I limiti dello sviluppo cinese. La questione istituzionale e tecnologica

E’ noto che la storia non si fa con i “se”. Tuttavia a volte può essere un utile esercizio provare a fare delle ipotesi su ciò che non è stato. L’ipotesi da fare è la seguente: che cosa sarebbe accaduto all’Impero cinese se sulle sue coste nel XIX secolo non fossero mai arrivate le potenze occidentali? O per dirla in altro modo, che cosa sarebbe successo se la Cina e l’Occidente avessero continuato a rimanere in relativo isolamento come nei millenni precedenti? E’ probabile che il Celeste impero avrebbe continuato ad esistere o, nell’ipotesi peggiore, è probabile  che, come più volte accaduto nella millenaria storia cinese, la dinastia dei Qing al potere, dopo aver perso il “mandato del Cielo”, sarebbe stata sostituita da un’altra dinastia. Ciò significa che l’evento realmente dirompente della storia contemporanea cinese fu l’impatto con l’Occidente e la sua visione del mondo.

Quell’Impero, che si considerava il punto più alto raggiunto dall’evoluzione umana (basti leggere la lettera dell’imperatore Qialong a Giorgio III d’Inghilterra), nell’arco di pochi decenni fu sconfitto militarmente, smembrato territorialmente e ridotto al rango di semi-colonia.

E’ da questo shock culturale (per usare le parole dello storico e diplomatico francese Alain Peyrefitte) che si apre una fase di riflessione nell’elites intellettuale e politica del paese su quali fossero le fonti della straordinaria forza delle potenze occidentali. Una parte di questa elites giunse alla conclusione che la vera fonte della potenza occidentale risiedesse la tua tecnologia. Il che significava che l’Impero si sarebbe salvato se avesse adottato quelle conoscenze scientifiche e tecnologiche che erano la causa profonda delle umiliazioni cinesi.

In altre parole, l’Impero per poter continuare a sopravvivere e avere la speranza di poter ricacciare un giorno in mare le potenze occidentale doveva dotarsi di quelle stesse armi con le quali era stato sconfitto, vale a dire le vele, i cannoni e le industrie occidentali. Questo fu il movimento dell’autorafforzamento.

Chi meglio di chiunque altro ha spiegato questi processi è Arnold Toynbee[1] e la reazione cinese rientra in quella categoria che lo storico inglese definisce “erodiana”, vale a dire appropriarsi delle armi dei vincitori per poter resistere e sconfiggerli[2]. Gli erodiani (a differenza degli zeloti che sono il partito della totale chiusura nei confronti dell’Occidente) si fanno promotori di una forma di auto colonizzazione culturale limitata e controllata. Il fine ultimo non è “diventare occidentali”. Il fine ultimo è salvare la propria identità culturale (confucianesimo) e il proprio assetto istituzionale (l’Impero prima, il partito unico poi).

E’ da qui che nasce la fame ormai secolare della Cina per le tecnologie occidentali. Ed è da qui che hanno avvio differenti tentativi di acquisire quelle tecnologie. La prima fase fu quella di inviare dei giovani all’estero perchè potessero impregnarsi delle conoscenze occidentali ed innestarle poi sull’antico e stanco ceppo dell’Impero, dandogli così nuova forza e vitalità. La seconda fase è quella che si apre con le riforme di Deng Xiaoping, vale a dire aprire il paese agli investitori internazionali a condizione che trasferissero le proprie conoscenza e tecnologie agli operatori locali, attraverso lo strumento delle joint-ventures

La terza fase che si sta ora aprendo è quella di una Cina che utilizza i capitali che ha accumulato in trent’anni di boom economico per acquistare attraverso lo strumento degli investimenti diretti  esteri (partecipazioni azionarie, fusioni, acquisizioni e investimenti greenfield) quelle tecnologie necessarie a rafforzare il paese.

Al fondo di questi tentativi continua ad esservi il vecchio adagio degli erodiani dell’autorafforzamento: “il sapere occidentale come mezzo, il sapere cinese come fondamento”.

Il fenomeno nuovo, la Cina come grande investitore internazionale, è attentamente monitorato. In linea di massima si può dire che le imprese cinesi investono nei paesi in via di sviluppo alla ricerca di materie prime ed approvvigionamenti energetici, mentre investono nei paesi industrializzati alla ricerca di tecnologie e know-how. Fenomeno nuovo, dunque, ma in fortissima espansione. Nel 2012 la Cina ha conquistato il posto dietro a Stati Uniti e Giappone di terzo investitore internazionale (per quanto riguarda i flussi). A livello di stock (vale a dire il totale delle proprietà cinesi all’estero) questi ammontano a 509 miliardi di dollari. I flussi di investimenti diretti esteri verso l’Europa a 27 si sono moltiplicati di trenta volte nel 2011 rispetto al 2009: 3, 19 miliardi di euro per quanto riguarda i flussi, per un ammontare complessivo in termini di stock pari a 15, 3 miliardi di euro (Eurostat 2013). Il che significa che l’Europa è diventate una delle mete favorire degli investitori cinesi, sorpassando gli Stati Uniti[3]. All’inizio del 2013 erano 7.148 le imprese cinesi presenti in 35 paesi europei, un enorme balzo in avanti se si considera che nel 2012 erano 4,525 le imprese presenti in 28 paesi europei[4].

Perchè investire in Europa? Ciò che emerge da una serie di studi condotti sull’argomento ed in particolare quello di Hanemann e Rosen (China Invests in Europe, 2013), le motivazioni che spingono le imprese cinesi ad investire nei paesi europei sono le seguenti: 1) “the acquisition of rich-world brands or a technological edge”; 2) poter condurre “higher value-added activities in advanced regulatory locations like Europe”. 3) Una ulteriore motivazione è legata a fatti contingenti:  “the crisis in the West presents the prospect of discounted prices, while an increasingly stronger renminbi is making European (and American) assets look more attractive”. 4) Vi sono poi altre motivazioni che si potrebbero definire di tipo più tradizionale, come la necessità per gli esportatori cinesi di difendere o ampliare le proprie quote di marcato, aumentando la propria presenza in loco. A tale proposito, Hanemann e Rosen ritengono che : “Past investments were focused on trade facilitation and natural resources but macroeconomic adjustment in China and firm-level pressures are increasingly forcing Chinese firms to look abroad for deeper market penetration, service provision opportunities, and assets that can give them a competitive edge at home and abroad. These new motives are leading Chinese investors to the industrialized world with great vigor: developed economies stand to receive a substantial share of the US$1-$2 trillion of OFDI China will hold by 2020”.

In un survey condotto dalla European Union Chamber of Commerce in China si legge che “more than one third cite the attraction of intellectual and R&D resources as a reason for investing in the EU”. Nel complesso “The EU is perceived as a stable investment environment with strong technologies, skilled labour and a transparent legal environment. In addition, it is a large consumer market in itself for the goods and services of Chinese enterprises; (…) Chinese enterprises are increasingly looking to acquire certain technologies, skills and brands to make them more competitive, both at home and in overseas markets, in line with the goals of the 12th Five-Year Plan”

Quali imprese cinesi investono in Europa? In termini di quantità di capitali investiti, sono le imprese di Stato cinesi a fare la parte del leone, i cui investimenti rappresentano il 72% degli investimenti fatti da imprese cinesi in Europa in un arco temporale che va dal 2000 al 2011. Per quanto riguarda il numero di accordi sottoscritti tra operatori cinesi ed europei, la percentuale maggiore è quella delle imprese private (63%)[5]

A volere fare una riflessione più generale l’ondata di imprese cinesi in Europa (ed in generale nei paesi sviluppati) è parte di una doppia strategia: una che attiene alle scelte delle singole imprese, una che attiene alla più generale e di lungo periodo strategia macroeconomica di sviluppo del paese. Va sottolineato infatti che le autorità politiche del paese, sin a partire dal 1999 quando venne ufficialmente annunciala la “Go-Out Policy”, sono sempre state attivissime nel fornire aiuti ed assistenza alle imprese cinesi che intendessero internazionalizzarsi. A tale proposito appaiono limpidissime le parole pronunciate dal fondatore della Huawei “if there had been no government policy to protect (nationally owned companies), Huawei would not exist”[6].

Per quanto attiene le imprese, dopo una fase di sviluppo economico che si è incentrato in massima parte sui settori labour-intensive, a basso margine di guadagno, vi è ora la necessità di scalare la catena del valore e spostarsi su quelle fasce capital-intensive e/o technology intensive, che siano in grado di generare più ampi margini di utili. Hanemann e Rosen sintetizzano bene questa esigenza di evoluzione delle imprese cinesi: “Moving into higher value-added manufacturing and upstream value creation can be achieved through organic growth, but overseas acquisitions that give firms access to competitive assets and human talent are quicker. Capturing more of the value added in the downstream segment (distribution and retail) also requires a greater investment abroad – not only to serve customers in overseas markets directly, but to strengthen competitiveness in the fast-growing domestic market”.

Queste esigenze delle singole imprese sono perfettamente in linea con il piano di sviluppo che le autorità politiche ed economiche hanno messo a punto per far cambiare pelle alla struttura economica del paese: passando da un sviluppo trainato in massima parte da investimenti pubblici (in infrastrutture soprattutto) ed esportazioni di prodotti a basso costo e labour-intensive (di qui il vantaggio comparato cinese nelle basso costo della manodopera) alla produzione ed esportazione di prodotti ad alto contenuto di conoscenze e capitali (di qui i massicci investimenti in ricerca e sviluppo) e ad una crescita economica trainata in massima parte sulla base dei consumi interni. In questo senso l’acquisizione di conoscenze e tecnologie mature e la possibilità di potersi valere di una mente-opera che si è formata nelle migliori università occidentali (lo si vedrà di seguito a proposito degli investimenti in centri di ricerca europei) è un modo per accelerare questa fase di transizione.

Alla luce di ciò, appare evidente come la possibilità di acquisire tecnologie e know how, rappresenti lo strumento necessario sia alle imprese che al paese nel suo complesso per poter trasformare l’economia cinese e la sua collocazione nella divisione internazionale del lavoro. Poter investire nel vecchio continente diventa così un modo per accelerare questo processo dato che “Europeans possess advanced economy workforce skills in rich abundance urgently needed in Chinese production chains (including environmental management and controls, quality assurance, design and innovation, and high technology)”. Il che significa che, sebbene come si è visto in precedenza siano piuttosto variegate le motivazioni che spingono le imprese cinesi ad investire in Europa, il minimo comune denominatore è sempre lo stesso: “high-technology, the most popular target for Chinese outbound investment”.

Tuttavia, questi fattori (economici e culturali, vale a dire una forza lavoro high-skilled) non sono sufficienti a spiegare l’impennata che tali investimenti hanno avuto in Europa negli ultimi anni. I motivi di questa svolta sono infatti politici ed attengono al cambiamento che negli ultimi anni si è registrato negli Stati Uniti riguardo agli investimenti cinesi, vale a dire un crescendo di ansie e preoccupazioni circa questi investimenti che in alcuni casi si sono stati bloccati dalle autorità politiche americane in nome della sicurezza nazionale.

Nel 2005 le autorità americane bloccano l’acquisizione della compagnia petrolifera UNOCAL, da parte di una delle tre sorelle cinesi, la CNOOC, per ragioni attinenti alla sicurezza nazionale.

Nel Report to Congress on China’s Miltary Power del 2008 a tale proposito si legge: “Information technology companies, including Huawei, Datang, and Zhongxing maintain close ties to the PLA and collaborate on research and development”.

Nel maggio del 2010 Huawei rileva l’azienda informatica 3Leaf Systems per 2 milioni di dollari. Nel febbraio del 2011 il Committee of Foreign Investment in the United States chiede alla compagnia cinese di ritirarsi dall’investimento. Dopo una prima resistenza da parte della Huawei, la compagnia fa marcia indietro[7].

Nel marzo del 2012 è il governo australiano a bloccare Huawei[8]. Ad ottobre dello stesso anno è la volta del Canada[9]

Nell’ottobre del 2012 un rapporto della House Intelligence Committee di Londra avvertiva che Huawei e ZTE potessero rappresentare una “minaccia per la sicurezza nazionale”, dato che “Huawei-made telecommunications equipment is designed to allow unauthorized access by the Chinese government and the Chinese People’s Liberation Army”.

Questo cambiamento del “clima” negli Stati Uniti, in Inghilterra, Australia e Canada ha, di fatto, dirottato questi investimenti cinesi verso l’Europa, il cui vantaggio è doppio: come si è detto, un eguale sviluppo tecnologico e una altrettanto alta formazione del capitale umano (che è il risultato dei decennali investimenti dei governi europei in un sistema scolastico ed universitario pubblico ed universalistico); e un clima politico, almeno al momento, favorevole.

Tuttavia l’intensità con cui il fenomeno degli investimenti cinesi in Europa sta procedendo[10], rischia di alterare questo clima politico favorevole anche nel vecchio continente[11]. Di qui l’utilizzo di un differente canale da parte degli operatori cinesi per ottenere quella tecnologia di cui hanno bisogno

Le imprese cinesi negli ultimi anni hanno intensificato l’utilizzo di un terzo strumento utile ad acquisire tecnologia, il cui vantaggio maggiore, almeno al momento, sembra essere quello di non generare ansie ed apprensioni tali da poter provocare un mutamento del “clima politico” in Europa verso gli investimenti cinesi. Questo strumento la creazione di centri di Ricerca & Sviluppo in Europa e negli Stati Uniti.

Il gigante delle telecomunicazioni Huawei ha installato centri di ricerca a Stoccolma in Svezia (il primo centro aperto in Europa nel 2001 con 350 ricercatori) nei pressi del quartier generale della Ericson[12] e in Finlandia, dove dal 2013 sono stati investiti 80 milioni di euro. Il caso delle Finlandia, mostra quali siano le logiche che governano questo tipo di investimento. Ji Chendong della KPMG China, lo spiega chiaramente: il paese “thanks to Nokia’s contribution, is full of mobile phone R&D talent”. In altri termini, negli anni Nokia ha formato un personale altamente qualificato, ora l’azienda sta fronteggiando una dura crisi, in questo modo si liberano risorse umane di alto livello che Huawei può utilizzare “ at a good rate”.

La stessa logica pare sottendere la scelta di installare nel 2011 (con un investimento di 3 milioni di euro) un centro di ricerca a Dussendorf, in Germania, nella stessa città in cui ha sede il quartiere generale della Vodafone.

L’azienda, inoltre, è presente con un suo centro R&D nel Regno Unito dal 2011, nel quale sono impiegati 80 ricercatori. La Huawei nell’ottobre del 2013 ha annunciato una nuova ondata di investimenti in Inghilterra per un ammontare complessivo di due miliardi di sterline, che andranno a finanziare anche un nuovo centro di ricerca (130 milioni di sterline) a Londra, dove saranno impiegati 700 ricercatori.

In Francia, nel novembre del 2103 il presidente e fondatore del gruppo  Ren Zhengfei annunciava al ministro degli Esteri Laurent Fabius e dell’Industria Arnaud Montebourg, la costituzione di due centri di ricerca a Parigi nei quali avrebbero trovato lavoro 170 ricercatori. Le autorità francesi applaudivamo, ma lamentavano il fatto che, come si è visto in precedenza, la Huawei stesse investendo di più nel Regno Unito[13].

In Belgio, la Huawei ha adottato una strategia leggermente differente, installando un centro di ricerca e sviluppo in Vallonia a Louvain-la-Neuve, sede di una delle più prestigiose università del paese.

In Irlanda, Huawei ha due centri di ricerca. Uno Cork, sede del Cork University College, definito un  dal QS World University Ranking “a major research-intensive university delivering world-class research in academic departments and in research centres of national and international significance”. Il secondo centro di ricerca ha sede a Dublino.

In Italia, Huawei ha un centro di Ricerca e Sviluppo e tre centri di Innovazione. Il Centro di ricerca (Centro Globale di competenza Microwave) nasce nel 2011 a Segrate ed è stato il primo centro di ricerca dell’azienda al di fuori della Cina. E’ considerato un “ polo di eccellenza, punto di riferimento mondiale per lo sviluppo di soluzioni wireless di ultima generazione”.

Dal 2008 ha sede a Roma il Network Innovation Center in partnership con Telecom Italia, in particolare con il centro di ricerca dell’azienda italiana il TILab, internazionalmente riconosciuto “quale bacino ideale per lo sviluppo delle tecnologie microwave, grazie anche ai solidi investimenti effettuati nella ricerca universitaria”. Come si legge sul sito Huawei Italia le attività di ricerca del centro si focalizzano “sulla banda ultralarga a ridotto impatto ambientale, sulla QoS (Quality of Service), sulla QoE (Quality of Experience) e sulle comunicazioni convergenti fisso-mobile”

A Milano, inoltre, la Huawei ha aperto dal 2008 un Core Innovation Center in partnership con Vodafone. Mentre a Torino è presente dal 2007 il Mobile Innovation Center in partnership con Telecom Italia

Un altro caso interessante, soprattutto per quanto riguarda l’Italia, è il settore automobilistico. La JAC Motors ha aperto il suo primo centro di ricerca all’estero a Torino nel 2005, dove dallo stesso anno ha sede anche il centro di ricerca dell’altro gigante automobilistico cinese, il Chang’an Group. A Torino ha un suo centro di R&D anche l’altro gigante dell’auto cinese il FAW Group Corporation. A tale proposito il sito chinese-champions.com (nel quale sono esposti i risultati del monitoraggio dalla Technische Universität München e del Munich Innovation Group condotto su 77 grandi imprese cinesi in termini di innovazione tecnologica e ricerca scientifica) fa rilevare per quanto riguarda i brevetti e i modelli di utilità depositati dall’azienda che “the number of applications increased significantly during the decade from 2000 to 2010. While Chang’an filed nearly no applications in the beginning of the observed period, the number increased to more than 600 in 2010. The sudden increase in 2005 is remarkable. One reason for this could be the establishment of the first foreign R&D center”. Il primo centro di ricerca all’estero, come si è detto, è stato proprio quello italiano di Torino[14].

Venendo al caso americano, mentre alcuni nubi si addensavano sulle due maggiori società cinesi dell’IT come si è visto, ZTE nel dicembre del 2012 annunciava lo stanziamento di 30 milioni di dollari per attività di ricerca. La compagnia ha attualmente cinque centri di ricerca e sviluppo del paese. Huawei ha sette centri di ricerca e sviluppo negli Stati Uniti, dove è presente dal 2001. Ha inoltre attivato programmi di ricerca congiunti con IBM, Intel, Lucent Technologies, Texas Instruments, Microsoft, Nec e Qualcomm. Nel documento “Investigatives Report on the US National Security Isseued Posed by the Chinese Telecomunications Companies Huawei and ZTE”, si accende un faro su queste attività, ma esclusivamente per quanto riguarda il sospetto che le tecnologie sviluppate nei centri di ricerca di Huawei e ZTE possano poi essere trasferite alle forze armate cinesi. Per quanto riguarda in particolare la Huawei gli estensori del rapporto affermano di essere in possesso di documenti interni dell’azienda che provano come la Huawei “provides special network services to an entity the employee believes to be an elite cyber-warfare unit within the PLA”

Volendo tentare una generalizzazione si può dire che i luoghi che maggiormente attraggono questo tipo di investimenti sono quelli dove esiste una particolarmente forte tradizione industriale in uno specifico settore (il caso di Torino o della Nokia ad esempio), il che significa la presenza di tecnici e ricercatori già formati, che l’azienda cinese può assumere, garantendosi così un trasferimento netto di know-how ed un rafforzamento delle proprie capacità di ricerca ed innovazione.

Oppure quei luoghi dove vi è la presenza di un centro universitario che spicca particolarmente in un determinato settore di ricerca. In entrambi i casi “using the local human resources with advanced technological knowledge is the most effective way for the R&D units to tap into the local knowledge environment”. Di conseguenza si può affermare che “High quality specialized human resources are the most important technology-driven motivation of Chinese companies for setting up overseas R&D units in Europe”[15].

Ora, volendo tirare le somme, si può dire che gli strumenti legali sinora utilizzati da parte cinese per poter acquisire quelle tecnologie necessarie a produrre un ammodernamento della propria economia (e delle proprie forze armate), vale a dire il trasferimento tecnologico via jount-ventures o l’acquisizione di imprese tecnologicamente avanzate e di brevetti, hanno dei difetti: 1) si acquisisce tecnologia matura o quanto meno si acquisiscono quelle tecnologie che i partener stranieri sono disposti a cedere; 2) si corre il rischio di suscitare nei paesi occidentali ansie e preoccupazioni tali da far scattare un “alt” politico nei confronti di investimenti che sono percepiti come un rischio per la sicurezza nazionale.

Al contrario la creazione di centri di R&D da parte delle imprese cinesi nei paesi sviluppati non presenta nessuno di questi difetti. Dando impiego, a condizioni più vantaggiose, a ricercatori e scienziati formatisi nelle migliori università occidentali le imprese cinesi acquisiscono la fonte stessa della produzione dell’innovazione tecnologica. Il che significa che data la struttura istituzionale del paese (una società chiusa, che per definizione non è in grado di produrre innovazione) la Cina sta appaltando alle società aperte europee ed anglosassoni la produzione di quelle innovazioni scientifiche e tecnologiche necessarie alle imprese cinesi per superare le imprese occidentali. Per dirla in altri termini, le società aperte occidentali che per decenni, con fondi pubblici hanno finanziato i propri sistemi di istruzione e di ricerca, stanno fornendo alla società chiusa cinese quelle armi economiche (e non solo) che presto potrebbero vedersi puntate contro. C’è di più,  la creazione di centri di R&D in Europa e negli Stati Uniti, sebbene per le imprese cinesi rappresenti, in termini di acquisizione tecnologica, un vantaggio maggiore rispetto agli altri strumenti (fusioni, acquisizioni, joint-ventures) non sta, almeno al momento, suscitando nessuna apprensione politica, al contrario, come si è visto nel caso degli investimenti della Huawei in Inghilterra e Francia, pare si stia sviluppando una competizione tra i paesi europei nel creare le migliori condizioni possibili per attrarre questo tipo di investimenti.

In conclusione, il fenomeno nuovo e in accelerazione (la creazione di centri di R&D da parte delle imprese cinesi nei paesi sviluppati) date le implicazioni economiche (la maggiore competitività che le imprese cinesi potrebbero acquisire) politiche (la mano pubblica occidentale forma e finanzia ricercatori di cui una società chiusa si avvantaggia) e strategiche (la competizione tra un asse russo-cinese in formazione e il mondo occidentale) meriterebbe di essere mantenuto sotto attenta osservazione.


[1]          Si veda A.J. Toynbee, Il mondo e l’Occidente, Sellerio Editore, Palermo, 1992.

[2]          Si veda A.J. Toynbee, Civiltà al paragone, Bompiani, Milano, 2003.

[3]          Si veda però Thilo Hanemann, Daniel H. Rose, High Tech: The Next Wave of Chinese Investments in America, Asia Society Special Report, aprile 2014.

[4]          Euro-China Investment Report 2013-2014, Antwerp Forum

[5]          “Chinese Outbound Investment in European Union”, European Union Chamber of Commerce in China, gennaio 2013. Si veda anche Hanemann and Rosen, 2012, China Invests in Europe

[6]          Citato in Nathaniel Ahrens, “China’s Competitiveness. Case Study: Huawei” CSIS, febbraio 2013.

[7]          “Chinese telecom company Huawei open to US investigation”. BBC News. 25 February 2011. Si veda anche Nikul Patel, “Suggesting a Better Administrative Framework for the CFIUS: How Recent Huawei Mergers Demonstrate Room for Improvement”, North Carolina Journal of International Law & Commercial Regulation, Spring 2013.

[8]          “China’s Huawei banned from NBN”, Australian Financial Review, 2012. “ASIO forced NBN to dump Huawei”, Australian Financial Review, 2012, e “Canberra Talks Integrity After Reportedly Banning Huawei From NBN”, The Wall Street Journal, 26 marzo 2012.

[9]          Palmer, Randall, “Huawei faces exclusion from planned Canada government network”. Reuters, 10 October 2012.

[10]        Per quanto attiene gli investimenti cinesi in Europa nei settori tecnologici si segnalano le seguenti operazioni: Il Spagna le compagnie cinesi hanno investito 1,5 miliardi. Nel settembre del 2009 la Unicon ha acquisito l’1% di Telefonica per 1 un miliardo di dollari. Altri 500 milioni sono stati investiti sempre dalla Unicon e sempre in Telefonica nel gennaio del 2011. In Francia la China Investment Corporation ha investito 490 milioni di collari in Eutelsat, acquisendone in 7%. Nel 2014 la China Huaxin, una società cinese specializzata negli investimenti in campo tecnologico ha acquisito l’85% della Alcatel-Lucent Enterprise per 268 milioni di dollari. In Italia le compagnie cinesi hanno investito ben 2,4 miliardi di dollari. Nell’ottobre del 2010 Huawei investe 970 milioni di dollari in Vodafone Italia. Nel novembre del 2011 130 milioni di dollari nel settore delle telecomunicazioni e nell’aprile del 2013 Huawei investe 1,3 miliardi di dollari in Vimpelcom. L’8 maggio 2014 la Shangai Electric ed il Fondo Strategico Italiano hanno firmato un accordo per l’acquisizione da parte di Shangai di una quota del 40% di Ansaldo Energia per 400 milioni di euro. In Germania, nel giugno del 2011 la Lenovo ha acquisto l’82% di Medion, pari all’82% della sua quota azionaria. In Olanda nel dicembre del 2010 la Sinochem ha acquisito il 50% di DSM per un valore di 270 milioni di dollari. In Ungheria nel maggio del 2012 la Huawei ha investito 1,5 miliardi di dollari. In Inghilterra, nell’ottobre del 2013 la Huawei ha investito 200 milioni di dollari. In the United Kingdom, the Conservative Party raised concerns about security over Huawei’s bid for Marconi in 2005. Per ulteriori informazioni e aggiornamenti riguardo agli investimenti cinese si rimanda al sito http://www.chinagoabroad.com/en

[11]        Francois Godement e Jonas Parello-Plesner, “The Scarmble for Europe”, ECFR, luglio 2011. http://www.ecfr.eu/page/-/ECFR37_Scramble_For_Europe_AW_v4.pdf

[12]        Inno-Scandinavia, “Survey of Chinese investment flows to the Baltic region”, 29 ottobre 2009, pp. 23-24.

[13]        “Huawei president Ren pledges to create more French R&D jobs”, Telecompaper, 26 novembre 2013. Si veda anche “Huawei plans more investment in Europe”, Telecompaper, 5 maggio 2014.

[14]        Di seguito sono elencati ulteriori esempi di centri di Ricerca e Sviluppo costituiti da multinazionali cinesi in Europa: ZTE altro colosso delle comunicazione, nell’agosto del 2003 ha aperto un centro di ricerca in Svezia. E’ presente inoltre in Francia, Portogallo e Germania. La Haier ha centri di ricerca in Olanda, Italia (Milano), Danimarca e Germania. La Hisense ha aperto un suo centro di R&D nel gennaio del 2007 in Olanda, ad Eindhoven. Nel 2005 istituisce un centro di ricerca e formazione al parco tecnologico Futuroscope a Poiters in Francia. Nel 2002 a Kista in Svezia. La Leader dal settembre del 2007 è presente con un suo centro in Svezia. La SAIC dal maggio del 2005 è presente nel Regno Unito, a Birmingham. La Shenyang Machine Tool è presente con un suo centro di ricerca dal luglio del 2006 in Germania. La Weichai è in Austria del 2003. Beipi FOTON ha un suo centro di R&D in Germania. TLC è in Francia. Envision è in Danimarca dal 2008. Jiali Techonolgy è in Germania dal 2003. New Jilian è in Danimarca dal 2008. Dalian Machine Tool Group dall’ottobre del 2004 in Germania. SGSB Group è dal 2005 in Germania. Hisun è in Germania dal 2006. Haitian è Germania dal 2005. DASEN è in Germania dal 2007. Jinhui Photo è nel Regno Unito dal 2008. Chuanbo Biotech è nel Regno Unito dal 2009. Zhonfu Lianzhong in Germania dal 2007. Geortek è in Danimarca dal 2008. Sany Group è in Germania dal 2009. HZMTG è in Germania dal 2006. Dongfeng è Svezia 2012. Geely ha un suo centro a Goteborg. JAC oltre al suo centro di Torino è presente anche in Spagna. ChemChina ha centri di ricerca in 140 paesi. Johnson Electric è in Germania, Italia, Svizzera. Positec è Italia. Mindrai è a Stoccolma. CSR è nel Regno Unito. Sany Heavy Industries è Germania dal 2009. Yingli Green Energy ha un suo centro di ricerca dall’ottobre del 2011 in Spagna a Madrid.

[15]        Alberto Di Minin, Jieyin Zhang, Preliminary Evidence on the International R&D Strategies of

            Chinese Companies in Europe, Scuola Superiore Sant’Anna, http://gdex.dk/ofdi/21%20Minin%20Alberto.pdf

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