Iraq, l’ICBA mette a punto un progetto sui crimini commessi dall’IS contro le donne

Valentina Tatti Tonni

“Recentemente il comitato esecutivo dell’International Criminal Bar Association (ICBA) ha approvato un progetto volto ad attività di investigazione, raccolta di prove e reporting dei crimini che sono stati commessi dai membri dello Stato Islamico (Daesh o Isis) nei confronti delle donne e delle ragazze. Vittime di violenze come stupri, matrimoni forzati, tortura, commesse tutte al fine di asservire donne e ragazze, ma anche di distruggere e destabilizzare una intera comunità” mi spiega l’avvocato Laura Guercio da poco nominata responsabile di questo progetto e già incaricata di altri ruoli quale agente italiano presso il Managment Board della European Fundamental Rights Agency a Vienna, “la donna nelle situazioni di conflitto, è spesso vittima di violenza sessuale anche per il suo ruolo di  generatrice e, in quanto tale, garante della continuazione di una comunità. Colpendo la donna si va a colpire la comunità stessa.

Di questa realtà drammatica se ne è occupata sempre di più la comunità internazionale cercando non solo di proteggere la donna quale vittima passiva, ma altresì, nel tempo, di riconoscere e promuovere il suo ruolo come agente attivo ed essenziale per garantire la pace e la sicurezza. Ricordo a tal fine, la Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che ha segnato un punto di svolta della sensibilità e attenzione internazionale per il ruolo di soggetto attivo della donna nelle situazioni di conflitto e post conflitto”.

L’ICBA è un’associazione internazionale di avvocati, presieduta dal Prof. Dragos Chilea, che opera in vari settori del diritto internazionale con particolare attenzione alla tutela dei diritti fondamentali. Tutti i professionisti coinvolti in questo progetto inizieranno a lavorare da settembre 2019. Nel team degli esperti locali ci sono professori universitari, giudici, avvocati, psicologi e medici che saranno affiancati da altrettanti esperti internazionali con l’unico scopo di supportare il lavoro già svolto in loco. “Il progetto si svolgerà in due fasi: una di attività di investigazione, raccolta dati dei crimini che sono stati commessi dai membri dello Stato Islamico in Iraq e di reporting alle autorità nazionali e internazionali, un’altra di studio sul sistema giudiziario iracheno, in particolare sul codice penale iracheno” articola l’avvocato Guercio, ricordando che “il Consiglio di Sicurezza dell’ONU con la Risoluzione 2379 ha stabilito l’istituzione di una commissione di investigazione di esperti che devono raccogliere le prove dei crimini commessi dall’Isis. Questi crimini verranno poi processati dinnanzi alle autorità nazionali proprio perché l’Iraq non è uno Stato firmatario dello Statuto di Roma istitutivo della Corte Penale Internazionale (CPI)”. La seconda fase del progetto dell’ICBA sarà proprio di analisi sull’adeguatezza o meno del sistema giudiziario iracheno rispetto ai crimini che deve andare a giudicare, cercando di porre le basi per una “eventuale possibile riforma dell’attuale codice penale nazionale, in riferimento specifico a determinati reati quali appunto i reati di violenza sessuale, sulla base di quelle che sono le normative internazionali e le risultanze della giurisprudenza internazionale delle Corti penali internazionali” interviene la Guercio citando il caso Akayesu, quando in Ruanda nel 1994 si ebbe una prima condanna per genocidio.

Andando ad accertare i fatti, in merito ai gravi cimini commessi dallo Stato Islamico, è possibile dare, insieme agli esperti locali, speranza di riscatto alle vittime. In che modo? le chiedo. “Innanzi tutto attraverso l’attività di ricerca che potrà far emergere gravi crimini di cui, grazie al lavoro con gli esperti locali, occorre dare memoria storica perché le donne non sempre sono nelle condizioni di denunciare. In secondo luogo, attraverso l’attività di reporting che avrà una funzione di “pubblicità”, nel senso di rendere noto, a livello internazionale i crimini commesso in Iraq dall’Isis. In terzo luogo, attraverso l’attività di sostegno e di supporto per eventuali e possibili ipotesi di riforma del sistema penale iracheno”.

Il diritto musulmano che si fonda sul Corano non è sempre chiaro nelle sue regole e deve essere spesso interpretato da giuristi attenti e consapevoli del loro ruolo. È largamente in uso nei governi non democratici un atteggiamento volto a ridurre i diritti dell’imputato nel dibattimento, perseguire le opposizioni e i dissidenti con punizioni che non rispondono alle regole comuni.

“L’Isis ha commesso gravi violazioni delle norme internazionali sui diritti umani e del diritto internazionale umanitario costituenti crimini di guerra. Ha sfollato con la forza migliaia di civili, spingendoli verso aree di aperto conflitto e utilizzandoli come scudi umani a copertura dei propri combattenti. L’Isis ha ucciso deliberatamente civili che tentavano di fuggire dai combattimenti, lasciando i loro corpi appesi in aree pubbliche, come monito contro eventuali altre fughe. I combattenti dell’Isis hanno messo in atto uccisioni equiparabili a esecuzioni di persone percepite come loro oppositori e reclutato e schierato sul campo bambini soldato” conferma il Rapporto Annuale 2017/18 di Amnesty International riferendosi all’Iraq, “secondo i dati diffusi a ottobre dalle Nazioni Unite, fino a 1.563 yazidi, donne e bambini, erano ancora prigionieri dell’ISIS, intrappolati tra Iraq e Siria e sottoposti a stupri e altre forme di tortura, aggressioni e riduzione in schiavitù”.

Crimini perpetrati contro i minori e contro le donne, spesso definiti soggetti deboli, sono tipici di uno stato di diritto distorto votato alla violenza. Il carnefice, in questo caso lo Stato islamico, condanna e rende complice delle sue barbarie questo soggetto debole anche se di fatto, manipolato, ha agito contrariamente al proprio stato mentale solo perché gli sembrava non ci fosse alternativa. Ecco come l’istigazione all’odio inibisce la libera scelta di agire e neutralizza con estrema facilità l’identità personale.

E c’è molto da riformare nella giustizia penale internazionale, a partire dalla cultura della giustizia, un fattore di responsabilità che pur essendo una questione politica non deve fare politica né rispondere ad esigenze politiche, come sottolinea anche la Guercio. “È una questione politica in senso lato perché ha anche una funzione di risocializzazione di un assetto comunitario: ciò significa dare compensazione alle vittime, condannare i colpevoli,  ma significa anche contribuire alla ricostruzione di una struttura sociale” riprende l’avvocato precisando anche l’importanza della tempestività della giustizia internazionale e ricordando, a tal fine, casi come il conflitto in  Kosovo in cui il sistema giuridico internazionale deve ancora intervenire operativamente, in cui ci “deve essere una giustizia immediata, tempestiva, non è possibile avere processi che iniziano dopo vent’anni dalla conclusione di un conflitto”. Poi si pone e pone all’esterno una domanda rilevante: “Premesso che deve essere sempre data giustizia alle vittime, laddove la giustizia non è tempestiva può tale ritardo creare un danno sociale? Se la giustizia penale internazionale inizia dopo vent’anni, potrebbe ad esempio incidere su una struttura sociale che nel frattempo sta cercando di trovare un suo assetto di equilibri e di convivenza civile: cosa succede allora nel momento in cui si aprono i processi? Non vi è il rischio che si possano riaprire nuovi conflitti sociali? È necessario, direi essenziale, che la giustizia sia il più tempestiva possibile, sia per dare immediata soddisfazione alle vittime sia per evitare che si possano creare poi situazioni che probabilmente o potenzialmente possono incidere negativamente sui correnti assetti sociali, andando a riaprire delle lacerazioni drammatiche che vi sono state nel passato”.

Si dovrebbe allora tenere conto non solo del danno sociale che si crea andando a riaprire ferite dolorose date da un conflitto passato, ma anche comprendere il punto di vista del soggetto stesso traumatizzato dagli eventi che pur di eludere la sofferenza provocata dal quel conflitto (re)agirà in modo difensivo (mi riferisco ad esempio alle gravi conseguenze innescate nel PTSD, Disturbo Post-Traumatico da Stress). La persistenza del ricordo, senza giustizia e senza trovare il senso di quello che è accaduto in tempi rapidi, alla lunga annienterà la libertà di ognuno di essere e di esserci.

La radice della banalità del male secondo Hannah Arendt è insita nel fatto di non avere cultura né memoria, ed ecco perché nei contesti totalitari è tanto facile sottrarre l’individualità altrui. Se nel corso della Storia non ci si fosse illusi di confondere le leggi universali e i diritti fondamentali con quelli ingiusti di un dittatore e del suo gruppo armato, non sarebbe stato commesso alcun crimine contro l’umanità. 

Redazione