appariva rivolto alla persona del dittatore, in maniera affatto empia e moderna, il culto di Mao sembra quasi essersi spostato dalla persona al pensiero, cioè al libro, colorandosi di religiosità contadini e primitiva. Il culto di Stalin tradiva l’ammirazione per l’uomo eccezionale, per il demiurgo, per l’eroe; quello di Mao rivela invece un patetico bisogno di stabilità, un anelito profondo a un ordine duraturo”. La stabilità dell’anima cinese dilaniata da decenni di lotta, scaturiti dalla perdita della legittimazione del potere, che aveva scatenato, per dirla con Ferrero, la lotta drammatica tra i geni invisibili della città. Continua Moravia: “le masse cinesi, avevano sofferto terribilmente durante quasi un secolo di guerre civili e di invasioni straniere; chi potrebbe dare loro torto se, un poco per la gratitudine verso l’uomo che le ha finalmente ricondotte all’ordine e all’unità, un pò per forza dell’antica tradizione confuciana, esse abbiano attribuito al pensiero del dittatore una funzione stabilizzatrice e religiosa”.

9 Scrive Zhang: “At the peak of the Cultural Revolution, Mao had achieved god-emperor status inChina”, Zheng Wang, Never Forget National Humiliation, cit. pag. 86

10 A. Moravia, La rivoluzione cultuale in Cina, Bompiani 2013. Vale la pena riportare la descrizione di una manifestazione delle guardie rosse a Pechino, che Moravia osserva durante il suo viaggio: “… in

fondo alla caligine bianchiccia qualche cosa di colorato si accende, palpita, si muove. E’ una bandiera rossa, una delle tante che da un anno a questa parte vengono portate in processione, nelle più svariate occasioni, da un capo all’altro della città. Ci fermiamo, aspettiamo. Di lì a poco la bandiera si avvicina, vediamo l’intera processione. Sono ragazzi e ragazze, cioè guardie rosse, come si può indovinare dalla fascia che portano al braccio, tutti i pantaloni blu, camiciola bianca, maschi e femmine; tutti con il piccolo libro di Mao stretto in pugno. In testa marcia il portabandiera con l’astadi bambù infilata nella cintura; poi vengono due ragazze che sorreggono un grande ritratto di Mao incorniciato d’oro e ornato di festoni rossi. Dietro il ritratto, in fila indiana, i dimostranti. Questa è la dimostrazione tipica, descritta la quale sono descritte tutte. E’ appena il caso di notare che anche lo stile di queste processioni, come già quello delle rappresentazioni di propaganda con canti musiche e danze, è uno stile religioso, di una religiosità contadina e tradizionale. Si metta al posto della bandiera rossa lo stendardo della confraternita, al posto del ritratto di Mao quello del santo patrono, e si vedrà che niente in fondo cambierà”.

11 Scrive Ferrero: “I quattro principii di legittimità (…) si sono intrecciati tra loro lungo i secoli, lottando o collaborando l’uno con l’altro. Il principio aristo-monarchico è stato sempre inseparabile dal principio ereditario. Invece il principio democratico è inconciliabile con il principio ereditario e a malapena ha tollerato qualche residuo. Il principio elettivo, fondamentale per la democrazia, fu utilizzato anche dalle monarchie, dalle aristocrazie e da alcune istituzioni autoritarie, come la Chiesa Cattolica. Molte monarchie hanno accettato l’elezione di Diete, di Stati generali, di Parlamenti o di Consigli municipali. Il “Doge” di Venezia e il capo del Santo impero erano eletti, com’è tuttora il Papa, dai collegi elettorali, costituiti in modo speciale e sottoposti alla regola della maggioranza, più o meno grande”, G. Ferrero, Potere, Marco, Lungro di Cosenza, 2005, pag. 22-23

12 Ivi, pag. 23.

13 P. Corradini, Cina, Giunti, Firenze, 2005, pag. 490

14 A.J. Toynbee, Il mondo e l’Occidente, cit., pag. 78

15 L. Pellicani, Jihad, Luiss University Press, 2004, Roma, pag. 22

16 Ibidem

17 A. Peyrefitte, L’Empire immobile, Fayard, 1989; dello stesso autore, Quand la Chine s’eveillera, Fayard, 1973.

18 J. Francois, Pensare con la Cina, Mimesis, 2007, pag. 29

19 P. Corradini, Cina, Giunti, 2005, pag. 344

20 L. Pellicani, Pluralismo e capitalismo, pag. 264, in L. Martello (a cura di), Sulla genesi del capitalismo, Armando, Roma, 1993.

21 “In Chinas education system, a candidate can take the nationwide examination in one of two categories: humanities or science/engineering. History is a testing subject only for humanities majors; however, all students are tested on politics, which mainly focuses on Marxism, Mao’s thought, and the CCPs current policies. The 1991 outline stipulates that knowledge of modern and contemporary Chinese history should be included in the politics section for those students concentrating in the science/engineering major. After these reforms, modern and contemporary Chinese history-education on national humiliation (…) has become one of the most important subjects in the national education system”, Zheng Wang, Never Forget National Humiliation, cit. pag. 103. Inoltre, “a 2007 initiative of education reform in higher education has made Chinese modern and contemporary history a required core course for all college students in China. Interestingly, this new core course on post-1840 Chinese history replaced the traditional courses on Marxism-Leninism and Maoism that had been compulsory across undergraduate curriculum for decades”, ivi, pag. 114

22Particolare rilievo è attribuito da Zhang, oltre alla formazione storica delle nuove generazioni, ai musei e parchi tematici: “Today, the Chinese people are living in a forest of monuments, all of which are used to represent the past to its citizens through museums historic sites, and public sculptures. Although people all over the world cherish their own memorials, the special effort made by the Chinese government since 1991 to construct memory sites and use them for ideological reeducation is unparalleled”, pag. 103-104.

23 Zheng Wang, Never Forget National Humiliation, cit. pag. 115

24 Ivi, pag. 135

25 Ivi, pag. 96 e ss.

26 E. N. Luttwak, Il risveglio del Drago, Rizzoli, Milano, 2013, pag. 12

27 Zheng Wang, Never Forget National Humiliation, cit., pagg. 169 e ss.

28 G. Sacco, Critica del nuovo secolo, Luiss University Press, Roma, 2005, pag. 70