Economia dell’Immaginazione e Intelligenza Artificiale

È diventata ormai un luogo comune l’idea che l’Occidente sia in crisi ed è diffusa tra i propri cittadini l’idea di vivere in società quasi sull’orlo del collasso.

Ciò che è peggio è che ad essere considerato in crisi non è solo l’Occidente come luogo geografico, ma anche l’Occidente come modello istituzionale, dove si combinano liberal-democrazia ed economia di mercato.

Nasce da questa idea della crisi dell’Occidente il fascino che alcuni regimi illiberali riscuotono su una fetta ampia dell’elettorato; di qui le teorizzazioni sulla fine della democrazia liberale e l’avvento di modelli che promettono di essere più efficaci anche se meno liberi.

Tuttavia, se si considera l’Occidente come luogo geografico non si può fare a meno di notare che questo include comunque i paesi più ricchi, prosperi e dinamici del pianeta, vale a dire Europa e Nord America.
C’è di più: verso quei paesi si indirizzano i sogni di chi li guarda dal di fuori e immagina di poter vivere là una vita più libera e dignitosa emigrandovi. Che cosa sono le grandi ondate migratorie che dai Sud del mondo si muovono verso gli Stati Uniti e l’Europa se non un modo di “votare con i piedi” a favore dell’Occidente ed esprimere così una fiducia di lungo periodo verso quel modello?
Lo stesso discorso vale se si vuole considerare l’Occidente come modello istituzionale. Tutti i paesi che hanno abbracciato questo modello hanno fatto registrare uno sviluppo economico e un progresso sociale di massa strabiliante, si consideri a tale proposito il caso del Giappone, della Corea del Sud, di Taiwan. Al contrario i paesi che non hanno mai abbracciato il modello occidentale sono rimasti intrappolati all’interno di regimi illiberali e in situazioni di depressione economica.
Dunque sia che lo si guardi dal punto di vista geografico, sia che lo si guardi dal punto di vista istituzionale è veramente difficile considerare l’Occidente in crisi.

Se così stanno le cose, allora perché la maggioranza dei cittadini pensa di vivere in delle società in crisi, anzi sul punto del collasso? Per dirla diversamente: se le società aperte occidentali continuano ad essere paesi attivi, creativi, vivi e liberi, perché i loro cittadini si lasciano prendere dall’angoscia del futuro e guardano con una certa speranza alle democrazie illiberali e ad alcuni regimi autocratici? E se la paura del declino è infondata, allora di che cosa le persone hanno paura?
La risposta a questa domanda è abbastanza semplice se si fa per un attimo riferimento a quello che si diceva qui lo scorso anno.

La formula dello sviluppo è una equazione complessa fatta di tanti elementi, due di questi elementi sono lo Stato di diritto e lo Stato sociale. Il che equivale a garantire, come fa l’art. 3 della Carta costituzionale, l’uguaglianza dei diritti (primo comma) e l’uguaglianza della possibilità (secondo comma).
Il primo deve garantire che tutti abbiano la libertà di esprimersi e realizzare quello che hanno dentro; il secondo deve garantire che tutti abbiano la possibilità di esprimersi garantendo i diritti sociali. Due nello specifico: il diritto all’istruzione e il diritto alla salute.

In questi ultimi decenni, le libertà liberali (ricerca scientifica, libera impresa, liberi commerci a livello planetario) hanno avuto un impatto tale sul tessuto economico e sociale, da produrre un salto di paradigma, da un’era fordista a un’era post-fordista, o, per dirla diversamente da una economia industriale a un’economia della creatività o dell’immaginazione.

Ora, solo una piccola parte della popolazione è riuscita ad acquisire gli strumenti per poter vivere e prosperare nella nuova economia digitale nella quale siamo entrati, mentre un’altra parte ha continuato ad acquisire strumenti che servono a fare lavori che non esistono più o che saranno presto fagocitati dai robot e dall’intelligenza artificiale.

Bisogna allora chiedersi perché la maggior parte della popolazione non è riuscita ad acquisire gli strumenti per poter essere al passo con i tempi? Anche in questo caso la risposta è semplice: il mancato ammodernamento dello Stato sociale, vale a dire di uno degli elementi essenziali che servono per la prosperità di un paese.

A causa di una visione ideologica che vedeva con orrore qualsiasi intervento pubblico, lo Stato sociale non è stato ammodernato per mantenerlo al passo con l’evoluzione del modello produttivo, così la scuola prepara gli studenti per gli anni Ottanta e la sanità pubblica è sempre più in affanno.

In sintesi, i problemi nascono dal fatto che abbiamo uno Stato sociale che era funzionale a un’economia di tipo fordista, ma che serve poco in una economia che fordista non è più. E questo perché, i pubblici poteri non hanno riformato quella mano pubblica che deve garantire i diritti sociali, vale a dire la macchina dello Stato sociale, a causa di una avversione trentennale da parte delle teorie liberiste e dei loro alfieri.

Il risultato è che pezzi dell’Occidente si sono proiettati con grande velocità in avanti, producendo tecnologie e ricchezze delle meraviglie, mentre un’altra parte è rimasta indietro.

Per questo le società rischiamo, come è sempre accaduto in passato in assenza di meccanismi di riequilibrio, di spaccarsi in classi: chi può permettersi di compare con le proprie tasche salute e istruzione costituirà la nuova aristocrazia sociale, chi non potrà scivolerà verso il basso.

È da qui che bisogna partire per poter spiegare l’ondata di paura del futuro, di disorientamento e di rancore per la perdita di un passato nel quale ci si sentiva protetti.

Infatti, la mancata manutenzione dello Stato sociale e il suo mancato adeguamento alle nuove logiche post-fordiste ha avuto effetti drammatici a livello sociale. In primo luogo, come si è detto, ha privato la massa dei cittadini degli strumenti necessari a vivere, lavorare e prosperare in un mondo post-fordista dove prospera chi ha gli strumenti per essere creativi ed innovativi.

Se oggi la scuola pubblica prepara la maggior parte dei cittadini per un’era fordista ormai superata, è chiaro che le persone si sentiranno disorientate e balbuzienti in un mondo che non comprendono e nel quale percepiscono che per loro non c’è più posto.

Se così stanno le cose, allora è chiaro che una delle cause principali della disuguaglianza è da individuarsi nella mancanza di una adeguata istruzione che consenta di prosperare in un’economia creativa. Per dirla diversamente, in un’economia dove il motore della produzione è legato alla creatività e questa alle conoscenze, chi ne è privo si vota alla “segregazione socioeconomica”.

Si badi che la cosa non vale solo per gli individui, ma per intere città o per intere aree geografiche, come il Mezzogiorno d’Italia dimostra.

Nasce da qua la paura e lo spaesamento di fronte ad un futuro post-fordista nel quale la maggioranza delle persone sente di non avere diritto di cittadinanza. Da qua la nostalgia del passato, un passato che era comprensibile e nel quale si sentiva di avere un posto; nasce da qua la necessità di chiudersi all’interno di muri, per poter riscoprire una propria identità; da qua la costante ricerca di capri espiatori su cui scaricare le responsabilità delle proprie paure.

Dunque, la mancata manutenzione del Welfare State lo ha reso inefficace, votando intere fasce di popolazione e intere aree geografiche all’irrilevanza e all’impotenza di fronte al mondo nuovo che sta arrivando.

Ma c’è di più, la furia ideologica che è stata scagliata contro lo Stato Sociale lo ha reso incapace di assolvere a quello che forse è il suo compito più importante: prevenire e guarire la paura del futuro, dare cioè la sensazione ai cittadini di non essere soli di fronte ai grandi cambiamenti in corso; di avere a fianco pezzi di istituzioni pubbliche, ma anche attori sociali di rilevanza costituzionale, come il sindacato, che è stato per un trentennio oggetto di violentissimi attacchi tesi a delegittimarlo.

Tutto ciò ha prodotto altri mali e cioè la quasi estinzione dell’idea che un individuo per perseguire i propri interessi possa unirsi ad altri suoi simili; è scomparsa cioè l’idea che anche il benessere individuale passa attraverso quelle formazioni sociali nate dal basso dalle libere associazioni tra individui.

Tutto ciò considerato, appare evidente la necessità di ammodernare lo Stato sociale essenzialmente per tre ragioni.

Una politica: le masse impaurite alla fine sfasciano quella struttura liberale che ha prodotto sviluppo e progresso, invocando il tiranno che garantisce di lenire la paura del futuro.

Una economica: l’economia digitale o dell’immaginazione non può continuare se la maggioranza dei cittadini non ha gli strumenti per poterci lavorare, produrre e consumare (di qui il fatto che tante aziende cercano lavori che sul mercato non solo disponibili).

Una di ordine globale: i paesi che non garantiranno a tutti i cittadini dei diritti sociali all’altezza del XXI secolo rimarranno sempre più indietro fino ad avviarsi sulla strada del sottosviluppo.

Ammodernare lo Stato sociale, dunque, ma chi deve farlo?

Io francamente non credo che lo Stato o la politica siano in grado di farlo, non credo cioè che la riforma dello Stato sociale possa avvenire dall’altro. Sia chiaro, non voglio, così dicendo, esprimere un giudizio sull’attuale classe politica o sulle amministrazioni pubbliche. Voglio solo dire che la macchina “Stato” che conosciamo non può fornire quello che serve, perché essa stessa è stata pensata per fare altro.

È una macchina fordista in grado di fornire servizi standardizzati di massa, come Ford con la sua Model T: di qualsiasi colore purchè fosse nero; servizi poco utili nel nuovo mondo dell’economia digitale e dell’immaginazione nel quale siamo entrati, dove sono richiesti servizi e prodotti personalizzati di massa.

La macchina “Stato” che conosciamo, in altri termini, è affetta da un centralismo burocratico che è inadeguato rispetto ai tempi nuovi.

Si badi, questo non significa che lo Stato è al capolinea (è dagli anni Novanta che ne dichiara la fine) ma semplicemente che evolvono le sue funzioni e che ci sono cose che altri possono fare meglio. Ma chi?

Faccio un esempio. La prima Università del mondo non nasce per decreto imperiale o papale ma perché un gruppo di studenti ha l’esigenza di imparare delle cose che servono per le attività di famiglia e non c’è nessuno che le insegna. Allora ingaggiano i professori, vanno nelle loro case ad ascoltare le lezioni e li pagano.

Questo che cosa garantisce? Da una parte un continuo interscambio tra il mondo e l’Accademia, dall’altro una straordinaria flessibilità dell’insegnamento che serve alla produzione, ma nel contempo apre nuovi settori produttivi e nuovi orizzonti.

Quella Università è Bologna ed è la prima Università laica del mondo ed è il motore, insieme alle altre libere Università che sorgeranno, dello splendore italiano ed europeo per secoli.

Con ciò che voglio dire? Voglio dire che il modo per superare il rigido centralismo burocratico dello Stato fordista è quello di immaginare un nuovo protagonismo della società, delle libere associazioni, dei gruppi di cittadini che si organizzano per garantirsi a vicenda i diritti sociali e l’uguaglianza delle possibilità.

Tutto ciò può funzionare ad una sola condizione, a condizione cioè che i diritti sociali mantengano la loro natura di diritti, vale a dire qualcosa che mi spetta a prescindere dalla volontà di qualcun altro. E perché ciò accada potrebbe essere necessario una divisione dei compiti, con le comunità e le associazioni che erogano servizi sociali, pagati con la fiscalità generale.

Rompendo così la diade Stato-cittadino, acquisiscono un nuovo protagonismo quelle forme di cooperazione, di mutua assistenza, di solidarismo diffuso che La Pira volle in Costituzione: la Repubblica infatti, come si legge all’articolo 2 della Carta, che La Pira stesso definì “l’articolo che governa l’architettonica di tutto l’edificio”, “riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”. Inoltre, continua l’articolo la Repubblica “richiede l’adempimento” (si badi: richiede, non garantisce) tra individui e formazioni sociali “dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.

Questo vuol dire che non è affatto detto che sia sempre e comunque compito dello Stato garantire, con il Welfare State, i diritti sociali.
Al contrario, potrebbero essere garantiti anche dal basso da parte di formazioni sociali. Il che significherebbe il passaggio dal concetto di Welfare State fordista, al concetto di Welfare Community post-fordista, più flessibile, reattivo e personalizzabile. Il che d’altro canto anche la fine di una visione paternalistica che vedeva nei grandi attori collettivi (in particolare lo Stato) il deus ex machina per la risoluzione di tutti i problemi esistenziali delle persone.

In conclusione, la crisi in cui si dibatte l’Occidente è dovuta al fatto che una sua parte ha compiuto uno straordinario balzo in avanti, in termini di sviluppo economico, tecnologico e scientifico, mentre un’altra sua parte è rimasta indietro a causa del mancato ammodernamento dello Stato sociale.

La buona notizia è che quella che affligge l’Occidente è una crisi curabile anche facilmente, costruendo strumenti istituzionali in grado di garantire a tutti diritti sociali al passo con le innovazioni economiche e tecnologiche che hanno visto la luce. La cattiva notizie è che se non risolti, questi problemi potrebbero trasformarsi in malattie mortali per le nostre società.

Perché senza libertà l’Occidente non può esistere, ma senza uguaglianza delle possibilità non può durare.

Redazione